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Archivio di Giugno, 2007

Londra: il pub diventa ambasciata, per evitare il divieto antifumo

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  • Tags: Bob-Beach, divieto-antifumo, Londra, pub, Redonda
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Domenica 1° luglio entra in vigore in Inghilterra la legge per il divieto di fumo nei luoghi pubblici. Sebbene gli inglesi l’abbiano accolta positivamente e come un incentivo a smettere di fumare, c’è un uomo che sta mettendo in crisi il sistema.

Bob Beach, proprietario del pub The Wellington Arms, a Southampton, potrebbe aver trovato il modo per essere l’unico locale in tutta l’Inghilterra in cui sarà consentito fumare. Per riuscirci, sta cercando di trasformare il suo pub nell’ambasciata di Redonda: una piccolissima isola dei Carabi e quindi non soggetta alle leggi inglesi.

Il signor Beach ha spiegato a Panorama.it che l’idea gli è venuta da un suo cliente, attraverso il quale è riuscito a farsi nominare prima Cavaliere, e poi Console del Regno di Redonda, come attesta una targa sul muro del suo pub, che proclama il locale Consolato dell’isola su territorio inglese. Secondo gli esperti la possibilità che il pub diventi anche ambasciata è remota - “Redonda è un territorio, non una nazione” è la dichiarazione del Ministero degli Esteri - ma Beach ostenta ottimismo.

Tutto questo impegno e l’inventiva sarebbero ammirevoli e anche divertenti, se non fosse che cercano di contrastare una legge fatta per salvare migliaia di vite.
Il governo Inglese si aspetta che con questa legge 700 mila persone siano indotte a smettere di di fumare quest’anno e conta quindi di ridurre drasticamente i 106 mila morti annui per malattie collegate al fumo. Secondo Ash, un’associazione per eliminare i danni causati dell’uso di tabacco, grazie alla legge antifumo saranno addirittura 4 milioni - il 40 per cento circa dei fumatori - gli inglesi che cercheranno di smettere di fumare nei prossimi 12 mesi.

  • bartoloansaldi
  • Sabato 30 Giugno 2007

Londra: l’ombra di Al Qaeda dietro il fallito attentato di questa notte

OkNotizie

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  • Tags: Al Qaeda, attentato, Gordon-Brown, inghilterra, terrorismo-islamico
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Gordon Brown: ci troviamo davanti a una minaccia seria e costante per la sicurezza del nostro paese

C’è l’ombra di Al Qaeda dietro il fallito attentato di questa notte nel cuore di Londra? L’ipotesi, paventata da Scotland Yard (conferenza stampa audio: ascolta) dopo il ritrovamento questa notte di un’autobomba in un’area molto affollata dietro a Piccadilly Circus, non trova ancora conferme ufficiali. Secondo fonti della polizia londinese citate dai quotidiani britannici, ci sarebbe però più di un motivo per dare credito alla pista che porta a una scheggia del terrorismo islamico, che già aveva colpito la tube di Londra il 7 luglio 2005.

L’ordigno ritrovato all’interno della Mercedes verde parcheggiata davanti al club notturno Tiger Tiger (telecomandabile a istanza da un cellulare) è infatti - secondo i vertici della polizia - “molto simile alle autobomba impiegate in Iraq” e avrebbe quasi certamente causato un numero “considerevole di morti e feriti” se non ci fosse stato il pronto intervento degli artificieri allertati dall’autista di un’autoambulanza. Caricato con chiodi, gas e taniche di benzina, l’ordigno è stato costruito - secondo un esperto citato da The Guardian - da un certo numero di “abili dilettanti” che comunque avrebbero potuto provocare una strage. Haymarket, vicino alla frequentatissima zona di Piccadilly, è stata chiusa al traffico. Il livello di allerta è sempre al secondo livello - quello ‘grave’ su una scala di cinque - come due anni fa all’indomani degli attentati del 7 luglio 2005 nella tube di Londra. Come conseguenza del clima di paura che si è creato in seguito alla diffusione della notizia sull’autobomba, pronta a esplodere proprio nel giorno dell’insediamento di Gordon Brown, si sono succeduti nel corso di tutta la giornata una serie di falsi allarmi nel cuore della capitale inglese. Segui l’evento su Bbc online.

