
L’uomo giusto al posto giusto. Per questo il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, ha nominato nel maggio scorso Sandro Calvani alla guida dell’Istituto interregionale dell’Onu per la ricerca sul Crimine e la Giustizia (Unicri), che a sede a Torino. In forza al Palazzo di Vetro dal 1988, Calvani, 54 anni, è considerato uno dei massimi esperti di criminalità organizzata. Tra sequestri e traffici illeciti, il nuovo direttore dell’Unicri spiega a Panorama.it come intende combattere il crimine e il terrorismo internazionali.
Il tema dei sequestri è tornato all’ordine del giorno. Stasera a Roma e Milano si ricordano i 3000 ostaggi delle Farq colombiane. Lei è stato a lungo Rappresentante dell’Ufficio Onu contro la Droga e il Crimine (Unodc) in Colombia. Che idea si è fatta?
Oggi il sequestro è la forma più selvaggia di abuso dei diritti umani. La libertà personale è qualcosa di iscritto nel Dna dell’essere umano, ancor prima che nascessero le convenzioni Onu e la Dichiarazione universale dei diritti umani. È un tema su cui bisogna prestare estrema attenzione, anche da parte dei media. Non posso purtroppo non ricordare la vicenda di un bambino colombiano, Emmanuel. È il primo caso, nel XXI secolo, di un minorenne sequestrato prima ancora di nascere in quanto il gruppo armato delle Farc aveva rapito sua madre, tenuta prigioniera quando era incinta. Che umanità può conoscere un bambino cresciuto in quel modo e la cui famiglia non ha mai visto una sua fotografia?
Qual è secondo lei il modo più appropriato per combattere questo fenomeno?
Il fenomeno va combattuto a monte, instaurando una sicurezza molto più diffusa sul territorio. In Colombia, tanto per fare un esempio, negli ultimi decenni oltre il 40 per cento del territorio era privo di qualsiasi rappresentanza governativa. Ma la polizia non basta a far prevalere lo Stato di diritto. Oltre la forza, è necessario puntare sulla legalità, cioè sull’educazione affinché i sequestratori prendano coscienza che, a partire dalla loro comunità, vengono considerati come bestie. Spetta poi ai governi promuovere vere politiche di sviluppo in aree abbandonate a se stesse. La sconfitta di questi gruppi passa anche attraverso la costruzione di scuole, di ospedali e di altri servizi in cui l’efficienza prevale su tutto il resto.
Lei è appena stato nominato a capo di un Istituto incaricato di contrastare il crimine internazionale, il terrorismo globale, il traffico di esseri umani, la corruzione e favorire l’affermarsi di principi di giustizia. In questo tentativo di ristabilire un po’ di ordine sul pianeta, sembra che lei abbia più responsabilità di Bush e Ban Ki Moon messi insieme, non le pare?
L’Unicri è in realtà un istituto di ricerca applicata, quindi non ha responsabilità dirette di risposta ai fenomeni criminosi che lei ha menzionato. Noi dobbiamo semplicemente individuare esperienze che hanno avuto un esito positivo in alcuni paesi e tentare di applicarle in altri territori. Faccio un esempio. Dal momento in cui la polizia di Hong Kong, nota per essere stata una delle polizie più corrotte al mondo, è riuscita a diventare un corpo amministrativo tra i più efficienti del pianeta, sarebbe utile esportare questo modello di lotta alla corruzione a Mosca o a Bogotà. Questo tipo di iniziativa può contare sul fatto che oggi come oggi esiste un consenso internazionale sulle forme di risposta a cinque grandi crimini: il narcotraffico, il traffico di esseri umani, il riciclaggio di denaro sporco, la corruzione e il commercio illegale di armi. Sfortunatamente questo consenso viene a mancare per crimini minacciosi per lo sviluppo dei diritti umani nel mondo e di cui l’Unicri si occupa. Penso alla pirateria marittima, al crimine ambientale, ai diritti di proprietà intellettuale oppure ai crimini che si verificano su Internet. Per questo tipo di crimini, che saranno sempre più predominanti in futuro, stiamo lavorando a una serie di accordi regionali da estendere a livello globale con l’adozione di Convenzioni Onu tipo quella firmata a Palermo contro la criminalità organizzata.
In che modo pensa di guidare un istituto come l’Unicri?
Vorrei fare di Torino il centro mondiale di ricerca e di formazione su tutti i temi su cui le Nazioni Unite hanno ottenuto buoni risultati. Non si tratta soltanto dell’impatto del crimine sull’economia, ma anche sui diritti civili e umani o sulle situazioni di conflitto. Ormai ci sono guerre create su misura da grandi gruppi criminali. Tuttavia, il primo mio obiettivo rimane quello di demolire i muri che dividono i governi, i parlamenti e la società civile. Temi come il crimine organizzato non possono essere risolti dai soli governi, quindi c’è bisogno di conoscenze e dell’appoggio incondizionato sia della società civile che del settore privato.
E quale potrebbe essere l’apporto del settore privato?
Questo settore ha due componenti. La prima riguarda la prevenzione del modus operandi di alcune forme di criminalità, tipo quelle adottate dai “colletti bianchi” per il furto della proprietà intellettuale. In molti paesi dell’Africa non si può comprare un Cd o un Dvd originale perché esiste soltanto materiale taroccato. Questo fenomeno non fa altro che alimentare la corruzione e rafforzare la frustrazione di artisti africani, i primi ad essere colpiti dalla pirateria commerciale. Le aziende sanno come questo sistema funziona a livello sotterraneo e quindi possono aiutarci a stabilire le modalità di risposta per contrastare questo genere di crimine. In seconda battuta, oggi più che mai occorre sfruttare le opportunità che ci offrono le imprese specializzate nel settore turistico o dell’entertainement per educare la gente a difendersi dalle nuove forme di criminalità organizzata. Bisogna prendere atto che una fiction come La squadra è molto più educativa rispetto a un servizio dedicato a una conferenza delle Nazioni Unite sulla droga oppure delle stesse risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza.
Quali sono le risorse finanziarie dell’Unicri?
Per il 2007 spero di poter raggiungere i 10 milioni di euro.
Tutto qui?
È ovvio che vorrei disporre di più fondi, ma so anche di poter contare sulle risorse messe a disposizione dall’Organismo internazionale del lavoro (Ilo) presente a Torino.
- Mercoledì 25 Luglio 2007
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Commenti
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Il 27 Luglio 2007 alle 10:49 Corrado Buccieri ha scritto:
Infatti sembra proprio una testa di cuoio.
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