Archivio di Luglio, 2007

Allo scadere della mezzanotte si conclude la più lunga operazione militare della storia britannica, l’Operazione Banner. I soldati britannici se ne vanno dall’Ulster e con loro scompariranno anche i reticolati, le barriere di filo spinato, le minacciose torrette d’osservazione che per trent’otto anni, dal 1969, hanno segnato simbolicamente la storia della più ribelle delle province britanniche, l’Irlanda del Nord, storicamente spaccata tra cattolici indipendentisti e protestanti filobritannici. Dal Bloody Sunday del 1972 (tredici morti uccisi dall’esercito) fino alla bomba di Omagh del 1998, poche settimane dopo l’accordo di pace del Good Friday, che fu rivendicata dagli scissionisti di Real Ira (ventinove morti), Londra ha schierato in Irlanda del Nord oltre duecentocinquantamila soldati, 763 dei quali non sono più tornati (309 le vittime irlandesi). Uccisi dal terrorismo ma anche da una guerra tra lealisti e repubblicani che la sola presenza dell’esercito britannico - percepita come provocatoria e di occupazione da larghe fasce della popolazione cattolica - ha contribuito spesso a radicalizzare. Ora delle cento basi britanniche ne rimarranno solo dieci, insieme a cinquemila soldati con funzioni puramente militari.
Sunday bloody sunday: l’omaggio degli U2 a Dublino (1987)
Ha detto con scarsa generosità il generale Michael Jackson nel rapporto ufficiale sulla fine dell’Operazione Banner, di cui il ministro della Difesa ha diffuso ampli estratti, che quello nordirlandese è uno dei pochi casi in cui “le forze armate di un Paese sviluppato siano riuscite a prevalere contro milizie irregolari”, in questo caso i militanti dell’Ira. Come se oggi gli eredi di quei militanti non siano seduti in posizioni di responsabilità nel governo nordirlandese, assieme ai loro ex nemici protestanti. Le parole del generale in particolare non sono piaciute a Jerry Adams e agli eredi di Bobby Sands. I quali - diversamente dai leader del nazionalismo basco - hanno avuto il coraggio della pace. Trovando prima un accordo con il loro vecchio rivale Ian Pesley e smantellando poi l’arsenale con cui hanno controllato manu militari per decenni, fino alla fine degli anni 90, interi quartieri delle città nordirlandesi. Lo Sinn Fein (26% alle recenti elezioni politiche) raccoglie oggi i frutti di questa operazione, lasciando dietro di sé piccoli e intransigenti gruppi terroristici (come il Real Ira) che - dopo la bomba di Omagh - hanno perso qualsiasi seguito presso la popolazione. Per i militari inglesi l’Operazione Banner, con tutte le sue tragedie, ha avuto anche una inattesa ricaduta positiva: in trentotto anni di occupazione, l’esercito - scrive stamani The Guardian - ha imparato dall’Irlanda del Nord le più sofisticate tecniche di controterrorismo. Tecniche - ammettono i generali britannici - rivelatesi molto utili nei teatri afghani e iracheni, contro nemici assai più pericolosi dei nordirlandesi.
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Diego Armando Maratona torna di nuovo sui campi da gioco. Fa sul serio sì, ma solo il tempo di una partita, quella che giocheranno le squadre di showbol di Uruguay e Argentina il prossimo 5 agosto allo stadio di Santa Fè, 470 km a Nord di Buenos Aires. Lo show-bol è un’esibizione sportiva per grandi stelle del calcio che si gioca in sette in un campo di piccole dimensione, una sorta di calcetto per vip. Comunque sia, un’occasione per mostrare che il mito del calcio moderno è ancora vivo nonostante gli abusi di droghe e alcool.