GUARDA: La copertura live dell’evento - I servizi video della Bbc - Londra: la mappa dell’attentato

Il servizio ANSA sul mancato attentato

  • redazione
  • Venerdì 29 Giugno 2007

La cucina cinese tra spiedini di scorpione e nouvelle cuisine

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  • Tags: Cina, cucina-cinese, hong-kong, Lo-Kam-Wai, nouvelle-cuisine, Pechino
  • 2 commenti

La cucina di un ristorante da strada a Shanghai.<br /> [i](Foto: Marco Cerbo)[/i]

La reazione più comune davanti a un qualunque piatto della cucina cinese è riassumibile in una domanda: ma che cosa diavolo ci hanno messo dentro? Per quanto non esista città in occidente dove non sia stato aperto un ristorante cinese, solo mettendo piede in oriente si capisce perché i cinesi che vivono all’estero lamentino così spesso la loro scarsa autenticità.

Anche agli occhi di un occidentale, la cucina cinese si divide in due macro categorie: quella di strada e quella d’elite. Partiamo dalle similitudini. Dice a Panorama.it lo chef Lo Kam Wai, famosissimo ad Hong Kong per i piatti serviti allo Yé Shanghai (Notti a Shanghai), ristorante shanghainese situato a Pacific Place 1, uno dei centri commerciali più famosi di HK: “Gli ingredienti principali della cucina cinese, escludendo minime varianti regionali, sono molto simili”. Tantissima verdura, pollo, maiale, anatra, pesce (di fiume o di mare a seconda di dove ci si trova) e naturalmente riso o “mian tiao” (gli spaghetti cinesi). Inoltre, che ci si ritrovi per strada o in ristoranti lussuosi, i pasti per i cinesi restano un momento importante di convivialità. E lo si vede dal modo in cui si servono i piatti. Rigorosamente posta al centro della tavola, ogni pietanza è tagliata in pezzettini piccolissimi in modo da permettere ad ogni commensale di assaggiarne una parte. Solo il pesce viene lasciato intero, per ragioni culturali. Si tramanda, infatti, che questo sia l’unico modo per preservarne la freschezza.

Passando alle differenze, la cucina di strada è sicuramente più rustica. Tutto viene cotto sul momento, pescando gli ingredienti da vari cestelli allineati l’uno all’altro per ributtarli in un grande pentolone a cui vengono aggiunti, a seconda dei gusti, riso o noodles per la frittura finale. Naturalmente all’aria aperta, visto che non sono rari i ristorantini con la cucina esterna, sui marciapiedi di vialetti o vicoli. La cucina di strada è ricca di snacks, tra i quali si notano evidenti diversità regionali. A nord (Pechino), scarafaggi, scorpioni, stelle e cetrioli marini vanno per la maggiore. Al centro (Shanghai) sono più diffusi gli “xiaolongbao“, ovvero piccoli ravioletti, ripieni di carne e brodo, e al sud (Hong Kong) ci sono verdure e polpettine di pesce o di carne impanate nella farina e fritte (”you zha“, come si usa chiamarle qui, letteralmente: “sprofondate nell’olio”) o cotte nella soia.

