Archivio di Aprile, 2007

di Alberto Toscano da Parigi
La festa del primo maggio capita nel bel mezzo della campagna elettorale in vista del ballottaggio per l’Eliseo, ma in Francia i sindacati e i partiti di sinistra hanno non poche difficoltà a mobilitarsi in occasione del giorno dei lavoratori. A Parigi scenderà invece in piazza, come al solito, il leader dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen, che nel primo giorno di maggio festeggia ogni anno Giovanna d’Arco. Il corteo del Front national si svolge sulla riva destra della Senna e passa accanto al monumento dorato dell’eroina nazionale francese, vicino al Louvre. Quest’anno Le Pen sogna di lanciare un segnale forte dopo la batosta elettorale del primo turno: è arrivato al quarto posto col 10,5 per cento dei voti, mentre alle elezioni presidenziali di cinque anni fa era riuscito a qualificarsi per il ballottaggio con quasi il 17 per cento. Ormai sta per passare la mano alla figlia Marine e per lui questa manifestazione in onore di Giovanna d’Arco ha il sapore di un addio, all’età di quasi 79 anni. Un addio che costituisce un sospiro di sollievo per quattro francesi su cinque.

Proprio il destino dei voti lepenisti (in calo rispetto al 2002, ma pur sempre tanti) è uno degli elementi destinati a caratterizzare la campagna elettorale in vista del secondo turno, in calendario per domenica 6 maggio. Siccome la campagna elettorale si svolge ormai sul terreno politico del centro, che sia Nicolas Sarkozy sia Ségolène Royal tentano di sedurre, c’è la possibilità che una parte significativa di coloro che il 22 aprile si sono espressi per l’estremista Le Pen scelgano il 6 maggio la via dell’astensione. Questa circostanza danneggerebbe ovviamente Sarkozy, che dovrebbe comunque ereditare la maggioranza delle schede andate al primo turno al leader dell’estrema destra. Però Le Pen è molto irritato nei confronti di Sarkozy, che gli ha già succhiato parecchi suffragi, e così potrebbe approfittare del discorso della Festa dei lavoratori, che per lui è appunto il giorno di Giovanna d’Arco, allo scopo di rifilargli qualche frase al vetriolo. Più che un’ipotesi, si tratta di una certezza. Resta da vedere quali saranno le conseguenze di quelle frecce avvelenate sul comportamento dei 3,8 milioni di francesi che al primo turno si sono espressi per il fondatore e presidente del Front national.

Ovviamente il Primo maggio la Francia si ferma per celebrare la festa del lavoro. Lo spettacolo offerto dai sindacati, soprattutto a Parigi, testimonia tuttavia la loro debolezza più che la loro forza. Le principali confederazioni festeggiano abitualmente il Primo maggio ciascuna per proprio conto e i cortei raggruppano poche migliaia di persone. Niente a che vedere con lo spettacolo di forza e di unità che offrono di solito le confederazioni sindacali italiane in questa stessa occasione. In realtà il Primo maggio è un riflesso della crisi sindacale francese: la stragrande maggioranza dei lavoratori del settore privato non ha tessere sindacali. La base delle confederazioni Cgt (legatissima al Partito comunista, formazione politica che al primo turno delle presidenziali ha avuto appena l’1,94 per cento dei voti pur avendo presentato la propria segretaria generale Marie-George Buffet), Cfdt e Force Ouvrière (che gravitano in un’area socialista), è costituita da dipendenti del settore pubblico. Soprattutto alle ferrovie, alle poste e all’azienda elettrica Edf la forza della Cgt e delle altre confederazioni sindacali è molto rilevante. Al gruppo automobilistico privato Peugeot-Citroën un lungo sciopero per ragioni salariali, voluto dalla Cgt anche per riscaldare il clima sociale in vista delle presidenziali, è invece fallito alla vigilia di questa tornata elettorale.
In Francia tutta quanta la dimensione partecipativa dei cittadini alla politica è ridotta a un lumicino. Il Partito socialista aveva due anni fa circa 100 mila iscritti pur controllando le due maggiori città del Paese (Parigi e Lione) nonché 20 regioni su 22. Poi il segretario François Hollande, compagno di Ségolène Royal, ha lanciato una campagna di tesseramento a prezzi stracciati e persino via internet, circostanza che ha praticamente raddoppiato il numero degli iscritti, con conseguenze favorevolissime alla Royal quando, lo scorso 16 novembre, i membri del Ps hanno votato per scegliere il candidato all’Eliseo in occasione delle loro primarie.

