- Tags: Afghanistan, esercito, Herat, Isaf, regole-dingaggio, talebani
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Nel settore italiano sarebbero necessari rinforzi sia in termini di truppe che di mezzi. La carenza di reparti di fanteria richiederebbe l’invio di almeno tre compagnie di fanti e alcuni mortai da 120 millimetri in grado di colpire a distanza le postazioni nemiche. Sul fronte aereo sono presenti solo elicotteri da trasporto CH 47 italiani e Couguar spagnoli. L’invio di due coppie di A-129 Mangusta, elicotteri da combattimento già impiegati in Iraq, potrebbe garantire una maggiore capacità di sorveglianza e di intervento in caso di scontri.
Anche le dotazioni di mezzi sono troppo leggere e potrebbero essere inviati blindati pesanti centauro dotati di un cannone da 105 millimetri. Finora non è stata assunta nessuna decisione in tema di rinforzi se non la conferma che giungeranno presto a Herat due velivoli teleguidati da sorveglianza Predator, senza pilota e disarmati.
- Lunedì 26 Marzo 2007
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Il 26 Marzo 2007 alle 14:04 Nato, occhio all’oppio talebano » Panorama.it – Mondo ha scritto:
[...] Le quattro province dell’Afghanistan occidentale poste sotto il Comando della Regione Ovest della Nato guidato dal generale Antonio Satta sono interessate da una crescente instabilità confermata anche dalla dozzina di attacchi e attentati subiti dalle truppe italiane, alleate e afghane dall’inizio dell’anno. L’ultimo, ieri, ha visto un ordigno stradale esplodere al passaggio di una colonna di veicoli italiani nella provincia di Farah: non si sono registrati feriti grazie soprattutto all’impiego dei nuovi veicoli blindati Lince protetti sotto lo scafo contro le esplosioni di mine e ordigni stradali. L’escalation della violenza, evidente soprattutto nella provincia di Farah, dipende da tre fattori. Il primo riguarda la coltivazione dell’oppio che vede proprio la provincia di Farah una delle più importanti aree di produzione. Inoltre, come preannunciato, la primavera sta portando in tutto l’Afghanistan un incremento delle azioni talebane tese a dimostrare che il governo del presidente Karzai e le truppe dell’International Security Assistance Force (Isaf) non garantiscono il controllo del territorio. Il settore occidentale a guida italiana è un bersaglio appetibile dai talebani perché uno dei più sguarniti: appena 2.000 soldati alleati, circa la metà italiani, per presidiare un’area grande come il Nord Italia. Considerato che i tre quarti di queste forze sono impiegati per presidiare basi militari e Provincial Reconstruction Team (centri per la ricostruzione civile) ne restano solo poche centinaia (soprattutto forze speciali) per operare sul terreno al fianco delle truppe governative, mentre Roma e Madrid per ragioni politiche hanno finora rifiutato l’invio di rinforzi. La terza ragione per la quale i talebani penetrano sempre più pesantemente nel settore italiano è dovuta agli effetti dell’Operazione Achille, la grande offensiva condotta dai britannici, canadesi e americani nella provincia meridionale di Helmand e dagli olandesi in quella di Oruzgan. Un’offensiva congiunta, scatenata il 6 marzo, che coinvolge 5.000 soldati alleati e 1.500 afghani che ha già consentito di eliminare centinaia di guerriglieri spingendo il grosso delle forze talebane a verso nord in una sacca che proprio le truppe italiane e spagnole dovrebbero chiudere ai confini tra Helmand e Farah. I talebani, consapevoli della carenza di truppe alleate nelle province occidentali cercano scampo proprio a Farah e Ghor portando una minaccia diretta al contingente italiano le cui regole d’ingaggio consentono di affrontare ogni tipo di minaccia. [...]