Ma la cucina cinese, ci tiene a precisare lo chef Lo, è tradizionalmente molto più varia ed elaborata. Se ci si sofferma ad analizzare solamente quella shanghainese, bisogna anzitutto differenziare tra la cucina “Zheijiang“, più ricca, che si basa sulle carni, ricorre all’uso di salse molto concentrate e ha tempi di cottura piuttosto lunghi, e la “Jiangsu“, più leggera e associata a piatti di pesce. Yé Shanghai le ripropone entrambe, con i suoi “pesce giallo in ogrodolce con arachidi” e “gamberetti di fiume fritti” (Jiangsu) o “ribollita di pinna di squalo con pollo e prosciutto Jinhua” e “pollo ubriacato” con vino di riso (Zhejiang). Certo, alcuni di questi piatti sono stati reinterpretati, seguendo una sorta di nouvelle cuisine locale. Eh sì, anche gli chef cinesi fanno le loro sperimentazioni, soprattutto per soddisfare il desiderio di novità tipico delle nuove generazioni. Da Yé Shanghai, ad esempio, i piatti vengono accompagnati con vino bianco cinese anziché con il té, servito comunque a fine pasto. Chef Lo rivela anche di utilizzare moltissimo l’aceto nero (e non si pensi al balsamico) e la pasta di fave per insaporire i piatti…ma resta misterioso sulla sua ricetta per il piatto più famoso di Shanghai: il Pesce mandarino. “Difficile da descrivere”, dice lo chef: “Va semplicemente provato”. Bisogna dargli ragione: è ottimo.
Un’ultima indicazione: per chi volesse sperimentare una cucina cinese autentica, è consigliabile avvicinarsi prima ad un ristorante di nouvelle cuisine. Va riconosciuto, però, che anche spiedini di scorpioni, lumache o cavallucci marini hanno il loro fascino. Forse, più per la vista che per il palato.

I piatti della cucina cinese: guarda la gallery

  • claudia astarita
  • Venerdì 29 Giugno 2007

San Paolo “no logo”

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  • Tags: Gilberto-Kassab, no-logo, pubblicità, San-Paolo
  • 8 commenti

http://www.flickr.com/photos/jeffbelmonte/143692551/
Immaginate una metropoli come New York all’improvviso senza più cartelli pubblicitari né insegne luminose o schermi elettronici su cui scorrono gli spot.
Se per New York solo l’immaginazione può arrivare a tanto, in quella che è considerata la New York dell’America Latina, e cioè San Paolo con i suoi 20 milioni di abitanti, questa è ormai la realtà. Tutto merito, o colpa, dipende dai punti di vista, di una legge municipale entrata in vigore dal primo gennaio di quest’anno. Una legge che impedisce ad insegne, cartelli e quant’altro veicoli pubblicità di penzolare dai grattacieli della metropoli. Obiettivo: città pulita. Ma San Paolo su questo si è spaccata in due.

Da un lato ci sono gli entusiasti, a partire dal sindaco Gilberto Kassab che vuole disfarsi di circa 15 mila insegne. Con lui si sono schierati una sfilza di architetti, intellettuali, paesaggisti che vedono realizzato il sogno di una metropoli ideale, dove a svettare siano solo le altezze perfette e armoniose degli edifici. E anche molti cittadini di San Paolo, felici di poter ammirare angoli antichi della loro metropoli, sino a ieri nascosti dalle enormi insegne pubblicitarie, ma anche statunitensi che, in questo forum su Flickr, si dicono entusiasti della decisione di Kassab e vorrebbero che l’esperimento fosse esteso nelle loro città.
D’altro lato, però non mancano le polemiche e i detrattori. A partire da chi con le affissioni e la pubblicità ci campa. Secondo l’associazione commercianti di San Paolo con questa legge vengono meno le regole di base del mercato e del capitalismo. Senza parlare delle perdite di guadagni stimata dalle stesse aziende intorno ai 900 milioni di reais (circa 350 milioni di euro) e il lavoro a rischio di circa 700 persone impiegate nel settore della cartellonistica pubblicitaria. Sei le aziende che finora hanno tentato di bloccare il provvedimento. E spaventati sono anche le società che gestiscono i 72 centri commerciali della città che da sole generano un quarto dell’intero fatturato di tutti i centri commerciali del Brasile. “I tempi per mettersi in regola sono stretti”, si lamentano, “e le multe, che partono da 9000 reais in su (circa 3500 euro) certo non aiutano”. Schierati con i commercianti anche molti consumatori che vedono in pericolo una forma di espressione oltreché di informazione sui prodotti da acquistare. E che temono che senza la luce di quei cartelloni di notte le strade diventino più pericolose del solito.
Addio, insomma alle colorate pubblicità di jeans o cellulari, addio alle insegne di banche e di sexy shop. Non ci saranno neanche più i depliant distribuiti per strada, né pubblicità sugli autobus, né sui taxi. Perfino le semplici insegne dei negozi verranno fortemente ridimensionate. Insomma, la guerra alle immagini qui a San Paolo è appena cominciata, ma stavolta in silenzio. Senza loghi né pubblicità.