Non molto diversi sono stati i metodi impiegati da Nicolas Sarkozy per gonfiare negli ultimi due anni i membri del partito di destra Union pour un Mouvement populaire (Ump), formazione politica che aveva da sola la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale uscente. I membri dell’Ump erano circa 150 mila un paio d’anni fa e sono anch’essi pressoché raddoppiati. Malgrado tutto, i membri dei partiti politici francesi sono ancora ben pochi in un Paese di oltre 60 milioni d’abitanti. E in più resta da capire dove finiranno tutti questi nuovi iscritti dopo questa intensa primavera elettorale francese.
LEGGI ANCHE: I risultati del primo turno - Sarkozy è il favorito, ma la partita è ancora molto aperta - Corsa all’Eliseo: Bayrou arbitro della partita tra Sarkozy e Royal - Effetto blog - Sarkozy: “Non farò un governo all’italiana con troppi ministri” - La Francia al voto riscopre il patriottismo - Videosatira: tutti contro Sarkolène - Piccola guida alle elezioni francesi - Guarda la GALLERY e i VIDEO . Il FORUM
Il futuro delle relazioni tra Cina e India si fonda su cooperazione e sviluppo. Rivalità e competizione fanno parte del passato. Le linee guida approvate dall’ultimo Forum di Boao, conclusosi pochi giorni fa, sono ancora oggi sulle prime pagine di tutti i principali quotidiani in Asia.
Boao, località balneare alla foce del Wanquan, il “Rio delle Amazzoni Cinese”, altro non è che la Davos asiatica. Un forum in cui gli esperti della regione, e non solo, si riuniscono per discutere di politica, economia e problematiche sociali.
Il Forum di Boao rappresenta l’ennesima occasione (assieme a Saarc; Asean; Apt; Eas; Arf; Sco; Apec, Gms, Bimstec e numerosi altri comitati di discussione e confronto interregionali) per i principali esponenti dei paesi asiatici per incontrarsi, conoscersi e, parole loro, “rafforzare la stima e la fiducia reciproca”.
Insensato affollamento di acronimi oppure opportunità concrete di integrazione politica ed economica si aprono finalmente anche per l’Asia? Se in apparenza la risposta giusta è la seconda, in realtà le relazioni tra le due grandi potenze asiatiche non sono così lineari come le dichiarazioni ufficiali vogliono far sembrare.
Nelle scelte di politica estera ed economica, il drago e il pavone mostrano coerenza solo su un punto: il perseguimento del proprio interesse nazionale. A intese ad ampio raggio, come quelle firmate in occasione del viaggio del presidente cinese Hu Jintao in India (novembre 2006) sull’istruzione, il turismo, l’agricoltura e lo sviluppo tecnologico, si contrappone un malcelato confronto sia in Africa che in America Latina per l’accaparramento di risorse petrolifere e materie prime. Nondimeno, solo poche settimane fa, in occasione dell’apertura a Nuova Delhi del Summit Saarc (South Asian Association for Regional Cooperation), il delegato cinese, presente come osservatore, ha aperto il proprio intervento affermando l’interesse cinese a “diluire il peso della potenza indiana nella regione asiatica”. Molto più di un confronto velato questa volta.
Da questa mattina Yang Jiechi è il ministro degli esteri cinese.
Riuscirà a dare maggiore linearità alla politica estera del Paese? E in che direzione si orienterà quest’ultima? Bisognerà aspettare gli esiti dei prossimi summit per saperlo anche se, a monte, sarebbe opportuno chiedersi se la linearità e’ davvero lo scopo ultimo dell’attuale amministrazione cinese.

