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Voci da Sarajevo: così ci ha cambiato quel 6 aprile 1992

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  • Tags: accordi-di-Dayton, Azra-Nuhefendic, Bosnia, Cric, guerra, Icty, Ognjen-Dizdarevic, Osservatorio-sui-Balcani, Sarajevo, Sarajevo-Film-Festival, Valentina-Pellizzer
  • 6 commenti

steffen42 by Flickr)[/i]
Il 6 aprile 1992, quindici anni fa, iniziava a Sarajevo il più lungo assedio del 900. Le forze serbo-bosniache agli ordini di Karadzic e Mladic lasciarono la città bosniaca, completamente devastata, nell’autunno del 1995, all’indomani della firma degli accordi di Dayton. Tre testimonianze audio (una giornalista sarajevese, una volontaria italiana che vive e lavora a Sarajevo, un giovane produttore cinematografico) per non dimenticare. E per guardare avanti.

Il ricordo della giornalista bosniaca
Azra Nuhefendic, ex reporter bosniaco-musulmana della tv di Stato di Belgrado, arriva a Sarajevo, la sua città natale, il 5 aprile 1992, alla vigilia dell’attacco (qui il suo articolo testimonianza). “Mi illudevo che la guerra durasse qualche settimana”, dice. Quando torna a Belgrado, il mese successivo, i colleghi e i vicini di casa serbi faticano a salutarla. Una settimana dopo viene licenziata. Perché bosniaca e musulmana. “Eravamo - racconta a Panorama.it - come gli ebrei durante la seconda guerra mondiale”. La Sarajevo di oggi, spiega Azra, non è più la città tollerante, multiculturale e cosmopolita dove è cresciuta e che ha amato: “Ai bambini, nelle scuole, insegnano a diffidare delle persone delle altre etnie. Purtroppo Sarajevo non sarà mai più come prima” (leggi Chi abita oggi a Sarajevo) . Azra vive a Trieste, fa la segretaria e collabora con alcune note testate nazionali tra cui l’Osservatorio sui Balcani. La sua è un toccante testimonianza su una delle più tragiche pagine della nostra storia.
L’intervista audio ad Azra Nuhefendic

Sarajevo oggi vista con gli occhi di un’italiana
Ex volontaria del Cric, un’organizzazione non governativa del sud Italia che operava nei Balcani, Valentina Pellizzer è un’italiana coriacea e lucida di origini calabresi. Ha 40 anni ed è madre di due gemelli di tre anni. Dal 1999 si è trasferita nella capitale bosniaca dove lavora e vive con Denis, il marito sarajevese di 35 anni che ha sposato nel 1995. “Mio marito? E’ un’insalata mista, un oftalj: rifiuta le etichette etniche e continua a considerarsi per quello che è: un cittadino della Bosnia Erzegovina”. Sarajevo, dice Valentina, è cambiata. Sta ricostruendo a fatica i vecchi monumenti e le case distrutte dalla guerra, ma le coscienze sono ancora lacerate. “A livello superficiale puoi anche non accorgerti di niente. Se però scendi un po’ più in profondità ti rendi conto che il trauma non è stato superato. Che non c’è stata nessuna riconciliazione tra le varie comunità”. Speranze? “Forse la forza di questa splendida città che accoglie e trasforma. E anche il fatto che stanno nascendo anche qui alcuni movimenti underground che non si fanno ingabbiare nelle appartenenze etniche. Ma sono fenomeni minoritari. La guerra da un certo punto di vista ha vinto”.
L’intervista audio a Valentina Pellizzer

Il giovane sarajevese: studio a Roma, ma tornerò
Parla italiano e frequenta il corso di cinematografia di Roma Figlio di Zlatko Dizdarevic, oggi ambasciatore della Bosnia, ieri giornalista del quotidiano sarajevese Oslobodjenje, Ognjen Dizdarevic è uno degli organizzatori del celebre Sarajevo Film Festival, a cui lo scorso anno presero parte anche star come Juliette Binoche e Abel Ferrara. Rappresenta la Sarajevo cosmopolita, che ha voglia di scrollarsi di dosso le gabbie delle definizioni etniche. Ma come tanti giovani della sua generazione è stato costretto a cercare fortuna all’estero. “A causa anche della corruzione dilagante”, spiega. Vive a Roma dove frequenta il centro di cinematografia della capitale. “Da Sarajevo sono andato via, ma per tornare in futuro- dice. “L’unica consolazione della guerra è che sta emergendo una classe dirigente giovane, composta da ragazzi under 30 anni, con ruoli di rilievo nell’arte, nella politica, nel sociale”.
L’intervista audio a Ognjen Dizdarevic

IL NOSTRO SPECIALE
GALLERY 1-2 - VIDEO e DOCUFILM - INTERVISTA A che punto è la pace - La missione militare - Quando gli alberi raccontano un conflitto

  • paolo.papi
  • Venerdì 6 Aprile 2007

Vedi anche:

  • Sarajevo: vent'anni fa l'inizio dell'assedio
I giornalisti afghani soli contro le decapitazioni talebane »
« Bosnia: la Nato, l’Ue, gli italiani e una missione (quasi) compiuta

Commenti

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Il 6 Aprile 2007 alle 11:56 Quegli alberi di Sarajevo: storie dell’assedio 15 anni dopo » Panorama.it – Cultura e società ha scritto:

[...] I dettagli sono importanti. Aiutano a capire. Basta fare un giro per Sarajevo e cercare gli alberi, per farsene un’idea. Se ci sono, significa che in quel posto c’erano anche i nazionalisti: gli occupanti, quelli che assediavano. Quando invece non se ne trova traccia vuol dire che, probabilmente, da quelle parti resistevano ancora gli orgogliosi abitanti di Sarajevo. (leggi Voci da Sarajevo: così ci ha cambiato quel 6 aprile 1992). Stremati dall’assedio più lungo del Novecento, trasformavano il verde degli spartitraffico e i giardini in orti, per avere qualcosa da mangiare. E tagliavano gli alberi, per riscaldarsi e per cucinare. Quelli che tormentavano la città con i loro cannoni ricevevano invece le provviste da fuori e avevano quindi proibito il taglio della vegetazione. Pena, la morte. La presenza o assenza di alberi indica perciò la città occupata e quella difesa. E anche le linee di confine: era sconsigliabile andare a fare legna sotto il tiro dei cecchini serbi. Alberi, orti, giardini: dettagli quasi invisibili che raccontano una città e chi la abita(va) prima, durante e dopo la guerra. [...]

