La prima fase della Coppa America non ha riservato grosse sorprese dal punto di vista prettamente calcistico, a parte la prima qualificazione della storia della Vinotinto ai quarti e il gran numero di goal che si sono visti, 71 in 22 partite, una media di oltre tre gol ogni 90 minuti. Il nome - vinotinto appunto - forse ha portato bene, almeno fino ai quarti di finale, quando la squadra di casa è stata sonoramente battuta dall’Uruguay per 4 a 1.
“Vino tinto” in spagnolo significa vino rosso, che è poi il soprannome con cui a Caracas e dintorni tutti chiamano la squadra di calcio venezuelana per il colore della maglia che ricorda quello del mosto del Barbera. La sconfitta della Vinotinto nei quarti, comunque, è stata poca cosa se comparata con i “cappotti” di lana cuciti a mano da Messico e Brasile rispettivamente a Paraguay (6 a 0) e Cile (6 a 1), o alla scoppola con cui l’Argentina ha mandato a casa il Perù (4 a 0).
Punteggi larghi, a dimostrazione dell’enorme differenza che, mai come in passato, c’è oggi tra le nazioni leader del calcio latinoamericano e il resto. Per le semifinali in programma il 10 e l’11 luglio, Uruguay – Brasile e Messico – Argentina, ci sarà da divertirsi e gli amanti del calcio champagne sperano in una finale storica tra Argentina e Brasile che, di certo, nobiliterebbe un torneo partito in sordina.
Più che per la qualità del calcio, infatti, la prima fase di Coppa America ha colpito per il calore delle tifoserie e le bellezze continentali, per le uscite del presidente Chávez prima dell’inizio (“L’impero vuole sabotare la Coppa”), per le proteste antigovernative da parte di alcuni tifosi negli stadi, a cominciare da quello di San Cristobal, per una ciucca colossale di cinque giocatori cileni che ubriachi a colazione hanno iniziato a tirarsi prosciutto in faccia e a infastidire le cameriere, per i calcioni dei colombiani agli argentini e per un furto, subito dal ct della nazionale argentina, Alfio Basile.
Certo, per capire meglio le implicazioni politiche che stanno dietro alla prima Coppa America ospitata dal Venezuela, paese dove a dominare è il baseball e unico in Sudamerica a non essere mai stato “padrone di casa”, è interessante leggere le reazioni che ha provocato un articolo pubblicato su Gazzetta.it.
Tra le “stonature” di questa edizione, l’ingrediente fondamentale di un avvenimento del genere, e cioè i biglietti per le partite che il governo di Chávez avrebbe fatto letteralmente “sparire” girandoli a chi lo appoggia, come accusa la popolazione. Più facile che alla radice del problema ci sia stata la semplice disorganizzazione di un paese che mai aveva organizzato un evento così importante legato al calcio.
Resta il clima in cui questa Coppa America si sta giocando e che, non c’è dubbio, ha presentato due facce. Quella ufficiale e patinata, e quella più sotterranea e reale. Sullo sfondo i tifosi giunti in Venezuela da ogni parte del mondo per assistere a questa edizione della Copa America, che si sono trovati di fronte un paese affascinante nella sua bellezza, ma durissimo nella sua essenza. Come, del resto, testimoniano le cifre: 490 omicidi hanno avuto luogo solo lo scorso mese di giugno nella capitale Caracas, con una media nazionale di 44 omicidi al giorno e, non a caso, il nostro ministero degli Esteri dal novembre 2006 invita formalmente gli italiani a non recarsi in Venezuela. Rischioso è diventato perfino atterrare con un volo nell’aeroporto di Caracas in tarda serata. Se non ci si affida a tour operator e non si conosce il Paese i venezuelani stessi sconsigliano di mettersi in viaggio. Insomma, stavolta il footbal non è riuscito a fare il miracolo. Far dimenticare per almeno per un’ora i problemi di un intero paese.
- Lunedì 9 Luglio 2007
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Il 9 Luglio 2007 alle 19:39 Venezuela: non basta la Copa América per rifarsi il trucco | rubriche ha scritto:
[...] leggi su Panorama.it - Mondo Articoli CollegatiSpy Calcio > La Lega studia una nuova Coppa Italia gironi a 4 squadre tipo Champions League? [...]
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