La decisione della Camera e del Senato Usa di approvare il rifinanziamento della missione in Iraq abbinandolo al totale ritiro delle truppe americane nell’aprile 2008 rischia di configurare scenari simili a quelli che anticiparono la sconfitta in Vietnam. George Bush ha già anticipato che porrà il veto alla decisione approvata oggi dal Senato (per 51 voti a 46), e in precedenza dalla Camera (con 218 voti favorevoli e 208 contrari), accusando il Partito Democratico di favorire i terroristi iracheni che puntano sul ritiro delle truppe Usa per destabilizzare l’Iraq. Dichiarare il ritiro nel momento i cui gli scontri in Iraq sono ancora ad elevata intensità significa “stabilire una data per la resa” come ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca, Dana Petrino aggiungendo che in questo modo “si legano le mani ai generali”. Inevitabile il parallelo con il Vietnam . Nel 1970 gli Usa iniziarono il ritiro parziale delle truppe con i negoziati di pace ancora in corso. L’accordo di Parigi del dicembre 1972 doveva garantire la fine delle ostilità tra il Nord comunista e il Sud filo-americano ma una volta rimpatriate le forze Usa il Congresso tagliò i fondi per le operazioni in Indocina e nordvietnamiti e vietcong ripresero l’offensiva conquistando Saigon nell’aprile 1975. Uno scenario che secondo tutti gli analisti si ripeterebbe in Iraq se le forze anglo-americane dovessero ritirarsi lasciando il paese in balìa degli estremisti sciiti, sunniti e delle milizie di al-Qaeda mentre le forze governative non hanno ancora la capacità di gestire da sole la sicurezza. Il generale David Petraeus, comandante delle forze Usa in Iraq si aspetta “un ulteriore peggioramento della situazione a Baghdad e nella provincia di al-Anbar prima che la situazione cominci a migliorare”.
La Casa Bianca intende porre il veto al provvedimento, che non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi dei voti necessaria a contrastare la bocciatura promessa da Bush, per ridiscuterlo e consentire così il finanziamento dei 124 miliardi di dollari necessari ad alimentare sforzo bellico ma senza imporre una data per il ritiro delle truppe.

di Alberto Toscano da Parigi
Il leader centrista François Bayrou sorride malgrado la sconfitta. Domenica scorsa ha avuto quasi sette milioni di voti, corrispondenti a quasi il 19 per cento. Adesso ha il problema di investire – e soprattutto di mantenere – questo considerevole capitale elettorale. Davanti a lui ci sono due strade: quella dell’indipendenza (su cui ha già deciso di scommettere) e quella dell’alleanza organica con l’una o l’altra parte politica presente al ballottaggio finale per l’Eliseo. La socialista Ségolène Royal (che al primo turno ha avuto il 25,83 per cento dei voti contro il 31,11 del leader della destra Nicolas Sarkozy) è la più attiva nel tentare di spingere Bayrou su questa seconda strada. I suoi collaboratori hanno fatto i conti e hanno maturato una convinzione: la candidata socialista deve – per entrare all’Eliseo - conquistare almeno 3,5 milioni di voti andati a Bayrou, ossia la metà del suo capitale elettorale. Sono tanti, ma a priori non è impossibile.

Nella testa di Bayrou ci sono tre punti fermi: 1) come ha annunciato nella sua conferenza stampa di mercoledi, non sosterrà alcun candidato in occasione del ballottaggio, lasciando libertà di voto ai suoi elettori; 2) trasformerà immediatamente il suo vecchio partito di centrodestra (l’Union pour la Démocratie française, Udf) in un partito di centro e magari di centrosinistra, che si chiamerà Partito democratico; 3) lui personalmente (anche se non lo dice) preferisce la Royal a Sarkozy, ma al tempo stesso i quadri della vecchia Udf e molti suoi elettori la pensano in modo contrario per cui è probabile che il 6 maggio l’elettorato del leader centrista si divida sostanzialmente in tre parti: un terzo per la Royal, un terzo per Sarkozy e un terzo di astensionisti o schede bianche.
Ségolène Royal parte da una posizione molto sfavorita a seguito dei risultati del primo turno. Le sue difficoltà sono di due tipi: 1) distacco di oltre cinque punti percentuali da Sarkozy; 2) soprattutto il fatto di avere “riserve” ridotte all’osso. I socialisti hanno avuto domenica scorsa un’emorragia di voti verso il candidato centrista Bayrou, che hanno compensato prelevando voti ai Verdi, ai comunisti e all’estrema sinistra trotzkista. L’insieme dell’area politica (peraltro eterogenea) alla sinistra dei socialisti era domenica scorsa dell’11 per cento. Come dire che anche assorbendo completamente queste sue presunte “riserve”, la Royal arriverebbe intorno al 37 per cento, mentre – ereditando i voti andati al rappresentante del partito dei cacciatori (1,15 per cento) e al cattolico tradizionalista Philippe de Villiers (2,24 per cento) - Sarkozy sarebbe già intorno al 35 senza calcolare i voti (10,5 per cento) di Le Pen. Probabilmente questi ultimi andranno per i due terzi a Sarkozy, mentre l’altro terzo sarà diviso a metà tra astensioni (o schede bianche) e voti alla Royal.

