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Antonio Cassese: perché stavolta scommetto sul tribunale Hariri dell’Onu

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  • Tags: Aja, Antonio-Cassese, Beirut, Carla-Del-Ponte, Corte-penale-internazionale-per-i-crimini-nella-ex-Jugoslavia, giustizia-internazionale, Libano, Rafik-Hariri, Tribunale-penale-internazionale, Winston-Churchill
  • Un commento

[i](Credits: Ansa)[/i]
Tribunali penali internazionali. Nella ex Jugoslavia (1993). In Rwanda (1994). A Timor Est (2000). In Sierra Leone (2002). E ora in Libano. Il professor Antonio Cassese, ex presidente della Corte penale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia dal 1993 al 1997, è moderatamente ottimista. Anche sul Tribunale che dovrebbe far luce sull’omicidio Hariri. Conosce alcuni giudici libanesi che probabilmente affiancheranno quelli nominati dall’Onu, li stima, e, sui crimini di guerra, non vuole piegarsi a quella logica sostanzialista che fece dire a Winston Churchill: “I gerarchi nazisti? Passarli per le armi”. Prevalse l’idea di F. D. Roosvelt. Ovvero: Norimberga. Il primo passo verso una vera e propria giustizia penale internazionale.

Professore, lei è stato presidente anche del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. E a quindici anni dalla sua istituzione, Mladic, Karadzic e altri criminali di guerra sono ancora a piede libero. Perché dovremmo essere ottimisti sul Libano?
Le faccio solo qualche esempio sulla ex Jugoslavia. Circa 120 criminali di guerra sono stati sottoposti a processo. Alcuni sono stati prosciolti. A tutti gli imputati, e non solo a Milosevic, è stata assicurata una difesa di altissimo livello. Mica avvocaticchi, ma principi del Foro, i migliori sulla piazza internazionale. Qualche risultato, davvero, lo abbiamo ottenuto. Rispettando l’imparzialità del processo. E poi ripeto: l’alternativa a un sistema penale internazionale garantista è quello cui pensava Churchill. È quello che vogliamo?
Eppure, un giorno sì, l’altro pure Carla del Ponte strepita perché, dice, ha le mani legate…
E ha ragione. Il vero tallone d’Achille della giustizia penale internazionale è l’assenza di una polizia giudiziaria autonoma che raccolga prove, esegua mandati di cattura e trascini a giudizio gli imputati. Per arrestare qualcuno, invece, bisogna telefonare a Roma, a Zagabria, o a Belgrado e poi chiedere: mi sequestrate quel documento? Insomma, ci si basa sul livello di collaborazione politica degli Stati. Ma di limiti ce ne sono altri, se è per questo.
Quali?
La lunghezza dei processi. E l’alto costo di gestione, per esempio del Tribunale sulla ex Jugoslavia. Si parla di circa 135 milioni di dollari all’anno. Ci lavorano mille e cento funzionari di 81 paesi. E poi sa quanto guadagnano gli avvocati degli imputati? Fino a 20 mila dollari al mese. Tutto a carico del Tribunale, perché tutti gli imputati dicono di essere indigenti e quindi non nominano i propri legali
A Roma nel 1998 è stato invece istituita la Corte penale internazionale sui crimini di guerra, sul genocidio e i crimini contro l’umanità. Ma se qualcuno volesse istituire un processo sui presunti crimini di Putin in Cecenia o di Bush a Guantanamo non può farlo. Ecco perché non c’è molta fiducia.
È vero: al trattato di Roma hanno aderito 104 Paesi su 200. E mancano alcuni Paesi chiave. Come gli USA, la Russia, il Giappone, Israele, i Paesi arabi (salvo la Giordania). Ma le rovescio il ragionamento: oggi, se qualcuno vuole mettere sotto processo un soldato inglese o italiano che si fosse macchiato di crimini contro l’umanità in Iraq può farlo. Certo bisogna fare ancora molta strada, ma dice che è poco?
No, ma il diritto è sempre basato sui rapporti di forza.
La politica internazionale condiziona i tribunali. Ma i giudici internazionali sono tutti equi e imparziali. Li conosco. E mi fido. E poi alle spalle abbiamo molti anni di esperienza. Non siamo più al 1993, quando fu istituito il Tribunale penale internazionale sulla ex Jugoslavia. Di esperienza, ne abbiamo fatta.
È ottimista sul Tribunale Hariri?
Nonostante i problemi politici legati all’opposizione di Hezbollah e alla prossima scelta della sede che probabilmente sarà Cipro, il sistema di diritto penale in Libano è moderno e civile. E i giudici libanesi che affiancheranno quelli delle Nazioni Unite saranno scelti dal governo Siniora che poi li proporrà al Segretario generale dell’Onu. Abbiamo molti livelli di garanzia e lì, davvero ci sono giudici eccellenti. E poi questo Tribunale è davvero importante. Perché la scommessa è quella di fare tesoro, anche sul piano della procedura penale, di tutte le esperienze precedenti. Creando un tribunale efficiente, che non costi troppo, che faccia tutto in 3 anni e che sia assolutamente garantista. Non nascondo le difficoltà, ma forse siamo partiti col piede giusto.

LEGGI ANCHE: Il Tribunale Hariri spacca Il Libano. E avvicina Siria e Iran

  • paolo.papi
  • Venerdì 1 Giugno 2007
Il Patriarcato di Mosca si adegua ai cellulari: nasce il conforto spirituale mobile »
« Il Tribunale Hariri spacca il Libano. E avvicina Siria e Iran

Commenti

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Il 5 Giugno 2007 alle 16:40 L’Aia processa l’ex presidente liberiano Charles Taylor » Panorama.it – Mondo ha scritto:

[...] Dopo l’ex Jugoslavia, il Rwanda, Timor East, Sierra Leone, Repubblica democratica del Congo, ecco che in attesa del Libano, la giustizia internazionale ha ufficialmente avviato il caso Liberia. Ieri si è aperto infatti all’Aia il processo contro l’ex presidente liberiano Charles Taylor. Una prima assoluta, quella di un capo di Stato africano costretto a fare i conti con un passato che più di torbido di così non si può. Sul suo conto pesano responsabilità pesantissime nelle guerre civili che hanno devastato la Liberia e la Sierra Leone tra 1989 e il 2003. Gli undici capi d’imputazione emessi dal Tribunale speciale della Sierra Leone (Tssl) racchiudono una piccola galleria degli orrori che, oltre agli scontatissimi “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”, includono mutilazioni su civili, cannibalismo, schiavitù sessuale e arruolamento forzato di bambini-soldato. Arrestato nel marzo 2006 dopo un ennesimo tentativo di fuga rocambolesca dalla Nigeria al Camerun, Taylor era stato trasferito all’Aia anziché in Sierra Leone per motivi di sicurezza. Ora, nonostante il suo rifiuto di comparire in aula, dovrà rispondere della morte di oltre 400mila persone. [...]

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