- Tags: Arkan, Azra-Nuhefendic, Belgrado, Bosnia, Karadzic, Mladic, Sarajevo, serbia, testimonianze
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di Azra Nuhefendic
Ex reporter bosniaco-musulmana della tv di Stato di Belgrado. Arriva a Sarajevo, la sua città natale, il 5 aprile 1992, alla vigilia dell’assedio. Quando torna a Belgrado, un mese dopo, i colleghi e i vicini di casa serbi non la salutano quasi più. Passa una settimana e viene licenziata.
La guerra è come il cancro: pare che capiti sempre agli altri, mai a noi stessi.
Io non volevo credere che la guerra arrivasse a Sarajevo. Ma il 5 Aprile 1992 non potevo più negare quello che per altri versi era evidente: la guerra era alle porte della città dove ero cresciuta.
Mi pareva assurdo guardarla da una distanza di 500 chilometri. Lavoravo a Belgrado, facevo la giornalista per la Tv statale. Ho preso due settimane d’aspettativa, nell’illusione che la guerra potesse durare meno di un mese.
Tutti i collegamenti con la Bosnia erano già interrotti. Partii al seguito di una Tv svedese. Mi offrii per far loro da guida, e loro in cambio mi avrebbero dato un passaggio.
Al confine tra Bosnia e Serbia, c’erano già i soldati dell’armata iugoslava, i poliziotti anche loro armati fino ai denti, e infine i paramilitari serbi. Sembravano appena usciti dai film della seconda guerra mondiale: barbe e capelli lunghi con cartucciere che gli pesavano come macigni intorno al collo. I cannoni avevano le bocche puntate verso la sponda bosniaca del fiume. Il famoso criminale di guerra Zeljko Raznatovic Arkan dava ordini a tutti. Fu lì, sul ponte di Drina, che capii che cosa stava succedendo.Le strade verso Sarajevo erano vuote. Ogni tanto apparivano e scomparivano, come le silhouette, i vari gruppi armati. Non sparavano, appena ci vedevano si ritiravano.
A Olovo, piccola città nel centro di Bosnia, incontriamo due autobus pieni di minatori: tornavano da Sarajevo dove, quel giorno, mezzo milione dei bosniaci aveva appena manifestato contro la guerra.
Faceva buio quando siamo entrati a Sarajevo. Sulla città regnava un silenzio minaccioso. Le strade che conoscevo come le mie tasche, mi sembravano sinistre, irreali. La foschia e la nebbia, le luci gialle lampeggianti dei semafori, tutto mi faceva paura. Ogni cento metri ci fermavano i civili armati, alle barricate. In fretta e correndo ci chiedevano chi fossimo, dove andassimo.
Volevo andare dritto a casa, dai miei genitori, ma non mi hanno lasciato. “Troppo pericoloso”, ci dicevano spingendoci verso il centro.
Le porte dell’albergo “Belgrado” (oggi “Bosna”) erano chiuse a chiave. Non ci lasciavano entrare. Tutto pieno, ci diceva attraverso la porta chiusa il consierge. Provammo a insistere finché la porta non si aprì. Cercò di scusarsi: “Le bande armate girano per la città”. Sulla Tv di Belgrado vediamo Arkan: “Dicono che stai per attaccare Zvornik? - gli chiede giornalista. E Arkan: “Sono qui, a Belgrado, davanti al mio negozio, dove stiamo parlando”. Alle prime ore del 6 aprile, arriva la notizia che Arkan, i suoi paramilitari e l’armata iugoslava hanno attaccato Zvornik. Si parla di decine di morti, centinaia feriti, scomparsi, detenuti.Vado dai miei genitori e li trovo tranquilli.
- E la guerra? - chiedo.
- Ma lascia perdere i “papci” - dice papa.
“Papci” è un termine peggiorativo che a Sarajevo si usa per definire i vigliacchi, montanari che non riuscivano ad integrarsi con i sarajevesi.
“Perché sei venuta? Non ce n’è bisogno: qui tutto è a posto” mi dice mamma.
E’ una bella giornata, soleggiata. Il 6 Aprile è festa, il giorno della liberazione di Sarajevo dai nazisti. Vado a trovare le sorelle e gli amici. Beviamo il caffè nei bar coi tavolini di fuori. Nell’aria pendono le paure non pronunciate. Bisogna scappare, dico, e spiego cosa ho visto arrivando a Sarajevo. “Ma lascia perdere, anche se succedesse qualcosa, non sarà niente grave. Ai “papci” bisogna dare un lezione” mi dicono.
