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Srebrenica, 11 luglio 1995: il genocidio sotto gli occhi dell’Onu

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  • Tags: Ajka-Jahic, Azra-Nuhefendic, Bosnia, Ex-Jugoslavia, genocidio, onu, Radovan-Karadžić, Ratko-Mladic, Sarajevo, Srebrenica
  • 6 commenti


Ajka Jahic, 52 anni, è una vedova di Srebrenica, la città martire della ex Jugoslavia dove, tra l’11 e il 21 luglio 1995 , fu perpetrato - la definizione è di Kofi Annan, ex segretario generale dell’Onu - il più brutale atto di genocidio dai tempi della seconda guerra mondiale: ottomila persone massacrate dalle truppe serbo bosniache in soli dieci giorni, ad un ritmo di oltre trenta all’ora. L’obiettivo degli uomini di Radovan Karadzic e di Ratko Mladic, i due leader serbobosniaci che guidavano le milizie paramilitari in Bosnia, era “ripulire” una città che, fino ad allora, era abitata per due terzi da cittadini musulmani. Il folle obiettivo è stato raggiunto (file pdf). La città, in quel momento, era sotto la tutela dell’Onu. Ad assistere impotenti alla strage, circa 450 peacekeepers olandesi, poi decorati dal governo del proprio paese nel 2006. Srebrenica, una pagina vergognosa per l’Onu e l’Europa.

La città oggi, situata nella Repubblica Srpska di Bosnia, è a maggioranza serba: i suoi vecchi abitanti non sono più tornati. Nel luglio 1995 Ajka ha perso due figli, il marito e altri 15 cugini maschi. Come lei migliaia di altre vedove. Oggi vive a Lukavica, un villaggio vicino a Tuzla, e assieme a centinaia di altre sopravvissute ha dato vita a un’Associazione, chiamata Zene Srebrenice, che come la Madres de Plaza de Mayo in Argentina chiede che sia fatta giustizia, che il generale Mladic sia assicurato alla Corte dell’Aja, che gli siano restituiti i resti dei suoi figli. Ecco la sua testimonianza inviataci dalla giornalista bosniaca Azra Nuhefendic.

“Il cielo non è diventato nero sopra Auschwitz, e non si oscurrerà neanche sopra Srebrenica” David Reef, scrittore americano

Noi non volevamo scappare. Non avevamo fatto del male a nessuno, mai. Perché dovevamo scappare e lasciare tutto? Così pensavo. Quel giorno preparavo il pranzo. Almir, mio figlio, entrò in cucina, gridando: “Presto, presto, stanno arrivando”. Mi sono avvicinata alla finestra i li ho visti: i Serbi scendevano dalle colline. Erano tanti, così tanti che pareva che una nuvola nera avesse coperto il paesaggio. Lasciai tutto, neanche una borsa di nailon presi dalla casa. Mio marito disse: “Non mi prenderanno vivo”. I miei due figli più grandi, uno del 1975 e un altro del 1977, lo seguirono per attraversare il bosco e raggiungere il territorio libero. Li ho visti, allora, per l’ultima volta. Non ci siamo neanche salutati. Solo uno “state attenti”, “anche voi”, e poi loro da una parte, e io con un figlio di sei mesi e Almir, di 12 anni, per la mano, dall’altra. Ovunque urla, confusione, la gente che correva su e giù, i genitori che cercavano i figli perduti, i bambini che piangevano. Dopo mezz’ora arriva quel comandante serbo, Ratko Mladic. Ci saluta e dice: “Vicini, non avete paura. Non vi succederà niente”. “Vicino”, per noi bosniaci, era un termine sacro. Con i tuoi familiari puoi comportarti come ti pare, ma con i vicini, no: i rapporti dovevano essere migliori. Mladic ci ha chiamati “vicini” . E io gli ho creduto. I soldati ci hanno separato: donne e figli piccoli da un parte e maschi dall’altra. Il più piccolo aveva fame e piangeva. Un soldato serbo mi si avvicina e mi dice: “Adesso ti faccio vedere come si fa per farli smettere di piangere”. Ha fatto una mossa per strapparmelo. Ho cominciato a gridare. Il soldato ha preso a picchiarmi le mani con il fucile. L’altro figlio, Almir, anche lui ha cominciato a piangere. Qualcuno ha tirato per le maniche il soldato e quello ci ha lasciato. Dopo un po’ sono arrivati i camion e gli autobus. Ci hanno caricato su come delle bestie. Uno sopra l’altro, proprio come le pecore che trasportano nei mattatoi. Ci spingevano, ci picchiavano e bestemmiavano.
Io, il figlio piccolo lo tenevo sotto la camicia, e Almir con tutte e due le mani lo abbracciavo. Pregavo Dio, gli facevo le promesse, supplicavo di fare quello o questo, offrivo la mia vita se solo avesse risparmiato i miei figli. A mio marito, Ahmo, non ci ho pensato neanche. Povero mio Ahmo. Poi, in strada: i soldati serbi, ci fermavano di nuovo, ci controllavano. Tiravano fuori dal camion e portavano via qualche maschietto o qualche ragazza, più carina. Nessuno li ha visti mai più. E noi tutte guardavamo d’altra parte. Se li guardi, porteranno via anche te. Se ti chiede qualcosa stai zitta, altrimenti fanno scendere anche te. Solo le madri, alle quali strappavano i figli, urlavano. Ma solo se perdi il figlio non hai più paura di niente e di nessuno.

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  • paolo.papi
  • Martedì 10 Luglio 2007

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Il 12 Giugno 2009 alle 8:27 Ratzko Mladic, la tranquilla latitanza del boia di Srebrenica « Ilcorsarorosso ha scritto:

[...] Come volevasi dimostrare. Il latitante Ratzko Mladic, il boia di Srebrenica e compagno di merende di Radovan Karadzic su cui pende un mandato di cattura del Tribunale dell’Aja per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, non ha nulla da temere. Ha vissuto indisturbato tutti questi anni tra la Repubblica Srpska, l’unità serba all’interno della federazione bosniaca, e Belgrado, senza che nessuno (finora) abbia mai pensato di consegnarlo alle autorità. Guardate queste immagini trasmesse dalla tv di Stato bosniaca (qui sotto). Si riferiscono agli ultimi dodici anni di latitanza. Scene di ordinaria quotidianità, di festeggiamenti a una festa di matrimonio, addirittura di partite a tennis – racchettoni e braghe immacolate – in una caserma dell’esercito jugoslavo. Dodici anni di latitanza tuttaltro che blindata, durante la quale l’uomo, l’ex generale dell’Esercito che pianificò e guidò lo sterminio di circa 8000 musulmani a Srebrenica nel 1995, non ha avuto neanche bisogno di camuffare il suo volto, come aveva fatto il suo mentore politico Karadzic, l’ex psichiatra della Stella Rossa di Belgrado che si era reinventato, durante la latitanza, barbuto medico olistico alla periferia di Belgrado. [...]

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