Il 26 Marzo 2007 alle 14:29 Afghanistan, all’Ulivo ambasciator non porta pena » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Sono consultazioni discrete quelle che Richard Spogli, ambasciatore Usa in Italia e diplomatico quanto mai inviso a Romano Prodi, sta conducendo con i leader del centrodestra. Ha incontrato Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. E paradossalmente il risultato potrebbe essere di dare una mano al premier, in cattivi rapporti con la Casa Bianca e ancora di più con l’ambasciatore, considerato tra gli ispiratori dell’incidente diplomatico della settimana scorsa. Al centro degli incontri di Spogli c’è il voto del Senato sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, a cominciare dall’Afghanistan. Se il governo venisse battuto Prodi dovrebbe fare le valigie, ma con lui tornerebbero a casa i militari impegnati in Afghanistan, Libano, Bosnia, nei Balcani e sugli altri scacchieri mondiali, quasi sempre a fianco degli americani. Vale la pena per Washington? Ciò che realmente sta a cuore è invece approfittare del voto per modificare l’armamento e soprattutto le regole d’ingaggio delle truppe a Kabul e Herat. Ma per farlo non bastano degli ordini del giorno, come quello che si appresta a presentare l’Udc e sul quale potrebbero convergere i centristi dell’Unione. Occorre invece un emendamento. E qui la partita si complica. Infatti gli ordini del giorno non sono vincolanti per il governo. In concreto, poi, è previsto un rafforzamento delle dotazioni dei nostri soldati: l’invio di due aerei spia Predator (disarmati), una migliore blindatura dei veicoli da ricognizione, un C130 da trasporto, e, novità, una squadriglia di elicotteri Mangusta. Sono apparecchi da attacco ma verrebbero ufficialmente utilizzati sempre per protezione. Per tutto questo non occorre un emendamento, basta un ordine attraverso gli stati maggiori e la Nato. La modifica del decreto è invece necessaria per le regole d’ingaggio e i caveat: sia per permettere l’impiego delle truppe a sud, a fianco di americani e canadesi (improbabile), sia per consentire di fronteggiare gli sconfinamenti dei talebani nel nord-ovest dell’Afghanistan, nelle zone poste sotto il nostro comando. Sia infine per restituire ai reparti speciali ed al Sismi un ruolo più incisivo in tutto in paese, Kabul compresa. È questo ciò di cui si accontenterebbero gli Usa, ed è stato l’argomento dei colloqui tra Spogli ed il centrodestra. Oggi la Cdl dovrebbe decidere che cosa fare. Non limitarsi all’ordine del giorno di Casini e presentare un emendamento su nuove armi e regole d’ingaggio potrebbe essere la via di uscita per Berlusconi. Un emendamento non sarebbe mai accettato da Prodi, tantomeno dalla sinistra massimalista. Il premier vuole che il decreto venga votato così come è passato alla Camera (dove in caso di modifiche dovrebbe tornare), e lasciare che il resto venga trattato dalle strutture militari, con la classica ambiguità che distingue queste faccende. Ma entrambi, Berlusconi e Prodi, devono fare i conti con i numeri. [...]
Il 8 Aprile 2007 alle 17:21 I Diavoli Neri » Afganistan : perchè il CDX non ha votato unito ha scritto:
[...] Sono state consultazioni discrete quelle che Richard Spogli, ambasciatore Usa in Italia e diplomatico quanto mai inviso a Romano Prodi, ha condotto con i leader del centrodestra. Ha incontrato Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Il risultato potrebbe essere stato di dare una mano al premier, in cattivi rapporti con la Casa Bianca e ancora di più con l’ambasciatore, considerato tra gli ispiratori di questo incidente diplomatico . Al centro degli incontri di Spogli c’è stato il voto del Senato sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, a cominciare dall’Afghanistan. Se il governo fosse stato battuto Prodi sarebbe tornato a casa , ma con lui anche i militari impegnati in Afghanistan, Libano, Bosnia, nei Balcani e sugli altri scacchieri mondiali, quasi sempre a fianco degli americani. Sarebbe valsa la pena a Washington? Ciò che realmente stava a cuore era, invece, approfittare del voto per modificare l’armamento e soprattutto le regole d’ingaggio delle truppe a Kabul e Herat. Ma per farlo non sarebbero bastati degli ordini del giorno, come quello presentato dall’Udc. Occorreva invece un emendamento. E