  • paolo.manzo
  • Venerdì 29 Giugno 2007

Nigeria: la Pfizer sotto processo per test clinici su bambini

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  • Tags: bambini-cavia, farmaco, food-and-drug-administration, giustizia, meningite, Nigeria, Pfizer, Trovan
  • 5 commenti


La Corte suprema federale della Nigeria ha rinviato al 20 luglio l’inizio del processo intentato dal governo nigeriano contro la Pfizer. Il gigante farmaceutico americano è accusato di aver tenuto nascosto alle autorità del paese africano test clinici effettuati su bambini nel corso di una cosiddetta “operazione umanitaria”. Ma andiamo con ordine.

Nel 1996 in Nigeria esplode un’epidemia di meningite che nel giro di poche settimane falcia la vita di oltre 15mila persone, in maggioranza bambini. La Pfizer avrebbe approfittato dell’emergenza sanitaria per testare un nuovo prodotto, il Trovan, approvato nel 1997 dalla Food and Drug Admistration per essere somministrato unicamente agli adulti. Ma il danno era già fatto: su 200 bambini nigeriani testati nel ‘96, si contano undici decessi e numerosi casi di infezione (sordità, paralisi, lesioni cerebrali, cecità). Passano undici anni e il 4 giugno scorso la Nigeria chiede alla Pfizer un risarcimento pari a sette miliardi di dollari. La Corte suprema federale accoglie la denuncia secondo la quale “Pfizer non ha mai rivelato la sua intenzione di compiere esperimenti su vittime vulnerabili o di condurre test clinici, peraltro mai approvati dalla Nigeria, mentre invece sosteneva di voler dare un aiuto umanitario”. “Falso” risponde l’avvocato della casa farmaceutica Afe Babalola: “Esistono documenti che dimostrano che prima del suo arrivo, Pfizer ha scritto al governo federale della Nigeria. Il mio cliente” aggiunge l’avvocato “non ha fatto nulla clandestinamente”. Ma i giudici nigeriani oppongono un no secco alla richiesta della Pfizer di evitare la causa di risarcimento.

Nel contempo però il colosso farmaceutico ha incassato una prima, piccola vittoria. Il giudice della Corte suprema federale ha respinto la richiesta del pubblico ministero di portare in giudizio 85 nuovi casi di bambini gravemente colpiti dal Trovan, motivando “errori di procedura giudiziaria”. Un sospiro di sollievo per la multinazionale americana, già coinvolta in un altro processo. Sempre in Nigeria e sempre nell’ambito dello scandalo “bambini-cavia”, lo Stato di Kano (Nord del paese), dove sono stati effettuati i test clinici, ha deciso di seguire il governo nigeriano chiedendo alla Pfizer risarcimenti pari a 2,75 miliardi di dollari.

Leggi la storia di Dora Akunyil, responsabile della lotta alle medicine contraffatte in Nigeria.

