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Giorello e l’Ulster. Il filosofo della scienza interpreta l’alchimia della pace

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  • Tags: Gerry-Adams, Giulio-Giorello, Ian-Paisley, Ira, Irlanda-del-Nord, Ulster
  • 4 commenti

Belfast, i turisti dell'Ira

Giulio Giorello non è solo uno dei massimi filosofi della scienza italiani. È anche un esperto della questione irlandese. Una passione che gli hanno trasmesso i suoi genitori, entrambi repubblicani e antifascisti. Autore della prefazione al libro di Brendan Anderson Joe Cahill. Una vita per la libertà (Bompiani), dedicato a uno dei padri fondatori del movimento repubblicano irlandese, Giorello guarda con speranza a quanto accaduto a Belfast: dopo tre decenni di guerra civile (3600 morti), a nove anni dall’accordo di pace dell’aprile 1998, la nascita di un governo di unità nazionale tra lealisti e repubblicani è un fatto che sarebbe stato impensabile, nelle sei contee dell’Ulster, fino a qualche anno fa. Le nubi però ci sono ancora tutte.
“E questo perché, come diceva Thomas Eliot - afferma Giorello - le guerre civili si sa quando iniziano, ma non si sa quando finiscono”.

Certo, Giorello, che fa impressione vedere la stretta di mano tra due acerrimi nemici come il pastore unionista Ian Paisley ed il dirigente repubblicano Martin McGuinness…
Vede, le guerre civili non finiscono mai. Pensi a quale groviglio di emotività suscita in Italia la parola resistenza. E sono passati cinquant’anni! O come negli Stati Uniti ci si continui ancora a contrapporre, a oltre un secolo di distanza, tra sudisti e yankees. Insomma, aveva ragione Thomas Eliot. Ma sa che cosa le dico?

Dica…
Ho l’impressione che le nuove generazioni siano più sagge. Che siano consapevoli delle loro responsabilità storiche. Ho molta fiducia nei giovani cresciuti nei falls (le periferie, ndr) di Belfast piuttosto che nel ghetto lealista di Shankill…

Basterà la fiducia? Basterà l’autonomia amministrativa per non sprofondare di nuovo nella guerra?
Assolutamente no. Molto dipenderà dagli unionisti, dai repubblicani, ma anche dalle scelte che farà in futuro il governo britannico. Un governo che ha delle responsabilità storiche enormi nei confronti del popolo irlandese e delle sue legittime aspirazioni nazionali

Prima l’autonomia resa possibile dagli accordi di pace del 1998. Ora il governo di unità nazionale. Come si è comportato Tony Blair?
Ha avuto il coraggio di rischiare. Come fecero Mandela e De Klerk in Sudafrica. Come fece un uomo intelligente come Rabin. So che non sarà facile, che le future delusioni potranno rafforzare le varie frange paramilitari, sia unioniste che repubblicane. Ma Blair ha avuto il buonsenso di non considerare quelli come Cahill dei nemici con la N maiuscola, quasi fossero l’incarnazione del male assoluto. Ha riconosciuto insomma che i Cahill e gli Adams erano dei patrioti coi quali era opportuno trovare un accordo. Quello nord-irlandese è stato indubbiamente il più grande successo politico dell’epoca di Blair. Forse l’unico, ma gliene va dato atto.

La guerra civile irlandese è stata una guerra di religione?
No. Era una guerra politica per l’indipendenza e l’emancipazione economica. L’Inghilterra ha strumentalizzato la contrapposizione tra protestanti e cattolici. Ha messo gli uni contro gli altri. Ha storicamente trattato l’Irlanda come l’ultima colonia europea. Si è comportata come una potenza imperialista. Vede, la discriminazione dei nazionalisti, anche sul lavoro, era così forte da far pensare all’apartheid sudafricano

Come si vive oggi in Ulster?
Nel quotidiano i cittadini stanno lentamente uscendo dalle trappole di un passato molto pesante, tragico. Alcuni elementi di separazione stanno cadendo del resto: i posti di blocco tra la Repubblica irlandese e le sei contee, il progressivo ripiegamento delle truppe britanniche. Non è sufficiente, ma potrebbe rafforzare le politiche di dialogo e comprensione reciproca. Tutto però, ripeto, dipenderà dal comportamento dei tre attori di questa partita: gli unionisti, i repubblicani e, non dimentichiamolo, il governo britannico.

