Fernando Gentilini, ex collaboratore del capo della diplomazia europea Javier Solana e suo rappresentante a Belgrado, Skopje e Pristina, è attualmente consigliere diplomatico presso la Presidenza del Consiglio e autore di un saggio che è soprattutto un viaggio sentimentale nell’area balcanica. Un testo (Infiniti Balcani, ed. Pendragon), scritto con grazia letteraria e partecipazione emotiva, che parla dei volti e delle speranze di intere popolazioni che siamo ancora abituati a guardare con gli occhiali deformanti dei nostri cliché. Quasi fossero - quelle aree - la nostra anima nera, il baratro oscuro di quella parte di identità europea che abbiamo scelto di rimuovere nell’illusione di essere diventati immuni dai virus dei nazionalismi e degli orrori del ‘900. Tragico errore: “Pensiamo ancora ai Balcani a un come eravamo, così come pensiamo al nostro passato remoto”, dice Gentilini. “Eppure tutto dipenderà dal processo di integrazione europea. Se l’integrazione europea va avanti, quello che è accaduto in quell’area negli anni ‘90 ci descriverà il nostro passato. Se l’Europa si ferma, quei campanilismi e quelle tragedie saranno il drammatico annuncio del futuro anche nostro”.

Gentilini ci ha scritto una testimonianza su un tema cruciale, quello dell’equilibrio tra la necessità di dimenticare le tragedie e l’obbligo di ricordare per evitare che si possano verificare nuovamente. Un equilibrio precario, instabile: a partire da Srebrenica, la città della Bosnia orientale dove è stato compiuto dalle milizie paramilitari serbo-bosniiache un vero e proprio genocidio. Ad assistere impotenti alla strage, circa 450 peacekeepers olandesi dell’Onu, poi decorati dal governo del proprio paese nel 2006. È notizia di questi giorni che il governo olandese e l’Onu saranno citati in giudizio davanti ad un tribunale distrettuale dell’Aja per complicità nel massacro di almeno ottomila musulmani a Srebrenica. Lo affermano gli avvocati dei parenti delle vittime nel documento di citazione in giudizio.
Srebrenica, dodici anni dopo: perché non bisogna dimenticare
Quando ci si trova in un luogo dopo che ci è passata la guerra, occorre pensare a ricostruire e riconciliare. E viene subito da chiedersi se per superare le lacerazioni sia meglio dimenticare o cercare di ricordare. Iniziai le mie missioni nei Balcani nella primavera del 2000, cinque anni dopo la mattanza bosniaca di Srebrenica: il Kosovo era “pacificato” e posto sotto la tutela delle Nazioni Unite e della Nato; Milosevic era sempre in sella a Belgrado; di lì a un anno ci saremmo trovati sull’orlo di una nuova guerra civile in Macedonia. Ho sempre pensato che la letteratura aiuti a capire le cose più della geopolitica e i libri di Mehmed Meša Selimovic che leggevo in quei giorni ne furono la riprova. Per lui non bisognerebbe raccontare le guerre, né le bestialità che esse portano con sé. Per lui “la cosa migliore è dimenticare, affinché muoia il ricordo umano di tutto ciò che è brutto e i bambini non intonino canti di vendetta”. Ma di fronte ai problemi post-bellici di ogni giorno le belle immagini letterarie possono poco.
Anzi, fra i disperati di Pristina e quelli delle enclavi serbe imparai subito che nei Balcani la memoria è lunghissima e che senza il ricordo non può esserci riconciliazione.
Sono tanti i motivi per non dimenticare Srebrenica. Prima di tutto il rispetto nei confronti delle vittime, dei loro cari, di quelli che soffrono ancora in silenzio. E poi perché dopo dodici anni il responsabile di quel genocidio in cui morirono almeno 7600 bosniaci, il generale serbo Radko Mladic, deve essere ancora assicurato alla giustizia. Chi crede nei valori europei di pace, legalità e rispetto della dignità umana non deve dimenticare le colpe e le indecisioni dell’Europa di fronte alla guerra in Bosnia. Un’assenza che pesa ancora come un macigno (basta lavorare a Sarajevo e dintorni per accorgersene). E che si spiega anche con il pregiudizio con cui inizialmente quasi tutti guardavano alle guerre della ex-Jugoslavia: guerre tribali, si disse, religiose; non capendo che l’odio etnico e il pregiudizio religioso furono gli strumenti della guerra; ma che invece le sue cause profonde andavano cercate nella cattiva politica di una classe dirigente disposta a pescare il peggio dai nazionalismi europei del secolo scorso pur di restare al potere (la guerra infatti finì quando si comprese che la sua origine era politica e che quindi era con la politica che andava risolta).
