di Alberto Toscano da Parigi
Curioso. Mentre in Italia il centrosinistra crea la ricorrenza di Santa Primaria - il 16 ottobre, data stabilita per la nascita del futuro Partito democratico, nella ricorrenza delle primarie uliviste del 2005 – in Francia i socialisti ripudiano il metodo delle primarie, che hanno avuto luogo lo scorso 16 novembre. Il fatto è che le primarie all’italiana sono state un’occasione per ritrovare l’unità, mentre le primarie alla francese hanno visto profonde divisioni, rivelatesi difficilissime da cicatrizzare.
In Francia i membri del Partito socialista sono andati alle urne – scegliendo Ségolène Royal quale candidata all’Eliseo – dopo ben tre dibattiti televisivi tra i concorrenti all’invastitura: i due capicorrente “storici” Dominique Strass-Kahn e Laurent Fabius più appunto la Royal. Dibattiti veri, duri. Strass-Kahn e Fabius hanno cercato i punti deboli della rivale quasi fossero membri di un partito diverso dal suo. Una volta ottenuta la vittoria, Ségolène ha evitato ostentatamente di contattare gli sconfitti. Lo ha fatto solo alla metà di gennaio, quando i sondaggi per l’Eliseo hanno cominciato a voltarle le spalle. A quel punto la sua situazione era già compromessa. “Dobbiamo ripensare al modo in cui abbiamo realizzato le primarie” confessa amaramente il portavoce socialista Julien Dray.
Adesso la sfida interna dello scorso novembre si riproduce in seno al principale partito della sinistra francese. Ségolène Royal e il suo compagno François Hollande tentano disperatamente di rimanere in sella, ma il peso della loro sconfitta è indiscutibile e una ridistribuzione delle carte a medio termine pare difficile da evitare. Di qui le scelte che stanno presumibilmente per essere compiute dalle istanze dirigenti socialiste: 1) ricompattamento (più apparente che reale) del vertice in vista delle elezioni del prossimo giugno per il rinnovo dei 577 seggi dell’Assemblea nazionale; 2) convocazione di un congresso entro la fine di quest’anno per rimettere tutto in discussione e cambiare il segretario generale. I mesi (se non proprio i giorni) di François Hollande alla testa del partito sono ormai contati perché il malumore emerso ieri tra i ranghi socialisti – emerso e subito soffocato a causa dell’imminenza delle nuove elezioni – esploderà presumibilmente su larga scala dopo la sconfitta (ormai quasi inevitabile) della sinistra in occasione di queste ultime.
Stranamente quasi nessuno sottolinea un altro dato politico importante, connesso con le elezioni di ieri: il declino – probabilmente definitivo – del Front national di Jean-Marie Le Pen. Declino impressionante, se si tiene conto del fatto che alle presidenziali del 2002 Le Pen ebbe il 17 per cento dei voti e riuscì a qualificarsi per il ballottaggio, mentre stavolta ha avuto al primo turno appena il 10,5 per cento ed è giunto al quarto posto. Non solo. Tra i due turni delle presidenziali, il leader dell’estrema destra ha chiesto esplicitamente e in modo molto insistente – quasi si trattasse di una “prova d’amore” – ai suoi seguaci di non andare alle urne, scegliendo quel modo per esprimere il loro malcontento e la loro protesta contro il “sistema”. Invece la partecipazione al voto è stata molto elevata (84 per cento) e non è praticamente mutata rispetto al primo turno. Dunque è chiaro che Nicolas Sarkozy si sta mangiando buona parte dell’elettorato del Front national, in cui tendono a rimanere solo i più esagitati fautori del voto di protesta, i militanti della xenofobia e gli adepti d’una destra che più estrema non si può. Il Front national di ieri era un partito da 15-16 per cento, mentre quello di domani sarà un partito da 7-8 per cento.
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Nicolas Sarkozy
Al tempo stesso Sarkozy si prepara a giocare la carta dell’apertura al centro e anche ai tecnocrati della sinistra moderata. Adesso è lontano da Parigi per una breve vacanza di riflessione, ma il 16 entrerà ufficialmente all’Eliseo, indicherà il nome del suo primo ministro e nel giro di uno o due giorni battezzerà il nuovo governo, presumibilmente composto da un primo ministro più sette uomini e sette donne.
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Anne Lauvergeon
Tra queste ultime potrebbe esserci una manager francese di fama mondiale e di eccezionali capacità, come le signora Anne Lauvergeon, che nella prima metà degli anni Novanta fu stretta collaboratrice dell’allora presidente socialista della Repubblica François Mitterrand e che (tra l’altro) svolse per lui le mansioni di “sherpa”, ossia di organizzatrice dei vertici annuali del G7. L’ipotetico ingresso della signora Lauvergeon (oggi presidente del gigante nucleare francese Areva, sponsor dell’omonima barca all’America’s Cup di vela) nel prossimo governo, che dovrebbe essere guidato in qualità di primo ministro da François Fillon, sarebbe per Sarkozy un autentico “colpaccio” sul piano dell’immagine come su quello della qualità della sua nuova squadra.
