
Il memoriale dei desaparecidos a Montevideo
3.612 pagine che svelano tutti i dettagli più scabrosi della dittatura che, tra il 1973 e il 1985, tenne in scacco la popolazione di Montevideo e dintorni. Ci sono voluti mesi di dibattiti parlamentari e una legge ad hoc, ma alla fine l’Uruguay ce l’ha fatta a fare i conti con il suo recente passato e a metterlo a disposizione di tutti sulla piazza virtuale di Internet. Da ieri, infatti, per decisione del presidente dell’Uruguay Tabaré Ramón Vásquez Rosas, queste 3.612 pagine sono direttamente consultabili sul sito Internet della presidenza della repubblica del paese sudamericano.
Cinque volumi (file pdf) che fanno di quest’inchiesta la più grande ricerca mai fatta in Uruguay sui “detenuti desaparecidos” negli anni in cui i paesi dell’America Latina erano quasi tutti sotto il giogo di dittature militari di destra. Dal Brasile (1964-1985) al Cile di Pinochet (1973-1990), passando per l’Argentina (1976-1983), la nazione dove, in solo otto anni, il numero dei desaparecidos fu di gran lunga superiore a tutte le altre, con oltre 30mila vittime che si volatilizzarono nel nulla, come testimonia il rapporto della Commissione Nazionale per la Sparizione di Persone (Co.Na.Dep.) presieduta dallo scrittore Ernesto Sábato e la cui sintesi è stata pubblicata nel libro Nunca más (”Mai più” in italiano).
In Uruguay i desaparecidos furono oltre 200, decisamente meno che in Argentina, ma la metodologia e il modus operandi degli “squadroni della morte” uguali. Anzi, fu proprio il metodo di eliminare di nascosto gli oppositori politici inaugurato a Montevideo che, tre anni dopo, fu preso a modello e perfezionato dalla dittatura argentina. Il Nunca más uruguayano prova l’esistenza di cinque unità militari che funzionavano come centri di reclusione, di otto centri clandestini di prigionia e di nove luoghi in cui, assai presumibilmente, sono state sepolte le vittime della dittatura uruguayana. Per la prima volta, inoltre, l’inchiesta stabilisce l’esatta entità della repressione contro la popolazione dal 1971, quando ancora a Montevideo c’era la democrazia, sino al 1983, quando il regime scatenò l’ultima operazione di repressione di massa contro la Juventud Comunista. Oltre a descrivere come le forze repressive uruguayane operarono all’estero (in Cile, Colombia, Paraguay e Bolivia oltre, durante il mondiale di calcio del 1978, in Argentina), l’inchiesta prova anche la loro partecipazione nell’Operación Cóndor e il fatto che il governo degli Stati Uniti fosse a conoscenza di quanto stava accadendo.
- Giovedì 7 Giugno 2007

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