Oggi la Bosnia e i Balcani sono migliori rispetto a dieci anni fa. Soprattutto grazie all’Europa che - usando appunto la politica - ne ha fatto dei candidati all’adesione. Una prospettiva, quella dell’integrazione nell’Unione, che da sola è stata sufficiente a produrre cambiamenti, riforme, sviluppo economico e sociale in tutta la regione, ma che se venisse rimessa in discussione rischierebbe di vanificare quanto di buono si è fatto fino a questo momento. Perché le transizioni ancora prevalgono sulle trasformazioni, visto che democrazia, legalità ed economia di mercato non sono cose che si costruiscono in qualche anno. E perché una regione dalla geopolitica in continuo divenire presenta sempre dei rischi, come dimostra il caso del Kosovo, dove la comunità internazionale non riesce per ora a rispondere alle aspirazioni di indipendenza della quasi totalità dei kosovari.
Ma l’Europa, dopo le brutte figure nella ex-Jugoslavia degli anni Novanta, è da alcuni anni più consapevole, sembra avere finalmente capito che se i Balcani diventano più stabili e prosperi, diventerà migliore l’intero continente (che dalla voglia di riscatto e dall’entusiasmo dei nuovi Balcani avrebbe anzi molto da imparare). Per capirlo c’è voluto tempo e innumerevoli disastri. Ci sono volute anche le vittime di Srebrenica. Ma se un giorno l’Europa si allargherà finalmente ai Balcani, allora forse quel sacrificio non sarà stato vano.
Fernando Gentilini
5 luglio 2007
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Il 10 Luglio 2007 alle 13:35 Srebrenica, 11 luglio 1995: il genocidio sotto gli occhi dell’Onu | rubriche ha scritto:
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Il 12 Ottobre 2007 alle 17:30 Kosovo indipendente: la paura dei serbi tra voglia di pace e jugonostalgia » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] “Quando è finita la guerra c’erano 50 mila peacekeepers Nato e circa 5 mila poliziotti Onu che avrebbero dovuto aiutarci”, continua Nicola Kavasic. “Ma questo non ha impedito agli albanesi di espellere duecentomila serbi dai villaggi né di bruciare oltre 150 chiese ortodosse”. Eppure anche a Pristina, la città too ugly to be true dove ogni giorno, secondo l’esperto Fernando Gentilini, “i decibel del rap albanese sfidano le preghiere notturne dei minareti”, ci sono anche migliaia di albanesi kosovari di mezza età affetti da jugonostalgia, una “malattia” di cui non si parla perché oggi nel Kosovo albanese la parola d’ordine è quella imposta dagli ex guerriglieri cresciuti nel mito di Ramush Haradinaj, l’ex premier (2004-2005) sotto processo all’Aja per crimini di guerra: indipendenza a ogni costo e senza compromessi. I malati di jugonostalgia non si dimenticano che, tra il 1974 e il 1981, l’autonomia concessa da Tito all’ex provincia serba coincise con gli anni più felici della loro vita: gli anni dell’apertura dell’Università a Pristina, dell’aumento degli albanesi nell’amministrazione pubblica, dello sdoganamento della lingua e della cultura albanese nelle scuole. Gli anni della crescita economica e della convivenza: “Oggi invece a Pristina c’è una violenza spaventosa e la middle class è sparita. I soldati della missione hanno le loro responsabilità: il Kosovo è oggi il buco nero dell’Europa anche a causa della loro inerzia e in molti casi anche del loro coinvolgimento nei traffici con gli ex guerriglieri”, accusa Azra Nuhefendic, giornalista bosniaca ed ex volto noto della radiotelevisione di Belgrado. Il countdown per la nuova era, qualunque sarà, è appena iniziato. Kosovo: le news in tempo reale (fonte Google News) [...]
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