Show-bol: guarda la prima performance (5/2007)
L’ultimo ricovero dopo anni di eccessi “el pibe de oro”, 47 anni il prossimo mese d’ottobre, lo ha avuto lo scorso mese di aprile, ben 22 giorni, ma i medici hanno acconsentito alla partita. Non nuoce alla terapia e può aiutare a liberarsi di un passato ingombrante con cui il più grande campione al mondo, come l’ha definito la rivista People, fa ancora fatica a convivere. Il declino di Maradona che ha fatto sognare il Napoli per intere stagioni, era cominciato nel lontano 17 marzo 1991 dopo un controllo antidoping positivo alla cocaina alla fine della partita di campionato Napoli-Bari. Il 18 aprile 2004, poi, il grande crollo. Ricoverato a Buenos Aires per un infarto da overdose di cocaina lotta per giorni tra la vita e la morte.
La partita del prossimo 5 agosto sarà un modo per ricordare i momenti belli del suo passato. Con lui risplenderanno altre glorie del pallone come Sergio Goycochea, l’ex madridista e milanista Fernando Redondo e l’ex laziale Matias Almeyda. Insieme a loro un altro grande del passato, l’uruguayano idolo di Cagliari, Torino e River, Enzo Francescoli.
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Diego Armando Maradona: the best of…

Da ieri, lunedì 30 luglio, è tornato sui banchi della scuola guida. Peccato che non si tratti di un automobilista qualunque ma dell’ex pilota brasiliano Nelson Piquet, 54 anni, tre volte campione di Formula Uno. Tutta colpa della sua indisciplina stradale a Brasilia, dove vive. E siccome la legge è uguale per tutti la patente gli è stata revocata. Se la rivuole adesso dovrà di nuovo sudarsela. La discesa verso il declino è cominciata lo scorso mese di giugno quando la polizia federale ha deciso di ritirargli il prezioso documento per una serie davvero “outstanding” di eccessi di velocità e per una sfilza di parcheggi non pagati. Pare un’epidemia contagiosa, quella in casa Piquet, perché anche sua moglie Viviane ha fatto la stessa fine, perdendo punti su punti…
“Dobbiamo pagare per i nostri errori” ha dichiarato senza imbarazzo davanti alle telecamere della televisione Globo il pilota che negli anni Ottanta fece sognare il mondo della Formula Uno. Così eccolo insieme alla moglie di nuovo sui banchi di una scuola guida della capitale Brasilia. Li attendono 30 ore di corso intensivo per più di otto giorni. E un esame finale che deciderà della riabilitazione o meno. Resta solo da immaginare la faccia che avrà fatto il figlio della coppia che a 21 anni è già test car driver per la squadra di Formula Uno della Renault. Anche perché ora Nelsinho è l’unico che ancora può guidare in casa Piquet.
Il servizio della tv Globo
- Tags: Alain-Tasma, Françcois-Mitterand, francia, genocidio, hutu, jacques-chirac, Nazioni-Unite, Opération-Turquoise, Paul-Kagame, Rwanda, tutsi
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“Innanzitutto grazie per essere qui. Immagino che non sia facile rivivere questa scena. L’azione del film si svolge nell’aprile 1994. Alcuni di voi sono qui da sei, dieci giorni, senza acqua, né cibo. Altri sono addirittura malati. Siete tutti coscienti di cosa sta per accadere…”. Un silenzio religioso accoglie le parole del regista francese Alain Tasma. Le 140 comparse assiepate nella piccola chiesa di Karambi sono ormai pronte, gli sguardi terrorizzati. Fuori, la furia delle milizie interahamwe si fa sempre più minacciosa. Pochi minuti ed è il finimondo. Armati di maceti e bastoni chiodati, un gruppo di uomini in preda all’ira sfonda porte e finestre: il massacro può iniziare. Tra minacce verbali e aggressioni fisiche, il caos è totale. Ad un tratto però la scena viene interrotta dalle urla di una signora anziana sul punto di aggredire un attore con una lancia. “Fermi tutti!” si sente gridare. “Presto, fate venire gli psicologi!”.