  • joshua.massarenti
  • Giovedì 28 Giugno 2007

Shimon Peres: mi sono innamorato di mia moglie grazie a Marx

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  • Tags: Gerusalemme, Israele, Shimon-Peres
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Ad un età in cui la maggior parte dei leader politici si è ormai ritirata dalla scena, Shimon Peres è diventato a 84 anni compiuti presidente dello stato d’Israele, sostituendo Moshe Katsav, coinvolto in una sporca faccenda a sfondo sessuale. Al quotidiano moscovita MK ha rilasciato un’intervista nella quale, cosa insolita per un politico, ha parlato della sua vita personale. Sposato da oltre 60 anni, la prima cosa che ha fatto dopo l’elezione è stata telefonare alla moglie dicendole: “Hai sposato un pastore, ed adesso ti ritrovi con un presidente”.

Il ricordo del suo primo incontro è ancora vivo: lui studiava all’istituto agrario e lei era la figlia del suo insegnante. “Fu amore a prima vista, io le leggevo versi e brani del Capitale di Marx”, non esattamente letteratura romantica. “Sono convinto che il marxismo ci abbia molto aiutato nella nostra storia d’amore”, aggiunge lui con un luccichio negli occhi. “Ci sposammo il 1 maggio 1945, al vestito dello sposo ci pensarono i miei amici, presero una giacca militare verde e la spruzzarono di inchiosto nero, i pantaloni erano quelli soliti, di flanella grigia. Non chiesi la mano di mia moglie ai suoi genitori perché loro avrebbero preferito un marito ingegnere o medico. Mio padre era allora prigioniero in Germania e noi non sapevamo nulla del suo destino”. Quella di Peres è una famiglia molto unita, ma nessuno dei figli ha seguito le orme del padre. “Mia figlia è docente di filologia, il secondo figlio dirige una clinica veterinaria, mentre il terzo era pilota militare ed adesso gestisce un’azienda hi tech”.

Riguardo alla ripartizione dei compiti domestici, la sua risposta è molto chiara: “Mia moglie cucina e io lavo i piatti”. Non nasconde che nel corso di 60 anni di vita coniugale ci sono stati dei momenti di difficolta, ma “nella vita familiare come nella politica bisogna giungere ad alcuni compromessi. Le crisi nelle relazioni avvengono tra due persone e debbono essere risolte in due”. A tavola marito e moglie vanno abbastanza d’accordo, anche se lui ama il vino, (”ho una splendida collezione di vini di vari paesi”), e lei no. I gusti culinari di entrambi sono piuttosto frugali: “A casa preferiamo il cibo semplice, contadino, kefir, pane buono. Insalata, pochi grassi, pochi zuccheri. Spesso, quando mangi nei migliori ristoranti, ti accorgi che la cosa migliore del menù sono il pane e il burro”. Quando scadrà il suo mandato, Shimon Peres avrà 91 anni: un fatto che non scandalizza nessuno in Israele, un paese in cui evidentemente sanno apprezzare la saggezza degli anziani.

  • evgeny utkin
  • Giovedì 28 Giugno 2007

Si chiude l’era Blair, è finalmente il giorno di Gordon Brown

OkNotizie

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  • Tags: Downing street, Gordon-Brown, Gran-Bretagna, tony-blair
  • 6 commenti

Per la Gran Bretagna si chiude un’epoca: dopo dieci anni e tre mandati consecutivi, Tony Blair rimette il suo mandato e assume l’incarico di inviato speciale del Quartetto in Medio Oriente. Lascia a Gordon Brown una Nazione per certi versi migliore di come l’aveva trovata dieci anni prima: più prospera, meno centralista, con tassi di sviluppo senza eguali almeno in Europa e anche pacificata con i repubblicani nord-irlandesi. Non sono risultati trascurabili per un politico.

A questa trasformazione Brown ha dato un contributo decisivo, spesso trascurato dai media: come ministro dell’economia dal 1997 al 2007 è stato l’ideologo della terza via della new left di Blair, all’insegna di un thatcherismo dal volto umano che ha consentito al partito laburista di sfondare nella middle class delle professioni e degli affari, tagliando quel cordone ombelicale coi sindacati che aveva condannato la sinistra inglese a un ruolo marginale negli anni della rivoluzione thatcheriana.