Per compensare il proprio handicap, Ségolène Royal e il suo compagno segretario del Partito socialista François Hollande, fanno continuamente gli occhi dolci a quello stesso François Bayrou, che fino al 22 aprile trattavano sprezzantemente come “uomo di destra”. Domani, venerdi’ 27 aprile, ci sarà un incontro Bayrou-Royal, proposto da quest’ultima e accettato dal primo a condizione che avvenisse in pubblico, di fronte alle telecamere (Bayrou ha una gran paura di scottarsi le dita, passando per intrallazzatore). Ma la “coperta” della sinistra francese è più corta (o meno elastica) di quella della sinistra italiana: se ci si sposta da una parte, si resta scoperti dall’altra. In ogni caso l’11 per cento dei voti della sinistra verde-comunista-trotzkista-antimondialista non andrà compattamente alla Royal: probabilmente un elettore su cinque si asterrà e uno su dieci voterà Sarkozy. Se pero’ ci sarà un netto spostamento centrista della Royal, gli astenuti potrebbero aumentare. La sensazione del cronista è sempre la stessa: Sarkozy è senza dubbio il favorito, ma la partita è ancora molto aperta.

Una partita sul cui esito influiranno anche le considerazioni relative alla prossima scadenza elettorale: la consultazione (in programma per le domeniche 10 e 17 giugno) per la scelta dei 577 membri dell’Assemblea nazionale, ossia del solo ramo del Parlamento francese eletto a suffragio universale diretto. In quel tipo di elezione (maggioritario a doppio turno) il gioco delle alleanze è fondamentale già prima del voto: finora i neogollisti e i liberali dell’Udf si erano divisi le circoscrizioni, presentando in ciascuna di esse un solo candidato per tutto il centrodestra. Il prossimo giugno ci saranno 577 candidati fedeli a Sarkozy (tra cui gli ex Udf che hanno già abbandonato Bayrou o che si preparano a farlo), 577 del neonato Partito democratico francese (fedeli a Bayrou), 577 del Front national e 577 della sinistra (frutto di un’intesa per la ripartizione delle circoscrizioni già stipulata tra socialisti, Verdi, comunisti, radicali e membri del Movimento dei cittadini). La stagione elettorale francese è ancora lunga. Molto lunga. E le sorprese sono sempre in agguato.
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Non è necessario essere convinti animalisti per provare un brivido freddo lungo la schiena. La mattanza dei delfini commessa a largo della baia di Taiji dai cacciatori giapponesi (testimoniata dal video qui sotto) indurrebbe anche il più sadico degli adolescenti a firmare questa petizione diretta al primo ministro giapponese Shinzo Abe.
Già sottoscritta da un milione di persone in tutto il mondo, la petizione chiede, in nome della salvaguardia della biodiversità dei mari, la fine del massacro di alcune specie di delfini, degli squali e delle specie protette (in teoria) dalla convenzione di Washington. Il video in questione è stato girato da Richard O’Barry, un’attivista dell’associazione One Voice, durante la stagione di caccia 2004-2005. La carne dei delfini finisce talvolta sui nostri piatti ma anche, per gli animali più fortunati, negli zoo d’acqua e nei parchi divertimento di tutto il mondo. Si calcola che siano circa 1000 i delfini catturati ogni anno nella baia di Taiji. Cuba, Senegal, Russia e isole Solomon sono altri centri di caccia dove è stata documentata la cattura illegale di questi animali, spesso eseguita anche con l’ausilio di piccoli aerei.
Firma la petizione
Il video (avvertenza: le immagini sono molto crude)

