
L’eventualità di un attacco militare americano all’Iran è sempre meno remota. Ma se si concretizzasse, chi nel mondo arabo sarebbe al fianco degli Stati Uniti? E chi potrebbe solidarizzare con Teheran? Le divergenze tra sciiti e sunniti spingerebbero la maggioranza del mondo musulmano a isolare l’Iran? Le risposte si possono intuire dando uno sguardo alla stampa araba.
Innanzitutto non sono in molti, nel mondo arabo, a temere l’atomica iraniana. Almeno a giudicare da un sondaggio citato dall’Arab Online e realizzato dalla società americana Zogby in Giordania, Marocco, Egitto, Arabia Saudita, Libano ed Emirati Arabi Uniti: “Il 25% pensa che si debba fare pressione sull’Iran affinché fermi il proprio programma nucleare, mentre il 60% crede che l’Iran abbia il diritto di avere la sua arma atomica”. E pensare che Teheran dichiara di voler usare le centrali solo per produrre energia e non a scopo militare.
Lo stesso articolo spiega però che sui giornali arabi si parla sempre più spesso e con sospetto dell’”espansionismo persiano” e ricorda che alcuni Paesi arabi sunniti e alleati di Washington (come Arabia Saudita, Giordania ed Egitto) temono l’egemonia sciita iraniana in Iraq e altrove.
Un altro giornale panarabo, Al Quds Al Arabi, ricorda che Re Abdallah di Giordania ha affermato che una guerra contro l’Iran minaccerebbe chiunque senza eccezioni e che la Giordania non presterà il suo territorio per alcun attacco militare contro l’Iran (qui l’articolo in .pdf).
In ogni caso, la richiesta dell’Iran ai Paesi arabi di sostenere il suo programma nucleare è stata accolta con freddezza al recente Forum economico mondiale in Giordania, come sottolinea Al-Sharq Al-Awsat.
Un altro articolo su Al-Sharq Al-Awsat riconosce il diritto dell’Iran a pretendere garanzie sulla propria sicurezza e precisa che “i Paesi del Golfo sarebbero sicuramente disposti a difendere il punto di vista di Teheran se fosse questo l’elemento posto al centro del dibattito, anziché ricorrere alla creazione di un’arma nucleare e innescare guerre per procura in Iraq, Libano e Palestina. La sicurezza dell’Iran è legata a quella degli altri Stati del Golfo”.
E a proposito del Golfo Persico, il Khaleej Times Online, giornale degli Emirati,
scrive che mentre nel 2003, quando George Bush attaccò l’Iraq, l’Iran aveva un ruolo marginale nel Medio Oriente, l’intervento americano ha creato vuoti che Teheran ha saputo sfruttare per “influenzare gli insorti in Iraq, controllare la politica in Libano, creare problemi in Israele, dare preoccupazioni all’Arabia Saudita e dominare la politica della regione. (…) La cautela è necessaria per evitare un ulteriore uso della forza”.
Al-Sharq Al-Awsat dà spazio alle indiscrezioni sulle divergenze emerse in Iran tra il capo dei negoziatori sul nucleare Larijani da un lato e il ministro degli esteri Mottaki e lo stesso presidente Ahmadinejad dall’altro, in merito alla linea tenuta da Teheran nei negoziati con l’Europa. Proprio per queste divergenze, Larijani ha presentato le dimissioni (non accettate dal presidente Ahmadinejad) per la quinta volta in pochi mesi.
Infine, mentre nuove sanzioni economiche contro l’Iran stanno probabilmente per essere decise dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il Jordan Times ospita un articolo che fa un bilancio delle misure già applicate, rivelando che le sanzioni, in particolare quelle americane, hanno danneggiato l’economia iraniana molto più pesantemente e velocemente di quanto ci si potesse aspettare.
LEGGI ANCHE: Usa e Iran s parlano, ma è tutt’altro che pace
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- Lunedì 28 Maggio 2007

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Il 10 Dicembre 2007 alle 10:06 Ahmadinejad 2.0: adesso parla al mondo anche dal suo blog » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] “Una grande vittoria”. Così Mahmoud Ahmadinejad ha definito il recente rapporto (qui in formato pdf) con cui i servizi segreti americani hanno fatto dietrofront sul dossier atomico: l’Iran ha sospeso il suo programma nucleare dal 2003 (il che ha procurato non pochi imbarazzi a George W. Bush). “È stato l’ultimo colpo a coloro che con falsi slogan e pretesti hanno creato per alcuni anni un’atmosfera di minacce, tensioni e preoccupazioni” ha spiegato Ahmadinejad in un messaggio televisivo trasmesso a reti unificate. Ma da un anno a questa parte il leader ultraconservatore iraniano non sembra volersi accontentare soltanto dei fin troppo allineati media televisivi nazionali. E ha iniziato a lanciarsi anche nella comunicazione online. Non solo attraverso le ingessate e agiografiche pagine istituzionali, ma anche attraverso un blog personale. Ovvero il massimo dell’apertura e del confronto aperto con i cittadini. Almeno in teoria. Tutti i contenuti sono tradotti in quattro lingue (inglese, francese, arabo, persiano) per favorire il dialogo con gli utenti di tutto il mondo. Un rischio che espone il regime a critiche inattese o un’azzeccata mossa propagandista, per costruirsi una reputazione up-to-date tra le giovani generazioni ? Entrambi le cose, a osservare come lo staff ha gestito il blog in questo primo anno di vita. Dopo diversi mesi di abbandono, di recente Ahmadinejad ha preso a postare più di frequente. Ammettendo anche di leggere tutti i commenti, sia quelli più critici che quelli di incoraggiamento. E in parte il risultato è centrato: molti messaggi di ammirazione provengono proprio da utenti occidentali. Colby Brown dagli Stati Uniti scrive: “Dio benedica l’Iran. Bush e Israele non sono sicuri per l’Iran”. “Congratulazioni per il discorso alla Columbia University. Spero che l’Iran riesca ad ottenere il nucleare”, scrive un altro americano all’indomani della visita alla storica università di New York. [...]
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