Il nuovo governo di unità nazionale chiederà ai gruppi paramilitari di smantellare il loro arsenale. Che cosa accadrà, a quel punto?
Il movimento repubblicano è più flessibile e duttile a livello locale, di quanto non siano i gruppi paramilitari lealisti. E questo è certamente un rischio. Ma questi sono solo i primi passi verso un’emancipazione dal controllo britannico, anche se il premier è uno dei rappresentanti storici dell’unionismo.

Che cosa trae dall’esempio di Joe Cahill, il leader dell’ala dura dell’esercito repubblicano irlandese?
Joe Cahill è stato capo di Stato dell’esercito repubblicano irlandese nel periodo dei troubles. È stato uno dei protagonisti della scissione che ha contribuito a formare l’ala più dura dell’esercito repubblicano: il cosiddetto Provisional Irish Republican Army. È stato però anche uno degli artefici del passaggio dalle pistole alla politica. Negli ultimi anni si convinse che i propri ideali repubblicani e patriottici sarebbero stati meglio serviti da una politica di pace piuttosto che da una di guerra. A patto, è chiaro, che gli inglesi riconoscessero i repubblicani irlandesi come una forza centrale dell’Ulster. La sua scelta ha permesso gli sviluppi di oggi.

Professore, perché è così innamorato dell’Irlanda?
I miei genitori erano repubblicani e antifascisti proprio come gli irlandesi. La lettura di Joyce e Yeats, quando ero ragazzo, mi ha folgorato. E poi va detta una cosa: gli irlandesi sono simpatici, e nonostante tutte le tragedie che hanno subito, hanno conservato uno straordinario senso dell’umorismo. E poi la musica, di una bellezza struggente…

  • paolo.papi
  • Martedì 8 Maggio 2007
Teheran, non c’è solo Ahmadinejad »
« Spencer Tunik: donne nude a Città del Messico, in onore di Frida

Commenti

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Il 31 Luglio 2007 alle 18:57 La lezione nordirlandese. Anche per i militari britannici in Iraq » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: L’alchimia della pace: intervista a Giulio Giorello [...]

Il 1 Agosto 2007 alle 18:58 arap ha scritto:

L’ultima risposta di Giorello non è per niente vera. Gli irlandesi non sono tutti nè repubblicani nè antifascisti; potrei citare solo il fatto che il fascismo irlandese ebbe molti seguaci e rappresentanti illustri. E’ un popolo coraggioso e fiero delle proprie tradizioni: uno come Giorello, noto laicista, semmai starebbe con una minoranza della popolazione.

Il 29 Luglio 2009 alle 12:18 Esclusivo: Irlanda del Nord, parla uno dei capi della nuova Ira » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Com’è la situazione in carcere? Quanti prigionieri politici ci sono? Qui sono stati rinchiusi una trentina di repubblicani che solo negli ultimi due anni hanno riacquistato, dopo la “dirty protest” e decine di altre manifestazioni, lo status di prigioniero politico. Possiamo quindi stare tutti insieme in un braccio del penitenziario, vestire abiti civili, occuparci della nostra educazione. Quello per cui Bobby Sands e gli altri scioperanti della fame sono morti nel 1981. Uno status che era stato cancellato dagli accordi del Venerdì santo (leggi l’intervista a Giulio Giorello) firmato dallo Sinn Fein di Adams e McGuinnes che oggi, non solo si è dimenticato dei suoi ex compagni di lotta, ma ha anche iniziato a chiamarli “traditori” e a prenderne le distanze. Addirittura i prigionieri politici sono stati disconosciuti dallo Sinn Fein che ha cercato di farli trattare come criminali comuni”. [...]

Il 29 Luglio 2009 alle 16:13 italy32csm ha scritto:

ha ragione arap, non tutti gli irlandese sono repubblicani e dall’altra parte non tutti i protestanti sono lealisti. Ho dei grande compagni protestanti che sono repubblicani quanto a me e qualche irlandese che è pro Paisley…..nn è una guerra facile, ne di religione pero. Non lottiamo per la religione ma per la nostra libertà

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