Chi è Dio? A chi assomiglia? Chi ha scritto il Corano? Vi piace andare scuola? Sono alcune delle domande che il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf ha posto in Alfabeto Afghano (2002) ai bambini di una madrassa coranica. Oppositore (prima) dello scià di Persia e (oggi) della teocrazia iraniana, Mohsen Makhmalbaf è l’autore di una quindicina di lungometraggi, tra cui il celebrato Viaggio a Kandahar del 2001. Dopo Due soluzioni per un problema (1975) di Abbas Kiarostami, questo mediometraggio di 45 minuti riflette, con un linguaggio diretto e senza sentimentalismi, sulla condizione di un Paese, l’Afghanistan, dove il 79% della popolazione è analfabeta e le uniche scuole dove i bambini poveri possono imparare a leggere scrivere erano (e sono tuttora in amplie zone del Paese) quelle consentite dall’interpretazione talebana della sharja.
Cinque minuti del documentario
- Tags: grecia, hong-kong, Iran, libri, mostre, moto, nomadismo, Pakistan, shangai, stefano-mangini, Turchia, viaggi
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Nelle foto nessuno si è messo in posa. Ci tiene a precisarlo Stefano Mangini. Che negli scatti in mostra al Visual Art Centre di Hong Kong ha concentrato tutta la realtà del suo viaggio da Shangai a Lavagna (Genova). Venticinquemila chilometri a bordo di un chopper, attraverso Cina, Pakistan, Iran, Turchia e Grecia. Un lunghissimo viaggio tra luoghi e vita quotidiana, contenuto anche nel libro From China to Italy by Motorcycle: The Story.
L’immenso itinerario incrocia storie nascoste, che una volta rivelate danno a questi Paesi un volto inedito. Così la Cina non è soltanto quella del boom economico. Ma è anche quella che accatasta storia medievale e ricordi di Mao Tse Tung. Con interi villaggi dove il grigio abito maoista è ancora la divisa d’ordinanza. O dove l’anima gemella è rincorsa a suon di moneta sonante e annunci sui muri. Un messaggio tra i tanti è “Ex soldato cerca ragazza alla quale può garantire uno stipendio di 800 Yuan”. 80 euro circa per un mese di lavoro: una miseria che spinge molti contadini a scappare, a trasferirsi nelle sovraffollate città, alla ricerca di condizioni migliori, tra cantieri edili che erodono la campagna e grattacieli che occupano tutto il paesaggio. Tutto è raccontato dall’obiettivo fotografico di Mangini. Che si spinge dentro le strade trafficate della metropoli. E poi su quelle sterrate dove la sua moto s’inerpica fino al Pakistan.
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Il confine, qui, è una terra di nessuno che mescola contrabbando e generosità islamica. “Se un viaggiatore bussa alla tua porta, accoglilo nel migliore dei modi perché potrebbe essere Allah”: il consiglio del Profeta da queste parti è preso alla lettera. Mangini non può rifiutare il tè offerto ad ogni occasione. E non può dormire in una guest house, tante sono le offerte di ospitalità che provengono dalla gente dei villaggi. Uno degli inviti arriva addirittura dal Governatore del Beluchistan, che gli offre tre giorni nella sua residenza estiva, tra spaghetti al pomodoro e musiche di Bruno Lauzi.
Superata Islamabad, la moto si spinge fino in Iran: un campionario di incomprensibili contraddizioni che disegnano un Paese triste, ironico, moderno e arcaico. Dove ci sono alberghi che non accettano stranieri, ma dove ti può capitare di ricevere vitto e alloggio da un’anziana signora conosciuta appena. Mangini fotografa i venditori ambulanti, i bambini che scorrazzano per le vie, la ricca borghesia, e gli scorci di paesaggio con gli onnipresenti cartelloni di regime. Da lì, il presidente Ahmadinejad tuona la sua propaganda antiamericana, scritta - a scanso di equivoci - anche in inglese.
Oltre la Turchia, la vita del viaggiatore si fa meno insolita. Ma vale ancora la pena di fotografare. Perché ci sono gli angoli bellissimi della Grecia che la globalizzazione ha per ora risparmiato, e i pezzi d’Europa che ancora il grande pubblico delle vacanze non ha trasformato in un’enorme bancarella.
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Stefano Mangini, instancabile viaggiatore, è la dimostrazione vivente che si può girare il mondo senza spendere una fortuna. La sua vita è un unico, lunghissimo, viaggio permanente. Dove Usa, Cina, Pakistan, Iran, Turchia, Grecia sono soltanto le tappe più recenti.
Il suo nomadismo comincia subito dopo la laurea. Quando parte dalla sua città, Lavagna (Ge), alla volta di New York. Poi il sogno americano cede il posto al richiamo dell’India, dove Stefano si trasferisce nel ‘95. Ma “in ogni angolo del mondo, dopo qualche anno, la vita diventa inevitabilmente monotona” e il rimedio, secondo Mangini, è uno solo: “Rimettersi in viaggio”. Così, nel ‘97, parte per Shangai, dove resta fino al 2002. E quando decide di tornare a Lavagna, nell’aprile di quell’anno, anziché comprare un biglietto aereo, si compra una moto. Inizia così la sua più recente avventura: un itinerario di 25mila chilometri dall’Asia all’Italia (dove si ferma giusto il tempo di fare un master all’università Bocconi). Adesso Stefano è a Hong Kong, dove ha organizzato una mostra con le foto del suo viaggio (col sostegno del Consolato italiano, della Scuola di Direzione Aziendale della Bocconi e di Eurojersey). L’esposizione durerà due settimane. Chi è da quelle parti, può incontrarlo il 25 aprile. Per chiedergli come si fa a vivere così. O per sognare con i dettagli della sua prossima avventura: Lavagna - Shangai, in moto, con una capatina in Russia.
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