Nel primo pomeriggio però le vie si svuotano. Rari passanti camminano in fretta.
Con la notte cade la paura. Si guarda la Tv cercando notizie che ci tranquillizzino. Il presidente bosniaco Izetbegovic dice che non ci sarà la guerra. “State tranquilli. Per la guerra ci vogliono due parti. Noi bosniaci non faremo la guerra”.
Dal primo sonno ci svegliano le cannonate: il primo attacco al Sarajevo e in corso. Serbi paramilitari, scedendo dalla collina Vrace, tentano di tagliare la città in due. Si combatte sotto la mia casa, a Grbavica. I genitori ed io, trascinandoci, ci troviamo in un angolo, dietro un piccolo muro che ci sembrava più sicuro. Abbracciati tremiamo insieme ai mura della casa. Sembra che combattano nella stanza accanto. Suonano i telefoni, e sempre strisciando, rispondo. Ma hanno appeso. Dopo un ‘altra telefonata, risponde mia sorella: “Siete vivi?”.
Cosi è cominciata la mia guerra.
- Venerdì 6 Aprile 2007

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Il 6 Aprile 2007 alle 11:44 Voci da Sarajevo: così ci ha cambiato quel 6 aprile 1992 » Panorama.it – Mondo ha scritto:
[...] Il ricordo della giornalista bosniaca Azra Nuhefendic, ex reporter bosniaco-musulmana della tv di Stato di Belgrado, arriva a Sarajevo, la sua città natale, il 5 aprile 1992, alla vigilia dell’attacco (qui il suo articolo testimonianza). “Mi illudevo c che la guerra durasse qualche settimana”, dice. Quando torna a Belgrado, il mese successivo, i colleghi e i vicini di casa serbi faticano a salutarla. Una settimana dopo viene licenziata. Perché bosniaca e musulmana. “Eravamo - racconta a Panorama.it - come gli ebrei durante la seconda guerra mondiale”. La Sarajevo di oggi, spiega Azra, non è più la città tollerante, multiculturale e cosmopolita dove è cresciuta e che ha amato: “Ai bambini, nelle scuole, insegnano a diffidare delle persone delle altre etnie. Purtroppo Sarajevo non sarà mai più come prima”. Azra vive a Trieste, fa la segretaria e collabora con alcune note testate nazionali tra cui l’Osservatorio sui Balcani. La sua è un toccante testimonianza su una delle più tragiche pagine della nostra storia. L’intervista audio ad Azra Nuhefendic [...]
Il 10 Luglio 2007 alle 12:31 Srebrenica, 11 luglio 1995: il genocidio sotto gli occhi dell’Onu » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] La città oggi, situata nella Repubblica Srpska di Bosnia, è a maggioranza serba: i suoi vecchi abitanti non sono più tornati. Nel luglio 1995 Ajka ha perso due figli, il marito e altri 15 cugini maschi. Come lei migliaia di altre vedove. Oggi vive a Lukavica, un villaggio vicino a Tuzla, e assieme a centinaia di altre sopravvissute ha dato vita a un’Associazione, chiamata Zene Srebrenice, che come la Madres de Plaza de Mayo in Argentina chiede che sia fatta giustizia, che il generale Mladic sia assicurato alla Corte dell’Aja, che gli siano restituiti i resti dei suoi figli. Ecco la sua testimonianza inviataci dalla giornalista bosniaca Azra Nuhefendic. [...]
Il 10 Luglio 2007 alle 13:34 Srebrenica, 11 luglio 1995: il genocidio sotto gli occhi dell’Onu | rubriche ha scritto:
[...] La città oggi, situata nella Repubblica Srpska di Bosnia, è a maggioranza serba: i suoi vecchi abitanti non sono più tornati. Nel luglio 1995 Ajka ha perso due figli, il marito e altri 15 cugini maschi. Come lei migliaia di altre vedove. Oggi vive a Lukavica, un villaggio vicino a Tuzla, e assieme a centinaia di altre sopravvissute ha dato vita a un’Associazione, chiamata Zene Srebrenice, che come la Madres de Plaza de Mayo in Argentina chiede che sia fatta giustizia, che il generale Mladic sia assicurato alla Corte dell’Aja, che gli siano restituiti i resti dei suoi figli. Ecco la sua testimonianza inviataci dalla giornalista bosniaca Azra Nuhefendic. [...]
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