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Medico di professione, ministro dell’Informazione, segretario del progressista Palestinian national iniziative (Mubadara), Mustafà Barghouti, 50 anni, è uno dei più importanti leader politici palestinesi. Molto amato tra gli intellettuali di sinistra europei, rappresenta quella parte della società dei Territori che ha rifiutato la deriva militarista della seconda Intifada. Nel gennaio 2005 si è candidato, in opposizione ad Abu Mazen, alle elezioni presidenziali palestinesi. Ha ottenuto circa il 20% dei voti, facendosi portavoce di quelle istanze laiche e nonviolente della middle class palestinese di cui solitamente parlano pochi organi di stampa occidentali. Lo abbiamo intervistato su quanto sta accadendo in questi giorni a Gaza e in Libano, dove le milizie di Fatah al Islam, radicate nel campo profughi di Nahr al-Bared e probabilmente collegate ad Al Qaeda, stanno scontrandosi contro l’esercito di Beirut.
Non bastavano gli scontri interni ai Territori. Ora, a rendere ancora più confusa la situazione, si sono aggiunte le milizie palestinesi del sud del Libano. Voi con chi state?
Ci dispiace molto per quello che è accaduto, ma deve essere chiaro che noi non c’entriamo nulla con le bande armate che hanno scatenato la rivolta. Diciamo chiaramente che sono estranee alla società e al governo palestinese e che sono certamente strumentalizzate dall’estero. Al governo libanese esprimiamo la nostra solidarietà e il nostro aiuto. Di più: ci auguriamo che l’esercito di Beirut protegga dagli attacchi dei ribelli i tanti palestinesi che vivono nei campi profughi.
Le milizie di Al Fatah e Hamas stanno trascinando Gaza verso la guerra civile. Si metta nei panni di Gerusalemme: con chi può aprire una trattativa se il governo che lei rappresenta non riesce nemmeno a controllare le bande armate dei Territori?
Gli scontri tra Al Fatah e Hamas sono cessati da tre giorni. E appena è stato firmato l’accordo, Israele ha cominciato ad attaccarci. In pochi giorni sono state uccise 30 persone, molte delle quali donne e bambini. Hanno persino provato a uccidere un parlamentare palestinese. La verità è che noi possiamo controllare la situazione solo se ci mettono nelle condizioni di farlo. E oggi non è così: siamo un governo sotto ricatto e sotto embargo. Senza risorse. Per colpa di Israele e anche della comunità internazionale (si riferisce all’embargo Ue che ha congelato gli aiuti dopo la vittoria di Hamas del 2006, ndr)
Il rapimento del giornalista della Bbc Johnston. La penetrazione dall’Egitto di cellule fondamentaliste. Non c’è il rischio di un alqaedizzazione/irachizzazione della Palestina?
Ci sono molte forze esterne che interferiscono nei nostri affari interni, è chiaro. Ma è soprattutto Israele in questo momento che soffia sul fuoco delle nostre divisioni. Lo fa per delegittimarci. Ma io vi chiedo: come possiamo isolare le bande estremiste, che pure sono minoritarie, se non abbiamo i soldi per pagare i nostri uomini, se continuano a toglierci le tasse che spetterebbero al nostro governo e al nostro popolo? Lo chiedo a tutti: all’Europa, ai politici israeliani, agli americani…
Il governo palestinese è pronto a rinunciare alla violenza in cambio del ritiro degli israeliani all’interno della Green Line?
Assolutamente, immediatamente. Di più siamo disposti a un completo cessate il fuoco. E anche Hamas è pronta ad accettare una soluzione negoziale basata sul ritiro all’interno della Green Line.
Un altro tema caldo è quello del diritto al ritorno di tutti gli arabi esiliati dalle loro terre. I palestinesi sono pronti a fare delle rinunce?
Anche il diritto al ritorno può essere oggetto di trattativa, ne stiamo discutendo tra di noi. Certo, un diritto è un diritto e va riconosciuto, ma la sua applicazione può essere diversa a seconda del contesto. Sì, siamo pronti a negoziare.
Sarebbe stato meglio trattare con un uomo forte come Sharon?
Non so chi sia meglio tra Olmert e Sharon. La differenza forse è che Olmert è più debole. La sua popolarità in Israele è veramente ai minimi storici. No, purtroppo non vedo partner per la pace in Israele. Questa è la verità. E mi creda: tutti i politici mondiali lo sanno. Solo che riconoscerlo significherebbe ammettere che hanno delle enormi responsabilità nei nostri confronti.
Sente crescere la voglia di una terza Intifada ancora più violenta e cupa della seconda?
Il vero rischio è che se continua l’embargo israeliano e della comunità internazionale l’autorità palestinese collassa. E a quel punto sarebbe peggio per tutti. Anche per l’Europa e gli Stati Uniti, cui rivolgo un invito: che cerchino di di capire la situazione per quella che è. Così come l’ha capita l’ex presidente americano Jimmy Carter (autore di un libro spesso citato dai leader dei Territori, ndr): quella palestinese è una situazione simile all’apartheid sudafricano. Non è una guerra tra due religioni o tra due popoli per un pezzo di terra. E’ una lotta contro l’ultimo stato colonialista e segregazionista del mondo.
Eppure anche l’Islam è diventato in Palestina una bandiera politica. Basta pensare alla vittoria di Hamas nel 2006. La religione c’entra eccome…
No, la nostra è la lotta di un piccolo popolo senza libertà. Stiamo combattendo solo per l’indipendenza come hanno fatto gli indiani con gli inglesi o gli algerini con i francesi. Oppure, se volete, come hanno fatto i sudafricani con il regime dell’apartheid. La verità è che noi vogliamo la pace. E che ogni giorno Israele ci toglie terra e uccide i nostri figli. Basta guardare che cosa è accaduto negli ultimi due mesi, da quando è stato costituito il governo di unità nazionale: non c’è stato un singolo israeliano ucciso. E quanti ne ha uccisi Israele? Ve lo dico io: oltre sessanta persone. Eppure continuano ad accusarci.
- Martedì 22 Maggio 2007
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