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Fatta la pace, va (ri)fatta la Bosnia multietnica. Con l’ombra del Kosovo

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  • Tags: Bosnia, Jugoslavia, Michele-Nardelli, Osservatorio-sui-Balcani, Radovan-Karadžić, sarajevo.-Kosovo
  • 2 commenti

Michele Nardelli, 53 anni, è un esperto di cooperazione internazionale e uno dei principali ricercatori dell’Osservatorio sui Balcani, il più importante istituto di monitoraggio italiano sui Paesi dell’Est Europeo. Da quasi vent’anni è uno sguardo lucido e partecipe sulle vicende politiche e storiche dell’ex Jugoslavia.

Che cosa rimane della pulizia etnica degli anni ‘90?
La guerra da un certo punto di vista ha vinto. Ancora oggi, in Bosnia, ogni comunità (serba, croata musulmana) celebra i propri morti, ha imparato a diffidare dei vicini di casa, a considerarli come nemici (leggi anche Voci da Sarajevo: così ci ha cambiato quel 6 aprile 1992, ndr). È l’infernale meccanismo delle narrazioni separate, come è accaduto al confine, dopo la seconda guerra mondiale, con le foibe. Ritornando all’oggi, basta pensare a quello che è successo nella campagna elettorale dell’ottobre scorso. La peggiore dalla fine della guerra: tutti i candidati in Bosnia hanno fatto risuonare gli echi del revanchismo nazionalista, del secessionismo…

La Bosnia è uno stato nazionale in attesa di secessione?
E’ uno Stato a tutti gli effetti, a differenza del Kosovo, il cui status è invece ancora in sospeso. Ma la Bosnia è soprattutto un protettorato, con istituzioni fragili, con quattro livelli centrali separati, che sono il frutto degli accordi di Dayton del 1995. Formalmente da una parte c’è la Repubblica Srpska a maggioranza serba dall’altra la Federazione musulmano-croata. In realtà basta fare un viaggio nella Federazione per accorgersi che ogni villaggio cambia le bandiere, che la parte croata sta cercando di definire i propri confini, che la separazione etnica purtroppo è anche un problema istituzionale, oltre che culturale…

Come è percepito in Bosnia il dibattito sullo status del Kosovo?
Paradossalmente si riverbera in maniera più drammatica sulla Bosnia che sulla Serbia. Perché sono in molti, soprattutto nella parte serba, a dire: se il Kosovo può raggiungere l’indipendenza, perché non possiamo farlo anche noi? Tutto ciò riaprirebbe scenari foschi. Una guerra diventerebbe di nuovo possibile. Perché è evidente che oggi, rispetto al 1995, la gente sta sia pure lentamente ritornando nelle case…

I serbi di Bosnia si sentono vittime di una macchinazione?
La chiave di lettura prevalente è che c’è stato un complotto internazionale ai danni della Jugoslavia e poi della Serbia. Karadzic è latitante da molti anni perché gode di vaste protezioni locali e forse internazionali. Ma esprime un punto di vista largamente presente nella Repubblica Srbska. Cioè che il mondo ce l’ha con loro, che sono stati vittime di una macchinazione, che in tutta questa storia sono loro le vittime

Che tipo di guerra è stata ?
E’ stata una guerra d’affari travestita da guerra etnica. Me ne sono accorto quando chiesi all’allora sindaco di Prijedor, Milomir Stakic (condannato all’ergastolo dal Tribunale dell’Aja, ndr) che futuro immaginasse per la Repubblica serba di Bosnia. Mi rispose: “Io penso a un porto franco”. Dentro questa risposta c’è la chiave per capire ciò che è accaduto nella ex Jugoslavia. Fu una guerra postmoderna per il controllo di ogni sorta di traffico e commercio che transitavano nei Balcani: armi, rifiuti tossici, esseri umani, scorie nucleari. La finanziarizzazione dell’economia, del resto, si nutre di aree deregolate. E la guerra è il massimo della deregulation…

  • paolo.papi
  • Venerdì 6 Aprile 2007

Vedi anche:

  • Sarajevo: vent'anni fa l'inizio dell'assedio
Bosnia: la Nato, l’Ue, gli italiani e una missione (quasi) compiuta »
« Scene da un assedio, rassegna video sulla guerra in Bosnia

Commenti

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Il 10 Maggio 2007 alle 16:23 Il Kosovo corre verso l’indipendenza » Panorama.it – Mondo ha scritto:

[...] I giochi sono fatti: le Nazioni Unite stanno per cancellare la risoluzione 1244 del 1999. Entro maggio potrebbe nascere un nuovo stato nel cuore dei Balcani. L’indipendenza del Kosovo, che l’ex mediatore Onu Maartti Athissari ritiene ormai inevitabile, darà probabilmente il via a una serie di rivendicazioni indipendentiste nella regione. A cominciare da quella Repubblica Srpska, l’ex roccaforte di Karadzic costretta oggi a una convivenza forzata all’interno della Bosnia multietnica. Per finire con quella degli stessi serbi kosovari: ormai poco meno di 200 mila persone che, dopo la pulizia etnica postbellica, vivono in alcune enclave ripulite in circa 1/5 del territorio. Che cosa potrebbe accadere a quel punto è difficile da prevedere. E’ ancora però valida la massima di Winston Churchill: “I Balcani producono più storia di quanta ne possano consumare”. Le tragedie sono sempre alle porte. E i venti della secessione, a otto anni dalla fine della guerra, non si sono ancora fermati. [...]

Il 22 Febbraio 2008 alle 10:46 Serbia, proteste per il Kosovo: un morto all’ambasciata Usa » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Dopo il ritrovamento del corpo carbonizzato, il dipartimento di stato americano ha infatti rivolto una formale protesta al governo serbo accusando Belgrado di non aver fornito “protezione adeguata” per garantire la sicurezza dell’ambasciata. E un infuriato Nick Burns, il numero tre del dipartimento, ha chiamato il primo ministro serbo, Vojislav Kostunica, per dirgli che il governo serbo sarà considerato direttamente responsabile in caso di nuovi incidenti. Jeremic, il ministro degli Esteri, in un’intervista alla Reuters, ha subito definito “inaccettabili e deplorevoli” gli attacchi alle ambasciate straniere, tra cui anche quella inglese, croata e turca, che “danneggiano l’immagine della Serbia all’estero e non rappresentano il sentimento collettivo del popolo serbo” ma il clima politico si fa sempre più infuocato, anche perché nella notte il parlamento della Repubblica Srpska in Bosnia (pdf), come si temeva, ha votato un ordine del giorno per dichiarare il proprio diritto alla secessione da Sarajevo. Tutti i Balcani rischiano di incendiarsi. La manifestazione, che ha preso di mira anche varie strutture commerciali (compresa una filiale dell’Unicredit), aveva richiamato in piazza centinaia di migliaia di persone (tra cui il premier Boris Tadic): riunite simbolicamente dinanzi all’ex Parlamento federale jugoslavo, lo stesso luogo in cui nel 2000 la protesta popolare aveva decretato la fine del regime di Slobodan Milosevic, ma stavolta per dire ‘no’ all’indipendenza proclamata domenica 17 da Pristina e all’Occidente che la sostiene. Tutto è andato secondo copione durante i comizi: in un tripudio di bandiere nazionali, canti, esibizioni di immagini patriottiche e religiose, accuse agli Usa e all’Ue e ovazioni alla Russia di Vladimir Putin. Poi, mentre il grosso della folla defluiva pacificamente al grido di ‘il Kosovo e’ Serbia’ si è scatenata la furia degli hooligan. [...]

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