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François Fillon
LEGGI ANCHE: Sarkozy, nuovo re di Francia - La Francia vota, si prepara una notte di festa e di tensione
- Lunedì 7 Maggio 2007
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Commenti
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Il 7 Maggio 2007 alle 17:11 gustaveflaubert ha scritto:
Il declino di Le Pen più che definitivo mi pare inelluttabile: alle prossime presidenziali Jean Marie avrà la verde età di 86 anni.
Il 7 Maggio 2007 alle 17:17 gustaveflaubert ha scritto:
E comunque Le Pen in Francia raggiunge percentuali a due cifre, numeri che le destre italiane si sognano. Lei ha idea di chi possa succedergli?
Il 11 Maggio 2007 alle 10:42 Romano: Francia, incognita Bayrou » Panorama.it – Opinioni ha scritto:
[...] Nelle ore che hanno preceduto e seguito il giorno della grande decisione, la scena francese era occupata soltanto da Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy. Come nel sistema costituzionale americano, anche in quello francese le regole vogliono che i riflettori della pubblica opinione si accendano, all’ultimo atto, su due personaggi e che i comprimari della vigilia scompaiano nell’ombra. Era inevitabile quindi che i commenti, nei giorni successivi, si concentrassero sulla sconfitta del candidato socialista e sulla vittoria del candidato gollista. Ma il comprimario del primo turno non è scomparso. Si chiama François Bayrou e ha dimostrato, due settimane prima, di poter contare sul 18 per cento dell’elettorato. Sembra che il 40 per cento dei suoi elettori abbia votato per Sarkozy, il 40 per cento per Royal e il 20 per cento abbia preferito disertare le urne. Un capitale disperso, perduto, inutilizzabile? Bayrou si comporta come se i voti fossero ancora in suo possesso e potessero rappresentare il trampolino di lancio per una nuova avventura. Ha deciso di dismettere, come un vecchio abito, il partito di cui era leader (una formazione di centrodestra creata a suo tempo da Valéry Giscard d’Estaing) e di creare il Movimento democratico. Il calendario politico francese gli dà una mano. La Francia ha un presidente che occuperà il Palazzo dell’Eliseo per cinque anni e disporrà di tutti i poteri che gli sono garantiti dalla costituzione. Ma il parlamento dovrà essere rinnovato in giugno. Sarkozy può nominare il premier, costituire un governo e presiedere le sedute del consiglio dei ministri. Ma non può ignorare che l’efficacia e la sopravvivenza dell’esecutivo dipendono in ultima analisi dall’esistenza, in seno all’Assemblea nazionale, di una maggioranza disposta a sostenerlo. Quello che è parso, qualche giorno fa, il grande epilogo di una bella battaglia politica era in realtà il primo tempo di una commedia in due atti. Il secondo andrà in scena fra qualche settimana e potrebbe essere altrettanto interessante. Sapremo allora se esiste una Francia centrista che si è divisa, in mancanza di meglio, fra i due candidati sopravvissuti alla fine del primo turno, ma preferisce il «giusto mezzo», come veniva definita la politica dei liberali moderati nella Francia di Luigi Filippo. Bayrou ne è convinto e cercherà di fare del suo nuovo partito l’ago della bilancia. Ma non è chiaro per ora quale uso farà della sua forza se le urne gli saranno favorevoli. I suoi amici italiani (Romano Prodi e Francesco Rutelli) vorrebbero che si alleasse ai socialisti e che si creasse così in Francia una forza politica corrispondente al futuro Partito democratico. Ma i socialisti francesi, come da noi i Ds prima dell’ultima scissione, sono divisi fra massimalisti e riformisti. Quanti di essi sarebbero disposti ad allearsi con un centrista moderato e perdere in tal modo la loro identità ideologica? Quale effetto avrebbe l’eventuale successo di Bayrou sulle discussioni che stanno agitando in questi giorni il socialismo francese? A queste domande è impossibile dare risposta oggi. Ma possiamo provare a fare qualche supposizione. Immaginiamo che la somma dei voti conquistati dal Ps e dal Movimento democratico di Bayrou rappresenti la maggioranza dell’Assemblea nazionale. Immaginiamo che i socialisti, pur di rendere la vita difficile a Sarkozy, accettino di allearsi con Bayrou. E immaginiamo infine che Sarkozy, nonostante la vittoria elettorale, si veda costretto a convivere con un governo di centrosinistra. Non sarebbe la prima volta. Vi fu coabitazione all’epoca di François Mitterrand, quando il premier fu il gollista Jacques Chirac. Potrebbe esservene una durante l’era di Nicolas Sarkozy. Sembra che a molti francesi, tutto sommato, non spiaccia avere un presidente azzurro e un governo rosa, o viceversa. Se questo accadesse Sarkozy scoprirebbe che il suo trionfo degli scorsi giorni era soltanto una mezza vittoria. [...]
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