Da qualche giorno, in Birmania (o Myanmar, nome ufficiale dopo il colpo di stato del 1988), il futuro del paese sembra ruotare attorno a una data: 27 maggio 2007. Giorno in cui scadranno i quattro anni di arresti domiciliari cui è stata condannata il premio Nobel per la Pace nel 1991 Aung San Suu Kyi al momento del suo ultimo arresto.
Figlia del generale che nel 1943 negoziò l’indipendenza del paese dal Regno Unito, Aung San Suu Kyi, laurea al Lady Shri Ram College di Nuova Delhi e master ad Oxford, dal 1988 combatte per l’indipendenza della propria terra. Una terra dalla storia travagliata: dopo le sanguinose rivolte studentesche del 1988, venne proclamata la legge marziale, poi, nel 1990, si tennero le prime elezioni libere del paese. Aung San Suu Kyi, pur essendosi lanciata in politica solo due anni prima, ottenne la maggioranza alla guida di un movimento non-violento, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), ma non andò mai al potere perché la giunta militare, che ancora oggi ama definirsi il Consiglio per la Pace e lo Sviluppo (Spdc), non riconobbe i risultati dello scrutinio.
Le forti influenze del periodo indiano spinsero Aung San Suu Kyi a intraprendere una lotta per ripristinare la democrazia in Birmania ispirata ai principi del dialogo, della riconciliazione, del rispetto dei diritti umani e della non violenza. Se tutto questo le valse un Premio Nobel per la Pace, non si può dimenticare che gli anni ‘90 segnarono per Aung San Suu Kyi l’inizio di una lunga e quasi ininterrotta detenzione. Primo arresto nel 1995, trasformato in arresti domiciliari nel 2000. Venne rilasciata nel 2002, per poi essere nuovamente fermata nel 2003. Da allora non è mai più stata liberata.
Non si contano, sulla stampa locale, le dichiarazioni dei politici dell’opposizione (ufficialmente il Segretario Generale dell’Nld è ancora Aung San Suu Kyi) che chiedono alla giunta di rilasciare il loro leader. A queste fanno eco le proteste internazionali. Sessanta leader mondiali si sono mobilitati per la causa del premio Nobel birmano. Tra gli altri, Jimmy Carter, George Bush e Bill Clinton. I cittadini comuni, invece, si limitano a pregare, onde evitare che il numero degli arresti e dei fermi nel paese aumenti in maniera esponenziale. La posizione del Nld è chiara: la detenzione di Aung San Suu Kyi non è né legale né corretta. Il Segretario va liberato, entro la fine della settimana.
La risposta dell’Spdc è altrettanto dura: non vi è nulla di illegale nella gestione del paese da parte della giunta militare. Il timore dei birmani è che il 27 il periodo di detenzione di Aung San Suu Kyi venga semplicemente allungato. Ipotesi non troppo remota, dal momento nel 2004 e nel 2006 è successa la stessa cosa.
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Liberatela: l’appello del Parlamento europeo
- Giovedì 24 Maggio 2007
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Commenti
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Il 24 Maggio 2007 alle 14:48 ermete_di_fraia ha scritto:
Nella ex Birmania (ora si chiama MYANMAR, però) da quasi vent’anni (!) c’è una dittatura militare paranazista, la più violenta del mondo. Persecuzioni razziali, censura, produzione di eroina, e un popolo che crepa di fame.
Eppure nessun governo europeo o americano ha mai alzato un dito (a parte i pensionati clinton e carter, ma vabbè).
Il problema a mio avviso è un pochino più complesso della liberazione di Aung San Suu Kyi, che non basta, non deve bastare.
Il 24 Maggio 2007 alle 16:05 quartirolo ha scritto:
(”ex premio nobel”? perchè “ex”?)
Il 25 Maggio 2007 alle 15:56 claudia astarita ha scritto:
Si e’ appreso che il regime militare ha prolungato l’arresto di Aung San Suu Kyi.
Quello che purtroppo era stato previsto nell’articolo si e’ avverato.
Per notizie piu’ approfondite sulla situazione della Birmania-Myanmar, si possono consultare i siti:
http://www.ibiblio.org/freebur.....ma/
http://www.irrawaddy.org/
Il 29 Maggio 2007 alle 13:15 Aung San Suu Kyi: l’incubo senza fine del Nobel birmano » Panorama.it – Mondo ha scritto:
[...] Come era purtroppo previsto, la dissidente Aung San Suu Kyi, leader democratica della Birmania (oggi Myanmar), dovrà trascorrere agli arresti domiciliari, in totale isolamento, anche i prossimi dodici mesi. Unico Nobel per la Pace del mondo che ancora oggi è sottoposto a provvedimenti restrittivi, Aung San Suu Kyi è la figlia del generale Aung San, il padre della lotta per l’indipendenza della Birmania. Dopo aver vinto le elezioni del 1990, quando già si trovava agli arresti domiciliari, è diventata il simbolo delle aspirazione democratiche di un popolo che dal 1988 è governato da una feroce giunta militare. Fonti diplomatiche europee ritengono che la giunta militare, assai poco popolare in patria, abbia deciso di prorogarne gli arresti per evitare che un suo eventuale rilascio (sollecitato da Usa, Onu, Ue) possa provocare una sollevazione democratica del popolo birmano (leggi anche La vicenda di Aung San Suu Kyi). Intanto prosegue la mobilitazione mondiale per chiedere la liberazione del Nobel birmano: sul sito Action Burma è possibile firmare l’appello. Guarda il documentario della Bbc del settembre 2006 var flashObject = new FlashObject(”http://www.youtube.com/v/shUWHisGxAA”,”fm_shUWHisGxAA”,”350″,”288″,”6″,”",”",”",”",”"); flashObject.addParam(”wmode”, “transparent”); flashObject.write(”fo_targ_shUWHisGxAA1842946211″); [...]
Il 2 Ottobre 2007 alle 9:07 Birmania: i sindacalisti assieme ai monaci contro lavori forzati e pulizia etnica » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Cecilia Brighi, 56 anni, cura i rapporti con le istituzioni internazionali e con l’Asia per conto della Cisl. Autrice de Il Pavone e i generali (Baldini e Castoldi), uno dei pochi libri scritti in italiano sulla storia recente della Birmania, ha rapporti quotidiani con i leader e i militanti del Consiglio dell’Unione birmana, la principale organizzazione democratica del Paese con sede a Bangkok cui aderiscono il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, i politici del governo e del Parlamento in esilio, ma anche monaci e studenti, sindacalisti e minoranze etniche oppresse dalla giunta militare che governa Myanmar da vent’anni. Le abbiamo chiesto un parere su quanto sta accadendo in questi giorni a Rangoon. [...]
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