Il 6 Aprile 2007 alle 12:03 Fatta la pace, va (ri)fatta la Bosnia multietnica. Con l’ombra del Kosovo » Panorama.it – Mondo ha scritto:

[...] Che cosa rimane della pulizia etnica degli anni ‘90? La guerra da un certo punto di vista ha vinto. Ancora oggi, in Bosnia, ogni comunità (serba, croata musulmana) celebra i propri morti, ha imparato a diffidare dei vicini di casa, a considerarli come nemici (leggi anche Voci da Sarajevo: così ci ha cambiato quel 6 aprile 1992, ndr). È l’infernale meccanismo delle narrazioni separate, come è accaduto al confine, dopo la seconda guerra mondiale, con le foibe. Ritornando all’oggi, basta pensare a quello che è successo nella campagna elettorale dell’ottobre scorso. La peggiore dalla fine della guerra: tutti i candidati in Bosnia hanno fatto risuonare gli echi del revanchismo nazionalista, del secessionismo… [...]

Il 6 Aprile 2007 alle 12:31 Vicini di guerra: film, documentari e foto raccontano Sarajevo » Panorama.it – Cultura e società ha scritto:

[...] Sono passati quindici anni da quel 6 aprile 1992. Quel giorno, le truppe serbo bosniache bombardarono Sarajevo, “il centro del mondo in cui la convivenza delle culture era la normalità”. Era l’inizio di un assedio che sarebbe durato oltre 1000 giorni e sarebbe finito solo nel novembre del 1995, con gli accordi di Dayton (leggi anche Voci da Sarajevo: così ci ha cambiato quel 6 aprile 1992). Tornare a interrogarsi su quei giorni, ma anche sugli aiuti umanitari e la ricostruzione urbanistica di Sarajevo: nasce con questo obiettivo la manifestazione Vicini di guerra (file pdf), che si terrà in vari luoghi di Torino dal 6 al 18 aprile 2007. L’evento, organizzato dall’Associazione culturale Franti Nisi Masa Italia e dal Gruppo studentesco “Progetto Balcani“, prevede una rassegna (in basso il video) di film e documentari (file .doc) una mostra fotografica (guarda la gallery), conferenze e tavole rotonde, musica, reading e performance teatrali. Un programma molto ricco (file .doc) in cui spiccano i film Il cerchio perfetto di Ademir Kenovic (1996), primo film girato in Bosnia dopo gli accordi pace e presentato al festival di Cannes nel 1997, e Do you remember Sarajevo? (Nedim Alikadi, Sead e Nihad Kreševljakovic, 2002), eccezionale documento che racconta l’assedio alla città attraverso le videocamere degli abitanti. Da segnalare anche Souvenir Srebrenica (Luca Rosini, Roberta Biagiarelli e Alberto Bougleux, 2005), film documentario tratto da Voci dall’oblio che nel dicembre 2005 ha vinto il Premio per il giornalismo Claudio Accardi. Bosnians è invece il titolo della mostra fotografica di Paul Lowe, fotografo freelance che vive tra Sarajevo e Londra e lavora per prestigiose testate come per esempio Time, Newsweek, Life e Der Spiegel. [...]

Il 6 Aprile 2007 alle 19:41 cuauhtemoc ha scritto:

l’ex jugoslavia è stata dimenticata da troppi anni dai media, per fortuna che c’è qualcuno che se ne occupa…veramente interssante

Il 16 Maggio 2007 alle 12:17 Le ferite aperte di Sarajevo nelle foto dello Ied » Panorama.it – Cultura e società ha scritto:

[...] A proposito di Sarajevo leggi anche lo speciale Voci da Sarajevo: così ci ha cambiato quel 6 aprile 1992  [...]

Il 2 Settembre 2008 alle 9:27 Castelfranco Veneto – si parla di balcani questa sera a castelfranco venento ha scritto:

[...] Che indecisione! stasera è veramente difficile decidere cosa fare: ad Asolo il festival cinematografico e in biblioteca a Castelfranco un incontro sui Balcani. Chi, come me, è stato nei Balcani (questa estate ho vissuto uno splendido sogggiorno a Sarajevo) si affeziona immediatamente alla loro dolorosa e complicata storia e desidera saperne sempre di più, ma anche a chi non è mai stato là consiglio vivamente di partecipare all’incontro che permette di conoscere da vicino quel territorio dalla voce di chi ci lavora e vive (Michele Nardelli dell’Osservatorio sui Balcani, interessantissimo sito di approfondimento storico, culturale e politico, dateci una occhiata). e poi…andate a sarajevo: è una città meravigliosa, che resta nel cuore, andate in bosnia, dove la natura regala verdi incredibili, acque potenti, montagne, profumi…qui alcune foto di sarajevo da flickr, un bel reportage di panorama sull’assedio di sarajevo con video interessanti. Articolo successivo → [...]

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