Brown parla ai laburisti: grazie Blair, ma…

Diversamente dal seduttivo Blair, Gordon Brown è un leader dai tratti ruvidi e secondo i suoi avversari anche un po’ stalinisti. Aria mansueta e stile austero, ha vissuto per tutta la sua vita di pane e politica lontano dai riflettori. Figlio di un severo pastore presbiteriano, è rimasto single fino al 2000, quando - mettendo indirettamente a tacere i pettegolezzi sulla sua omosessualità - si è sposato con Sarah, la prossima first Lady, una psicologa molto sixties già ribattezzata l’anti-Cherie per il suo stile tutt’altro che impettito e borghese. Gran lavoratore, Brown ha sempre cercato di evitare media e pettegolezzi, trovando solo nel lavoro quel riscatto sociale di cui ha parlato nel suo discorso di insediamento.

Un discorso nel quale ha messo l’accento sulla tradizione egualitaria del Labour (ascolta: l’audio). Ha parlato di sanità, di istruzione pubblica, di recupero della fiducia nella politica: insomma il vecchio armamentario laburista. Non ha speso troppe parole - e non è un caso - sulla guerra in Iraq, da cui non ha mai potuto prendere apertamente le distanze, avendo fatto parte per dieci anni del governo Blair: “L’errore non è stata la guerra, ma la gestione del dopoguerra”, ripete spesso per cavarsela dagli impicci. Secondo gli uomini immagine del New Labour, Brown ha un grave handicap mediatico: il look stropicciato e sgualcito, i capelli ispidi, l’accento grevemente scottish. Insomma: diversamente da Blair è più serio e affidabile ma è meno glamour, ha meno appeal.

Guarda il servizio video:

In realtà, il successo del prossimo premier britannico dipende da questioni essenzialmente politiche: come produrre una discontinuità con il blairismo senza rinnegare dieci anni di buongoverno? Come prendere le distanze da certi eccessi di unilateralismo filoamericano senza disimpegnarsi da Iraq e Afghanistan? Come recuperare l’elettorato pacifista del Labour (attrattato dall’astensione o dai Liberali) senza dire che, sì, la guerra in Iraq è stata un errore? Cambiare senza rinnegare, riconoscere la grandezza di Blair senza rimanerne prigionieri: uno slogan, certo. Ma Brown dovrà cercare di metterlo in pratica prima di vedersela con Cameron. Che è ancora in testa nei sondaggi, ma un po’ più impaurito di ieri.

Sfottò antiBrown su Youtube

LINK
Credi in Dio? I lettori dell’Indipendent intervistano Brown - Le nuove priorità del governo Brown - Dieci anni di blairismo: le immagini -

  • paolo.papi
  • Mercoledì 27 Giugno 2007

Smilitarizzazione in Corea del Nord: un passo avanti, uno indietro

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  • Tags: Agenzia-Internazionale-per-lEnergia-Atomica, Corea del Nord, Yongbyon, Yonhap
  • 2 commenti

Un passo avanti e due indietro. La Corea del Nord gela i suoi interlocutori. Poche ore dopo l’annuncio del prossimo sopralluogo degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica al reattore nucleare di Yongbyon, Pyongyang avrebbe lanciato questa mattina, secondo l’agenzia di stampa sud-coreana ‘Yonhap’, un missile a corto raggio dalla portata di un centinaio di chilometri. L’ordigno, probabilmente del tipo anti-navale, sarebbe precipitato nel Mar del Giappone. La ‘Yonhap’ citava fonti governative riservate. Così riservate che ufficialmente le autorità di Seul non hanno confermato, ma non hanno neppure smentito. Sarebbe il terzo tra i lanci del genere effettuati quest’anno dal Nord, concentrati in poco più di un mese. Un segnale in chiara controtendenza rispetto al via libera alla visita - dopo cinque anni, in cambio di greggio - dei rappresentanti dell’Aiea a Yongbyon.

  • redazione
  • Mercoledì 27 Giugno 2007
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