di Alberto Toscano da Parigi
“Vi chiedo di riunire le vostre energie positive!” ha detto ieri sera, a Lilla, Ségolène Royal al termine di una campagna elettorale massacrante, che per lei dura praticamente da un anno, ossia da quando si è fatta concreta la sua sfida agli “elefanti” del Partito socialista per strappar loro la candidatura ufficiale all’Eliseo. Finora Ségolène è riuscita a superare tutti gli ostacoli con la sua forza di cinquantenne acqua e sapone, ma stavolta rischia d’inciampare al traguardo: la sfida di domenica col leader della destra Nicolas Sarkozy.
Per questo la candidata socialista torna ai “fondamentali” di una buona campagna elettorale. Un argomento che il suo compagno di vita e di partito, il segretario generale socialista François Hollande, trattò lo scorso dicembre tra il serio e il faceto in occasione di una cena parigina con un gruppo di imprenditori e di giornalisti. Hollande raccontò che, dopo la sconfitta elettorale delle sinistra francesi nel 2002, ebbe una conversazione amichevole con Tony Blair che gli disse: “Le regole per vincere sono sempre le stesse: 1) compattare al massimo il proprio campo; 2) seminare la zizzania nel campo dell’avversario; 3) avere un po’ di charme per sedurre gli elettori”.
Quanto a charme, Ségolène non scherza. Tuttavia non è finora riuscita a compattare “al massimo” le sinistre e neanche il Partito socialista. Porta su di sé il peso di non essere una leader storica di questa formazione politica, all’interno della quale ha sconvolto il gioco delle vecchie correnti. Certo è stata eletta candidata con un referendum tra tutti i membri del suo partito, ma il numero di questi ultimi era raddoppiato in qualche mese a seguito della scelta di Hollande: inscrizioni a prezzo popolare (venti euro), fatte con estrema facilità e persino su internet. Così il gioco dei nuovi tesserati, quasi tutti “segolisti”, ha sconvolto i vecchi equilibri tra le correnti e molti dirigenti socialisti hanno avuto a lungo un atteggiamento freddo verso la candidata ufficiale. Resta da capire che cosa diventerà Ségolène nell’ipotesi di una sconfitta al secondo turno. Ecco la risposta probabile: se lo scarto sarà ridotto, ossia se supererà il 48 per cento dei voti, resterà in primo piano e avrà un ruolo chiave nella rifondazione della sinistra francese; altrimenti rischierà concretamente l’emarginazione e i suoi rivali rialzeranno la testa.
Per adesso i militanti socialisti si scaldano con sondaggi fatti in casa: stamattina il tam tam delle telefonate tra i quadri della sinistra annunciava che un “sondaggio interno”, fatto non si sa da chi, darebbe Ségolène Royal addirittura vincente su Nicolas Sarkozy.
Gli altri sondaggi - quelli veri, realizzati da istituti demoscopici noti e bene identificabili – danno tutti Sarkò all’Eliseo. L’ultimo gli attribuisce una confortevole maggioranza di 53 contro 47 per cento. Il numero degli indecisi sta rapidamente calando e dunque è chiaro che Sarkò si trova in “pole position”. L’analisi del voto del primo turno, svoltosi il 22 aprile, è favorevole al candidato della destra, che parte da quota 31 per cento, con oltre cinque punti di vantaggio sulla rivale, e che dispone di maggiori riserve, costituite in particolare dai voti del partito dei cacciatori, da quelli del cattolico tradizionalista Philippe de Villiers e infine da quelli di Jean-Marie Le Pen. Nessuno di costoro ha dato esplicita indicazione di voto per Sarkò (anzi Le Pen si è espresso per l’astensione), ma è probabile che la maggior parte dei loro suffragi vada proprio a lui. Poi c’è l’incognita del centro, ossia di quel 18,7 per cento di voti andato al primo turno a François Bayrou. Con l’andar del tempo si conferma la previsione di una loro ripartizione in tre parti: Royal, Sarkozy e infine astensioni (o voti bianchi o nulli). La sfida è comunque aperta perché alle elezioni francesi le sorprese sono sempre possibili.
Chi rischia di perdere la propria partita sono i giornalisti francesi. Lo spettacolo offerto dai due moderatori del dibattito radiotelevisivo di mercoledì sera è stato quello delle belle statuine, incapaci di coordinare persino i tempi del confronto politico tra i due leaders. Molti giornalisti ipotizzano intimidazioni vere o presunte, ma evitano accuratamente di documentarle: o mentono o hanno paura di una ritorsione. Organizzazioni di difesa della libertà di stampa nel mondo, basate a Parigi, scendono in campo con durezza quando c’è un’elezione in qualsiasi altro Stato, ma stavolta sembrano stranamente timide di fronte alle pressioni di cui parlano gli stessi giornalisti francesi durante le loro conversazioni private. Quando le bocce saranno ferme, sarà interessante riflettere sul comportamento di numerosi media transalpini.
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- Venerdì 4 Maggio 2007


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Commenti
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Il 4 Maggio 2007 alle 14:35 gustaveflaubert ha scritto:
Ma che c’entrano i giornalisti francesi, adesso? Quali pressioni? Quali intimidazioni?
I media francesi stanno facendo un gran lavoro su queste elezioni, specialmente su Internet. Tanto è vero che voi italiani non parlate d’altro.
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