La linea che separa la fiction dalla realtà può rivelarsi davvero sottile. Nel caso del genocidio rwandese diventa quasi invisibile. Dopo Hotel Rwanda (3 nomination agli Oscar 2005), Shooting Dogs (di Michael Caton-Jones) e Sometimes in April (del grande regista haitiano Raoul Peck), Opération Turquoise è l’ultimo film dedicato a una delle pagine più buie della storia del XX secolo. Era il 7 aprile 1994, quando ebbe inizio lo sterminio della minoranza etnica tutsi pianificato da elementi estremisti della maggioranza hutu. Nel giro di soli tre mesi, furono massacrate oltre un milione di esseri umani in quello che fu definito il genocidio più rapido della storia dell’umanità. Una tragedia in cui spiccò il ruolo della Francia dell’ex presidente François Mitterand, protagonista sul finire dell’eccidio di un intervento umanitario rimasto al centro di mille polemiche. Presentata dalle Nazioni Unite come neutra e strettamente umanitaria, la cosiddetta “Opération Turquoise” diretta dai militari francesi consentì in realtà la fuga dei principali dirigenti estremisti hutu a cui la Francia aveva garantito negli anni precedenti lo sterminio un deciso sostegno finanziario e militare.
A tredici anni di distanza, Alain Tasma (vincitore nel 2006 dell’International Grammy Award) è tornato sui luoghi dell’eccidio per girare un telefilm su una vicenda “la cui verità non è mai stata resa pubblica. È una verità nota ad alcuni militari, politici e ex membri della cellula africana dell’Eliseo” sostiene il regista francese. Lo scopo di Opération Turquoise, programmato su Canal + per il prossimo autunno, “è quindi far riflettere il telespettatore sulle ambiguità e le profonde contraddizioni della macchina umanitaria allorquando si ritrova intrecciata a un’azione politico-militare”. Tanto slancio civile non aveva però fatto i conti con gli enormi ostacoli riscontrati dal team di Tasma durante le riprese in Rwanda. A partire dallo sbarco della troupe nel piccolo paese africano tre giorni dopo la rottura diplomatica tra Parigi e Kigali. I mandati di cattura internazionale spiccati dal giudice anti-terrorista francese Bruguière contro alcuni membri del nuovo regime rwandese accusati di aver abbattuto l’aereo dell’ex presidente Habyarimana il 6 aprile 1994 (attentato che diede ufficialmente il via al genocidio) non erano certi destinati a facilitare un’impresa a dir poco rocambolesca.
Basti pensare alle 3600 comparse arruolate per il film. Tra loro, molti i sopravvissuti tutsi costretti a fare i conti sul set con ex soldati delle Forze armate rwandesi responsabili del genocidio. “L’interprete di un miliziano estremista hutu” scrive Le Monde, “ha confuso il passato con il presente durante una ripresa che si svolgeva a un falso posto di controllo”, una strategia molto utilizzata dagli estremisti hutu durante lo sterminio per identificare i tutsi, fermarli e poi ucciderli. Ancora più incredibile è stata la scena in cui “una giovane donna, in veste di fuggitiva tutsi, ha riconosciuto tra i quattro falsi miliziani un carnefice che l’aveva realmente perseguita nel 1994″. Nadine Irankunda, alla guida di un gruppo di psicologhe rwandesi formate all’università di Butare (sud del Rwanda) per curare i traumi dei sopravvissuti, ricorda che “a Bisesero la situazione era molto grave, dovevo controllare ogni minuto”. Controllare che le comparse tutsi non andassero in crisi durante le scene che ripercorrono fatti e misfatti dei soldati francesi dell’Opération Turquoise in queste colline verdeggianti del Rwanda sudoccidentale.
