Si chiama Unità di terapia intensiva, ma non ha nulla a che fare con E.R, Dr. House o Grey’s Anatomy. Qui siamo a teatro. A Baghdad, per la precisione. The Intensive Care Unit è il titolo di uno spettacolo che va in scena al teatro nazionale solo durante il giorno, perché quando cala il buio Baghdad diventa una città fantasma e il teatro passa in secondo piano. Fuori recinzioni e filo spinato, come scrive il Washington Post; dentro, una compagnia di giovani attori sunniti, sciiti e cristiani che racconta di autobombe e ironizza sul paese distrutto. Baghdad’s Theater of War, titola per l’appunto il Washington Post. Studenti universitari o neodiplomati che mettono in scena in un solo atto - una metafora? - la vita quotidiana in città. Con le sue ambizioni e i suoi rischi. Tanti.
Come testimoniano anche loro, che raccontano al giornalista del WP di quel collega sunnita fatto sloggiare dal suo quartiere dalla milizia sciita o di quell’altra minacciata perché in scena indossava una canottiera troppo sportiva. Due che hanno mollato il colpo. Gli altri no. Proseguono a recitare, di fatto gratuitamente, per un pubblico non numeroso che si sottopone ogni volta a lunghe perquisizioni. “Il nostro spettacolo è una miniatura della nostra realtà”, racconta Rita, l’unica donna della compagnia. Tempi duri, come facilmente immaginabile, per il teatro iracheno. L’invasione americana e la caduta di Saddam Hussein hanno liberato anche la comunità artistica da censure e costrizioni. Almeno in teoria: “si, adesso possiamo recitare quello che vogliamo” racconta un regista di lungo corso, “ma questa libertà è imbevuta nel sangue”. Un’angoscia, conclude il quotidiano americano, che però sembra almeno in parte svanire quando sul palco salgono gli attori di The Intensive Care Unit.
- Lunedì 21 Maggio 2007
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