qui la partita si è complicata. Infatti gli ordini del giorno non sono vincolanti per il governo. In concreto, poi, è previsto un rafforzamento delle dotazioni dei nostri soldati: l’invio di due aerei spia Predator (disarmati), una migliore blindatura dei veicoli da ricognizione, un C130 da trasporto, e una squadriglia di elicotteri Mangusta. Sono apparecchi da attacco ma verrebbero ufficialmente utilizzati sempre per protezione. Per tutto questo non occorreva un emendamento, bastava un ordine attraverso gli stati maggiori e la Nato. La modifica del decreto sarebbe stata invece necessaria per le regole d’ingaggio e i caveat: sia per permettere l’impiego delle truppe a sud, a fianco di americani e canadesi (improbabile), sia per consentire di fronteggiare gli sconfinamenti dei talebani nel nord-ovest dell’Afghanistan, nelle zone poste sotto il nostro comando. Sia infine per restituire ai reparti speciali ed al Sismi (vedi il caso Mastrogiacomo che non è arrivato per fortuitità)un ruolo più incisivo in tutto in paese, Kabul compresa. È questo ciò di cui si sarebbero accontentati gli Usa, ed è stato l’argomento dei colloqui tra Spogli ed il centrodestra. Il premier voleva che il decreto fosse votato così come passato alla Camera (dove in caso di modifiche sarebbe dovuto tornare), e lasciare che il resto sia trattato dalle strutture militari, con la classica ambiguità che distingue queste faccende. [...]
Il 10 Aprile 2007 alle 18:17 I Diavoli Neri » Afganistan : regole d’ingaggio, equipaggiamento e combattimenti ha scritto:
[...] Le quattro province dell’Afghanistan occidentale poste sotto il Comando della Regione Ovest della Nato guidato dal generale Antonio Satta sono interessate da una crescente instabilità confermata anche dalla dozzina di attacchi e attentati subiti dalle truppe italiane, alleate e afghane dall’inizio dell’anno. L’ultimo, ieri, ha visto un ordigno stradale esplodere al passaggio di una colonna di veicoli italiani nella provincia di Farah: non si sono registrati feriti grazie soprattutto all’impiego dei nuovi veicoli blindati Lince protetti sotto lo scafo contro le esplosioni di mine e ordigni stradali. L’escalation della violenza, evidente soprattutto nella provincia di Farah, dipende da tre fattori. Il primo riguarda la coltivazione dell’oppio che vede proprio la provincia di Farah una delle più importanti aree di produzione dell’ovest della nazione. Inoltre, come preannunciato, la primavera sta portando in tutto l’Afghanistan un incremento delle azioni talebane tese a dimostrare che il governo del presidente Karzai e le truppe dell’International Security Assistance Force (Isaf) non garantiscono il controllo del territorio. Il settore occidentale a guida italiana è un bersaglio appetibile dai talebani perché uno dei più sguarniti: appena 2.000 soldati alleati, circa la metà italiani, per presidiare un’area grande come il Nord Italia. Considerato che i tre quarti di queste forze sono impiegati per presidiare basi militari e Provincial Reconstruction Team (centri per la ricostruzione civile) ne restano solo poche centinaia (soprattutto forze speciali del 9° paracadutisti Col Moschin e degli incursori del CONSUBIN) per operare sul terreno al fianco delle truppe governative, mentre Roma e Madrid per ragioni politiche hanno finora rifiutato l’invio di rinforzi. La terza ragione per la quale i talebani penetrano sempre più pesantemente nel settore italiano è dovuta agli effetti dell’Operazione Achille, la grande offensiva condotta dai britannici, canadesi e americani nella provincia meridionale di Helmand e dagli olandesi in quella di Oruzgan. Un’offensiva congiunta, scatenata il 6 marzo, che coinvolge 5.000 soldati alleati e 1.500 afghani che ha già consentito di eliminare centinaia di guerriglieri spingendo il grosso delle forze talebane a verso nord in una sacca che proprio le truppe italiane e spagnole dovrebbero chiudere ai confini tra Helmand e Farah. I talebani, consapevoli della carenza di truppe alleate nelle province occidentali cercano scampo proprio a Farah e Ghor portando una minaccia diretta al contingente italiano le cui regole d’ingaggio consentono di affrontare ogni tipo di minaccia. Qui trovate la cartina per riconoscere le province [...]
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