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Laico uguale “progressista”, “tollerante”. Facciamo in fretta, noi europei, a creare un’equazione di questo tipo, figlia dell’illuminismo. E ci sentiamo allora istintivamente vicini all’anima laica della Turchia, più che a quella islamica: due realtà aspramente contrapposte nelle elezioni del 22 luglio. Ma bisogna fare attenzione: le cose sono più complesse. Negli ultimi 5 anni il Paese è stato guidato dal partito Giustizia e Sviluppo (Akp) del primo ministro Tayyip Erdogan definito dai media europei “islamo-moderato”. Erdogan, così come il ministro degli esteri Abdullah Gül, ha la moglie velata. Un velo che indigna profondamente l’attuale Presidente della Repubblica Ahmed Sezer e che fa gridare allo scandalo gli eredi del padre della patria Mustafà Kemal Atatürk. Negli uffici pubblici e nelle Università il velo, in questa nazione al 99 per cento musulmana, è infatti vietato per legge.
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In passato, proprio a causa del suo fervore religioso, il primo ministro ha avuto problemi con la legge e ha scontato alcuni mesi in galera. Ora lui stesso e il suo partito appaiono trasformati: Erdogan, almeno in campagna elettorale, ha rinunciato a cambiare la legge sul velo così come a favorire ulteriormente la proliferazione delle scuole islamiche. Tra i candidati del partito ci sono ora più donne e anche gli aleviti, scelti secondo gli analisti proprio per mitigare la connotazione islamica del partito. Solo il tempo dirà quanto è propaganda e quanto invece è destinato a restare.
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Le elezioni di domenica diranno anche non se l’Akp vincerà ancora, ma di quanto vincerà (leggi anche: Erdogan favorito. Nonostante tutto). Il partito vincitore si dice già pronto ad andare all’opposizione se non otterrà la maggioranza assoluta di voti e quindi la possibilità di governare da sola. Un governo di questo tipo viene visto favorevolmente dagli ambienti economico finanziari turchi, perché garanzia di stabilità. E non dispiace a quei Paesi, come ad esempio il nostro, che sono per un ingresso della Turchia in Europa.
L’unica alternativa possibile all’Akp, in un sistema che utilizza uno sbarramento al 10 per cento, è una coalizione bicolore Chp, Partito Repubblicano del Popolo (principale partito di sinistra), e Mhp, Movimento di Azione Nazionalista (di estrema destra: i “Lupi grigi”). Si insinua allora un dubbio: che dietro alla facciata della laicità il vero collante tra Chp e Mhp sia il nazionalismo. O l’ultra nazionalismo più oscurantista, capace di allontanare per sempre la Turchia dall’Europa. Il Chp, fondato proprio da Atatürk, che ha sempre guardato all’Europa come a un faro che illumina il cammino, non ha mai fatto dell’europeismo un suo cavallo di battaglia. E nessun governo laico ha azzardato la strada di riforme economico-sociali, così come invece ha fatto l’Apk. Negli scorsi mesi in milioni sono scesi in piazza per dire no a un capo dello Stato come Abdullah Gul. “Laici”, sono stati definiti. Tutti, anche “democratici”? No. La verità è che il termine laico, in Turchia, non per forza vuol dire anche democratico.
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LEGGI ANCHE: No, la laicità è una scusa - I rischi di una islamizzazione - gli altri articoli su laicità e islam - Turchia, domenica si vota: il premier Erdogan favorito - gli altri articoli sulle elezioni in Turchia - il DIARIO ELETTORALE DA ISTANBUL
- Sabato 21 Luglio 2007

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Commenti
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Il 24 Luglio 2007 alle 13:27 Diario da Istanbul: dopo il voto, si può tornare alle vacanze » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Bene, dunque, si guarda avanti, al prossimo appuntamento elettorale che non è poi così lontano. Già: tra un mese al massimo il parlamento dovrà scegliere il nuovo capo dello stato. L’aprile scorso si è scatenato il putiferio quando Tayyip Erdogan, con il suo partito islamo-moderato, ha cercato di far eleggere il suo ministro degli esteri Abdullah Gul come presidente della repubblica. I militari digrignarono i denti e milioni di laici scesero in piazza. [...]
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