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Il settimanale americano Time ha pubblicato questa settimana uno speciale su Hong Kong nel quale fa un bilancio dei primi dieci anni di governo della Repubblica Popolare Cinese nella ex colonia britannica. Il titolo riassume l’essenza dell’articolo: Hong Kong’s Future: Sunshine, with Clouds (Il futuro di Hong Kong: sereno variabile). Zoher Abdoolacarim, giornalista del Time, ripercorre le sensazioni contrastanti che hanno vissuto i cittadini di Hong Kong dal 1 luglio 1997 (giorno in cui la città è tornata ufficialmente a far parte della Cina) ad oggi. Eccitazione per la novità, tristezza nel vedere così tanti inglesi lasciare il paese, orgoglio di essere di nuovo parte della “vera” madrepatria, ma soprattutto apprensione per il futuro.
Dieci anni fa il settimanale americano Fortune aveva previsto che l’handover (termine con cui si indentifica il passaggio di sovranità tra Regno Unito e Cina) avrebbe costretto Hong Kong sul letto di morte. Time riconosce oggi che questa previsione era sbagliata, tant’è che la città continua a crescere a ritmi sostenuti e non ha perso l’autonomia e la libertà che l’hanno sempre differenziata dall’universo cinese. Inoltre, lo sviluppo economico veloce della Repubblica Popolare e la tedenza degli uomini d’affari ad avvicinarsi alla Cina passando da Hong Kong non fanno che rinforzare la congiuntura economica favorevole che caratterizza l’isola.
Tuttavia, ammette Time, il rapporto con la madrepatria non è idilliaco su tutti i fronti. Le questioni più delicate su cui le due parti non riescono a trovare un accordo sono democrazia e suffragio universale. “In questi dieci anni”, spiega Yan Xuetong, direttore dell’Istituto per gli Studi Internazionali della Tsinghua University di Pechino, “la Cina ha chiesto una sola cosa ad Hong Kong: di non creare problemi. Finanziari, politici e sociali”. In maniera più pragmatica, l’economista americano David O’Rear, membro della Camera di Commercio Generale di Hong Kong, ha ammesso che la grande fortuna di Hong Kong è quella di “essere parte della Cina, senza essere soggetta alle regole cinesi”. Dal suo punto di vista, una condizione migliore è inimmaginabile.
Molto diverso è stato invece il tono (e i contenuti) con cui il China Daily ha riferito ai suoi lettori dell’analisi pubblicata da Time. Anche in questo caso, il titolo parla da se: We got it wrong on HK, Time admits (Abbiamo sbagliato, ammette il Time). Una breve introduzione sottolinea come il magazine si sia reso conto dell’infondatezza degli scenari dipinti da Fortune dieci anni fa. A seguire, estratti dell’articolo tagliati ad hoc avvalorano la tesi secondo la quale l’handover ha segnato le sorti della ex colonia in maniera più che positiva, in tutti i campi. Va da sé che i commenti dell’economista David O’Rear vengono riportati limitandosi a un “non vedo per quale ragione gli abitanti di Hong Kong dovrebbero essere pessimisti in merito al proprio futuro”. Tagliati i riferimenti ai contrasti sulla democrazie e sul suffragio universale, eliminati i passaggi in cui si mostra quanto gli abitanti dell’isola si siano sentiti sollevati nel verificare che le libertà concesse dagli inglesi continuano ad essere garantite (tra queste, la possibilità di commemorare le vittime di Tiananmen e di scendere in piazza per contestare le scelte dell’amministrazione locale). È evidente che censura e autocensura restano pratiche molto diffuse, in Cina.
- Martedì 19 Giugno 2007


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