Sul fronte opposto, gli attori professionisti francesi coinvolti nella sfida di Tasma hanno avuto modo di riflettere sul ruolo ambiguo della Francia nel genocidio rwandese. Jean-Pierre Martins spera che “il film alimenterà il desiderio dei francesi di saperne di più sul coinvolgimento del nostro paese in questa storia”. Per Aurélien Recoing, chiamato a interpretare un ufficiale di fregata dell’Opération Turquoise, il soggiorno in Rwanda è stato un inferno. “La notte non riuscivo più a dormire. Non perdonerò mai ai nostri politici dell’epoca di aver sostenuto un regime così estremista e di insistere a non voler riconoscere le proprie colpe”. Le autorità francesi ci provarono una prima volta nel 1998 con un rapporto d’informazione dell’Assemblea nazionale. Ma i risultati furono deludenti. Al punto tale che la società civile d’Oltralpe decise di pubblicare una contro-inchiesta per dimostrare la complicità della Francia. Dopo i mandati di cattura di Bruguière spiccati con il consenso di Jacques Chirac contro l’entourage del presidente rwandese Paul Kagame, il nuovo padrone dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy, dovrà fare i conti con i risultati di una commissione d’inchiesta formata dal regime di Kigali nel 2006 “per riunire le prove del coinvolgimento della Francia nel genocidio”. Tredici anni dopo, le ferite provocate dall’operazione Turquoise non si sono ancora rimarginate.

Una vista dall’alto della capitale boliviana La Paz
In Italia succedeva nel secolo scorso. Che ad una capitale se ne preferisse poi un’altra. In Bolivia, invece, è la notizia di questi giorni. La capitale in carica La Paz si appresterebbe a cedere lo scettro alla ben più indolente Sucre. Dietro si agita una lotta all’ultimo coltello tra i sostenitori del Presidente Evo Morales e i suoi detrattori.
Immediata la reazione della popolazione che è scesa in piazza a La Paz dando vita ad uno dei cortei più importanti degli ultimi decenni. Un milione di persone secondo il governatore dello stato di La Paz, Jose Luis Paredes che ha anche aggiunto: “Questa risposta della popolazione è stata molto più grande di quello che potessimo immaginare”. Per molti dei manifestanti il radicale cambiamento proposto dai delegati dell’Assemblea Costituente che proprio a Sucre stanno tentando di riscrivere la Costituzione equivarrebbe a preferire al futuro il passato. Sucre, infatti, fu capitale della Bolivia, sì ma fino al 1899. Conta soli 250 mila abitanti contro al milione e settecentomila di La Paz e rispetto all’attuale capitale, che ospita peraltro parlamento e governo, può vantare solo la sede della Corte Suprema. I sostenitori dello spostamento però si fanno scudo dietro ad un elemento che dal loro punto di vista è invece decisivo, soprattutto per il futuro. Sucre, a differenza di La Paz disposta sul lato occidentale, è invece posizionata proprio al centro del paese. Almeno geograficamente, dunque, ne potrebbe rappresentare il suo cuore a tutti gli effetti.
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Il presidente Evo Morales (al centro) guida un corteo nella capitale, La Paz

In Italia quella degli incidenti provocati da chi guida in stato di ebbrezza è diventata, sotto il peso di alcuni drammatici casi di cronaca, l’emergenza mediatica dell’estate. Nel Regno Unito la questione delle stragi sulle strade viene affrontata di petto, e senza mediazioni, dalla polizia nazionale. I controlli annunciati saranno a tappeto e le pene previste, per chi venga sorpreso al volante sotto effetto di qualsiasi sostanza stupefacente, e non solo di alcol, sono severissime. A chi viene trovato con più di 80 milligrammi di alcol per 100 millilitri di sangue (una dose comunque superiore a quella di 50 milligrammi previsti dall’art. 186 del Codice dell Strada italiano) viene automaticamente requisita la patente per un anno. A seconda dell’infrazione commessa, può essere inoltre comminata una multa fino a 7.500 euro (contro i milletrentadue massimi del CdS italiano) o una condanna detentiva a sei mesi di prigione.
Chi è sorpreso ubriaco al volante per una seconda volta nei 10 anni successivi rischia il ritiro permanente della patente. Anche i test annunciati dalla polizia britannica non lasciano scampo: test del palloncino, esame delle pupille, persino la classica prova di stare in piedi con una gamba sola. E per chi rifiuterà di sottoporsi al test è previsto il fermo di polizia. Secondo il ministero dell’Interno britannico i controlli a tappeto hanno consentito di abbattere il numero dei decessi per guida in stato di ebbrezza, fino quasi a dimezzarli nel giro di dieci anni, portandoli a circa 600 morti nel 2006. Nel nostro Paese oltre il 40% degli incidenti è provocato da conducenti ubriachi. I morti al volante nel 2006, secondo Polstrada e Carabinieri, sono stati complessivamente 3.447. Il calcolo, e il raffronto con l’Inghilterra, è presto fatto. E piuttosto impietoso.

