Provocatorio e magnanimo, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha annunciato durante una conferenza stampa quello che, per altri versi, era nell’aria da un paio di giorni. Cioé che gli ostaggi britannici catturati lo scorso 23 marzo nelle acque dello Shatt el Arab sarebbero stati liberati grazie a una trattativa sotto traccia tra gli ambasciatori di Teheran e di Londra. E in poche ore il presidente iraniano ha organizzato una cerimonia di liberazione per salutare i suoi “ospiti”.
“I 15 marinai inglesi sono stati graziati - sono le parole di Ahmadinejad durante la conferenza stampa - e vogliamo offrire al popolo britannico la loro libertà”.
L’appello che il numero uno iraniano ha rivolto a Londra suona anche come un guanto di sfida, come un ennesimo sfregio mediatico, nei confronti di Tony Blair, il premier britannico uscito indebolito - secondo tuti gli osservatori - da questa crisi degli ostaggi: “Non punite questi militari - ha chiesto retoricamente il presidente iraniano - per aver ammesso l’aggressione e avere detto la verità”. È questo l’ultimo coup de théâtre di una vicenda che, dal punto di vista della comunicazione, l’Iran ha gestito con brutale maestria, mostrando al mondo, in mondovisione, la debolezza del miglior alleato di Washington nella regione. Chi esce rafforzato da questa crisi, ha dichiarato Marcella Andreani, docente di discipline mediorientali a Bologna, è senza dubbio l’ala dura del regime degli Ayatollah, che per altro era in netta crisi di popolarità all’interno. Ma che è stata capace di mandare un segnale a Londra, ma anche a Washington, dal contenuto inequivocabile: l’Iran è una potenza regionale con la quale Stati Uniti, Onu e Inghilterra devono venire a patti. Sul nucleare, sugli sconfinamenti nelle acque delo Shat el Arab, sul ruolo che Teheran svolge nel sud sciita dell’Iraq.
- Mercoledì 4 Aprile 2007


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