- Tags: Hezbollah, Israele, Libano, Nahr-al-Bared, onu, Rafiq-Hariri, stampa-araba
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La settimana che si è appena conclusa è stata caratterizzata da molti avvenimenti importanti per il Libano e la regione: l’anniversario della guerra del 2006 con Israele, la riunione di Parigi tra tutte le forze politiche libanesi, la presentazione dell’ottavo rapporto dell’Onu sull’inchiesta per l’omicidio Hariri, la ripresa dei combattimenti nei campi profughi palestinesi di Nahr Al Bared e di Ain Al Hillweh, senza dimenticare le novità sulla posizione siriana. Non stupisce quindi che la stampa araba dedichi interessanti osservazioni a questi sviluppi.
Il 12 luglio, primo anniversario della guerra con Israele, è stato l’occasione per tracciare un bilancio a un anno di distanza. Per il quotidiano panarabo Al Hayat “la guerra ha rappresentato l’evoluzione più significativa del conflitto arabo-israeliano dopo decenni, per la capacità di Hezbollah di resistere agli enormi sforzi militari compiuti da Israele e dai suoi alleati nell’amministrazione statunitense, e di conseguenza di infrangere il mito dell’invincibilità che circondava l’esercito dello Stato ebraico”. Al Hayat sottolinea però che i Libanesi non sono stati in grado di capitalizzare questo risultato e hanno subito ripreso le loro dispute interne, rivelando così la propria fragilità.
L’esercito libanese ha invece emesso un comunicato (citato dal quotidiano libanese in lingua francese L’Orient Le Jour), in cui celebra l’unità del Paese e paragona la minaccia israeliana a quella rappresentata attualmente dagli estremisti che i militari stanno fronteggiando nei campi profughi palestinesi: “Ciò che non è riuscito a fare l’esercito israeliano, quando ha bombardato le postazioni delle truppe libanesi, in particolare ad Abdeh, è come se fosse rilanciato dai terroristi di Fatah Al Islam, con lo stesso obiettivo dell’esercito israeliano: rompere l’unità dell’esercito libanese.”
Dall’altra parte della barricata, il governo israeliano ha tentato di evidenziare gli aspetti positivi derivati dalla guerra del 2006. Commemorando l’anniversario, il premier Ehud Olmert ha affermato che “mai negli ultimi 40 anni il nord d’Israele ha conosciuto una tale calma.” Nei giorni scorsi, Serge Brammertz, il relatore dell’Onu sull’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, ha presentato al segretario generale delle Nazioni Unite il suo ottavo rapporto sugli sviluppi dell’inchiesta, che avrebbe individuato i possibili responsabili, pur senza rendere noti i loro nomi, in attesa dei lavori del Tribunale Internazionale.
Nel fine settimana, la Francia è riuscita a riunire attorno un tavolo, a La Celle-Saint-Cloud, vicino a Parigi, i rappresentanti di tutti i partiti libanesi per tentare di favorire un dialogo che sembrava altrimenti interrotto tra governo e opposizione. La sensazione è che ora le trattative continueranno lontano dalle telecamere e fondamentale sarà l’atteggiamento di Siria e Israele.
Secondo alcuni articoli di L’Orient Le Jour, le posizioni dei due Paesi che appoggiano Hezbollah si vanno differenziando e la Francia avrebbe reso più conciliante Teheran, mentre Damasco continuerebbe a rappresentare un ostacolo.
Un altro articolo dello stesso giornale informa però sulla disponibilità siriana ad interrompere il suo sotegno a Hezbollah (così come a Hamas in Palestina e a rompere l’alleanza con l’Iran) in cambio di un accordo di pace con Israele che preveda la restituzione del Golan, occupato dallo Stato ebraico da 40 anni. Gli sviluppi del possibile negoziato israelo-siriano, secondo Al Sharq Al Awsat, sono però molto incerti.
- Lunedì 16 Luglio 2007

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Il 16 Luglio 2007 alle 10:48 Nel Libano di Hariri e Nahr al Bared, Parigi val bene una speranza | rubriche ha scritto:
[...] leggi su Panorama.it - Mondo Articoli CollegatiUn anno dopo, tra Libano e Israele la guerra non è solo un ricordo [...]
Il 21 Settembre 2007 alle 11:44 Autobomba in Libano: Damasco sul banco degli imputati » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Non ci vuole molto ad accusare la Siria per l’ennesimo attentato in Libano, che ha provocato 5 morti e decine di feriti, anche se in effetti le cose sono più complicate di quanto appaiano. La vittima designata, Antoine Ghanem, di cui sono in corso stamani a Beirut i funerali, era un deputato anti-siriano e Damasco, che ha occupato il Libano fino al 2005, è già stata accusata (in particolare dagli Stati Uniti) di una lunga serie di episodi accaduti recentemente nel Paese dei Cedri: dall’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri nel febbraio 2005, alla rivolta degli integralisti sunniti vicini ad Al Qaida nel campo profughi palestinese di Nahr Al Bared; dal sostegno agli Hezbollah sciiti che l’anno scorso hanno combattuto contro Israele, fino all’ondata di attentati che hanno colpito negli ultimi mesi vari deputati della risicata maggioranza filo-occidentale e filo-saudita. Inoltre, Damasco si è sempre detta contraria all’istituzione del Tribunale dell’Onu sul caso Hariri che, approvato mesi fa dal Consiglio di Sicurezza, sta per iniziare la sua attività in una sede ancora da stabilire nei Paesi Bassi e dovrebbe occuparsi anche degli altri recenti attentati contro politici libanesi. L’ultima autobomba è esplosa mentre il Parlamento libanese sta per eleggere il nuovo presidente ed è sicuramente un tentativo di influenzare il voto. Ma non è chiaro in quale direzione. Alla presidenza, in base alla Costituzione, deve essere eletto un cristiano (mentre un sunnita guida il governo e uno sciita presiede il Parlamento). E il fronte cristiano, oggi, è profondamente diviso: una parte sta col governo e un’altra con gli Hezbollah. I candidati cristiani sono quindi pronti a darsi battaglia fino all’ultimo voto per la scelta del Capo dello Stato. Inoltre, visto il rischio di destabilizzazione del Paese, c’è anche chi ipotizza una soluzione forte: nominare presidente il capo dell’esercito, che si è messo in luce durante la repressione della rivolta di Nahr Al Bared. [...]
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