Come di consueto non sono stati forniti molti dettagli circa la nuova missione dei carabinieri a Baghdad, rivelata da Panorama il 13 luglio scorso. Quel che è certo è che si tratta di una missione addestrativa messa a punto nell’ambito de programma della Nato di assistenza alle forze militari e di sicurezza irachene.
L’Italia ricopre un ruolo di pruno piano nell’accademia istituita dalla Nato a Rustamyah, vicino a Baghdad, dove operano una quarantina di istruttori italiani e il generale Alessandro Pompegnani ha l’incarico di vice-comandante.
I carabinieri che daranno vita alla nuova missione selezioneranno e addestreranno in due anni 8 battaglioni composto ognuno da 400 agenti iracheni alle tecniche antisommossa e antiguerriglia e anti-terrorismo. Il personale iracheno a sua volta svolgerà compiti di istruttore per altre sei brigate (24 battaglioni) che rappresenteranno l’elite della Iraqi National Police.
Presentando l’operazione in una conferenza stampa a Baghdad, il generale Pompegnani ha precisato che con compiti di istruttori e supporto.
In pratica si tratterà di costituire reparti simili come struttura e formazione alle unità Msu (Multinational Specialized Unit) che l’Arma ha creato dieci anni or sono per l’impiego nei Balcani in ambito Nato e che hanno operato anche in Iraq durante l’operazione Antica Babilonia.
Gli istruttori destinati a trasferirsi in settembre a Camp Dublin, una base americana situata nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, proverranno quindi in gran parte dalla Seconda Brigata Mobile, la grande unità dei carabinieri per le operazioni all’estero con comando a Livorno e composta dai reggimenti 13° e 7° di Laives (Bolzano) e Gorizia e dalle forze d’élite del reggimento paracadutisti Tuscania mentre per le specializzazioni più tecniche potrebbero essere impiegati in Iraq anche istruttori del Gruppo Intervento Speciale (GIS).

Un’esercitazione dei paramilitari colombiani dell’Autodefensas Unidas de Colombia
Perfino il ministro dell’Interno Carlos Holguin non è riuscito a nascondere il disgusto alla vista dei resti di più di cento persone in una enorme fossa comune costituita da 65 altre fosse più piccole trovata vicino a La Hormiga, nella regione di Putumayo nel sud della Colombia, ai confini con l’Ecuador. Si tratterebbe della più grande fossa mai rinvenuta fino ad oggi. Le ossa apparterrebbero, secondo le prime perizie, alle vittime di numerosi massacri imputabili al conflitto ancora in atto fra i ribelli di sinistra delle Farc, las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, e il corpo paramilitare di destra dell’Auc, le Autodefensas Unidas de Colombia. Un conflitto considerato dalle Nazioni Unite come una delle più gravi emergenze umanitarie del Paese. Il ritrovamento è stato reso possibile grazie ad una tregua tra il governo centrale e i paramilitari dell’Auc, che controllano l’intera zona grazie ai proventi provenienti dalle coltivazioni di coca, indispensabili per l’autofinanziamento delle loro attività. E le vittime sarebbero nella maggioranza contadini del posto uccisi da entrambe le fazioni ribelli. Secondo le autorità intervenute il riconoscimento dei resti richiederebbe anni di lavoro e mezzi di cui la Colombia al momento non può disporre. Questa fossa non sarebbe, comunque, un unicum. Si pensa, infatti, che almeno altre 10 mila persone siano sepolte in tutto il Paese.

Rodrigo Tovar Pupo, alias ‘Jorge 40′, leader delle Forze di difesa paramilitari in Colombia (Auc), ha firmato la smobilitazione di oltre 2200 attivisti del gruppo terrorista filogovernativo
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