
Ancora una volta è stata l’agenzia di stampa afghana Pajhwok a diffondere la notizia dell’uccisione del giornalista-interprete Ajmal Naqshbandi, appena ottenuta la conferma da Shahbuddin Atal, portavoce del crudele Mullah Dadullah (qui i suoi snuff movie).
Mentre le Nazioni Unite condannavano l’uccisione dell’interprete di Daniele Mastrogiacomo, rapito con lui il 6 marzo, i giornalisti afghani hanno annunciato di non voler però più dare alcuna copertura alle notizie diffuse dai talebani. E ora anche il presidente afghano Hamid Karzai è in difficoltà, accusato di aver fatto di più per un giornalista italiano che per uno afghano.
In effetti Daniele Mastrogiacomo era stato liberato il 19 marzo scorso, dopo che il suo autista Saied Agha era stato decapitato per fare pressione sui governi italiano e afghano, che aveva concesso la scarcerazione di 5 prigionieri talebani. Quel 19 marzo il giornalista di Repubblica racconta di aver festeggiato con il suo interprete, convinto che, su due auto diverse, entrambi stessero andando incontro alla libertà. Ma, dopo altre due settimane di prigionia, Ajmal Naqshbandi ha invece subito l’affronto del coltello dei tagliagole talebani.
Mentre in Italia scoppia il caso politico e in Afghanistan si teme per la vita di altri rapiti (due dei quali francesi), i giornalisti afghani si sentono più soli che mai. Eppure, è bene saperlo, sono loro a far filtrare le notizie dal paese quando non è al centro dell’attenzione dei media occidentali. E anche quando gli inviati ci sono, sono loro a fare il grosso del lavoro. Interpreti, autisti, persino cameramen e fotografi là dove per un occidentale sarebbe troppo pericoloso arrivare.
- Martedì 10 Aprile 2007
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Il 10 Aprile 2007 alle 12:44 Sequestri: perché Berlusconi dà una mano a Prodi » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Nel momento di massima debolezza, stretto tra l’uccisione per mano dei talebani di AdiJimal Nashkabandi, collega e interprete di Daniele Mastrogiacomo, e le debordanti accuse di Gino Strada per la mancata liberazione di Rahmatullah Hanefi, prigioniero dei servizi segreti afghani, Romano Prodi riceve un aiuto inatteso, almeno per l’opinione pubblica: quello di Silvio Berlusconi, che fischia l’alt alle polemiche politiche da parte del centrodestra, dove qualcuno si era spinto a chiedere l’impeachment del premier. Perché? Un mistero nei misteri? Si può prendere per buona la versione berlusconiana (”Le ragioni umanitarie, il prestigio e il buon nome del Paese vengono prima di tutto”), oppure, contemporaneamente vedere quale scomodo scenario politico, e non solo, questo drammatico strascico del sequestro Mastrogiacomo rischia di aprire non solo per il governo, ma anche per l’opposizione. Prodi, nella vicenda Afghana, rapimento compreso, ha scelto il metodo suggerito dalla sinistra massimalista: delegare tutto, o quasi, a Gino Strada e ad Emergency, che di quella parte è un’icona e un modello. Modello anche politico, se Fausto Bertinotti, dopo il rilascio del reporter di Repubblica al prezzo della liberazione di cinque capi talebani si era detto “orgoglioso di vivere in un Paese che segue comportamenti simili. E se Massimo D’Alema e Piero Fassino avevano ipotizzato di coinvolgere i “talebani buoni” in una conferenza di pace per ora proposta solo dall’Italia. La piega presa dagli avvenimenti minaccia non solo di mandare a gambe all’aria quel modello, ma di far definitivamente franare “la diplomazia alla Gino Strada” alla quale l’Unione sembrava essersi affidata, e che era già finita pesantemente nel mirino degli americani, e poi degli inglesi, dei tedeschi. Ma anche i governi precedenti, quelli di Berlusconi, hanno evidentemente qualche coda di paglia. Si tratta del ruolo del Sismi nella liberazione degli ostaggi, a cominciare da quello di Giuliana Sgrena in Iraq. Se si osservano le immagini dell’arrivo della Sgrena a Ciampino si nota subito chi c’è a spalancarle il portello dell’aereo di Stato: Marco Mancini, numero due del servizio e braccio operativo dell’allora capo, Nicolò Pollari. Certo, una differenza c’è, e sostanziale: il Sismi è una branca dello Stato, Emergency no, anzi agisce spesso in antitesi dello Stato. Ma sia attraverso Emergency sia attraverso il Sismi è evidente che molto l’Italia deve aver dato, ai terroristi iracheni ed ai killer afghani, per ottenere il rilascio dei suoi cittadini. Milioni di dollari allora, rilascio di prigionieri ora. Più gli aspetti ancora oscuri che queste trattative hanno sempre con sé. Come lo stesso Gino Strada ha rivelato, c’è anzi stato un momento nel quale il metodo del centrodestra è andato a braccetto con quello del centrosinistra: per la liberazione di Gabriele Torsello il Sismi avrebbe consegnato due milioni di dollari al mediatore di Emergency, Hanefi. È certo che non conviene né a Prodi, e neppure a Berlusconi, che se ne parli più di tanto. Men che meno in qualche commissione d’inchiesta: qualche altra imbarazzante verità potrebbe venire anche dall’estero, in aggiunta alle accuse già piovute in abbondanza dai governi Nato. [...]
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