
“Il modo migliore di far fronte alla situazione è avere un governo stabile, non un periodo di transizione, e riparare immediatamente agli errori affrontando le sfide”. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert risponde così, attraverso il suo portavoce, alle richieste di dimissioni e alle proteste di piazza. Una presa di posizione comunque indicativa delle sue difficoltà. È infatti il momento peggiore per Ehud Olmert, messo sotto accusa da una commissione d’inchiesta per i suoi errori nella guerra in Libano (leggi anche: Il caso Olmert visto dalla stampa mediorentale) della scorsa estate. Ma il premier israeliano è politico navigato e non è nuovo alle polemiche. Olmert aveva fatto parlare di sé anche prima del gennaio 2006, quando prese il posto del primo ministro israeliano Ariel Sharon, entrato in coma per un malore da cui non si è più ripreso. Nel dicembre 2003, quando era vicepremier ed esponente del partito conservatore Likud, Olmert fece molto discutere per aver proposto il ritiro israeliano dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza e la definizione di confini che assicurassero a Israele una popolazione in maggioranza ebraica, con la motivazione che l’alta natalità dei Palestinesi avrebbe portato presto gli arabi a superare il numero degli ebrei in uno Stato che annettesse i Territori Occupati.
I suoi colleghi di partito che difendevano gli interessi dei coloni lo accusarono di arrendersi al terrorismo, anche se, nei dieci anni precedenti in cui era stato sindaco di Gerusalemme, Olmert si era battuto per l’estensione degli insediamenti ebraici intorno alla città. Più tardi però, la sua idea di un disimpegno dai Territori si fece strada nel governo e nell’opinione pubblica. Così, quando lo stesso Sharon annunciò il suo piano per il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza e da una parte della Cisgiordania, Olmert fu tra i suoi più fedeli sostenitori e, subentrando al vecchio leader, portò avanti i suoi progetti, compresa la creazione del partito centrista Kadima dopo l’uscita dal Likud. Successivamente alle elezioni del 28 marzo, in cui Kadima vinse ma ottenne un numero di seggi inferiore al previsto, Olmert fu costretto a cercare un’ampia coalizione per governare. La sua leadership non fu messa comunque in discussione. Olmert, che durante il servizio di leva aveva svolto un’attività giornalistica più che militare, nominò al ministero della difesa l’ex sindacalista laburista Amir Peretz. I due posti chiave del governo divennero così appannaggio di due personalità che non avevano un passato nell’ambiente militare e che però si sarebbero ritrovate, pochi mesi dopo, a prendere importanti decisioni sul fronte bellico.
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Pur dicendosi disposto a rinunciare al “sogno di una Grande Israele” in cambio di una pace negoziata con i palestinesi, Olmert non è però riuscito a portare avanti trattative significative: ha riconosciuto come interlocutore solo il Presidente palestinese Abu Mazen e respinto l’idea di un dialogo con il governo guidato dal movimento integralista Hamas. Il 25 giugno 2006, il rapimento di un caporale israeliano da parte di miliziani palestinesi, ha poi fatto precipitare la situazione. La decisione di Israele è di rispondere con le armi e arrestare otto ministri palestinesi. Il 12 luglio si accende anche il fronte nord: gli Hezbollah rapiscono due soldati israeliani che pattugliano il confine con il Libano. Scoppia la guerra che si concluderà dopo 34 giorni di pesantissimi bombardamenti israeliani in Libano e di attacchi degli Hezbollah sul nord di Israele. La tregua, sancita con una risoluzione dell’Onu, pone fine alle ostilità senza che Israele abbia raggiunto gli obiettivo di indebolire gli Hezbollah libanesi e di riportare a casa i soldati rapiti. Cominciano a serpeggiare critiche all’operato dell’esercito e del governo, che sfociano, il 30 aprile scorso, nel verdetto della commissione Winograd: il premier ha dato il via alla guerra in maniera troppo affrettata e senza un piano militare adeguato.
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Per Olmert è una condanna senza appello, che si aggiunge agli scandali finanziari in cui era stato fatto il suo nome. Il suo stesso governo gli si rivolta contro: ministri e colleghi di partito lo invitano a dimettersi. Giovedì 3 maggio una grande manifestazione di piazza fa capire che, indipendentemente dalle decisioni che prenderà, la sua carriera politica sembra segnata.
LEGGI ANCHE: Così ne parla la stampa araba
- Venerdì 4 Maggio 2007

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