
“Innanzitutto grazie per essere qui. Immagino che non sia facile rivivere questa scena. L’azione del film si svolge nell’aprile 1994. Alcuni di voi sono qui da sei, dieci giorni, senza acqua, né cibo. Altri sono addirittura malati. Siete tutti coscienti di cosa sta per accadere…”. Un silenzio religioso accoglie le parole del regista francese Alain Tasma. Le 140 comparse assiepate nella piccola chiesa di Karambi sono ormai pronte, gli sguardi terrorizzati. Fuori, la furia delle milizie interahamwe si fa sempre più minacciosa. Pochi minuti ed è il finimondo. Armati di maceti e bastoni chiodati, un gruppo di uomini in preda all’ira sfonda porte e finestre: il massacro può iniziare. Tra minacce verbali e aggressioni fisiche, il caos è totale. Ad un tratto però la scena viene interrotta dalle urla di una signora anziana sul punto di aggredire un attore con una lancia. “Fermi tutti!” si sente gridare. “Presto, fate venire gli psicologi!”.
La linea che separa la fiction dalla realtà può rivelarsi davvero sottile. Nel caso del genocidio rwandese diventa quasi invisibile. Dopo Hotel Rwanda (3 nomination agli Oscar 2005), Shooting Dogs (di Michael Caton-Jones) e Sometimes in April (del grande regista haitiano Raoul Peck), Opération Turquoise è l’ultimo film dedicato a una delle pagine più buie della storia del XX secolo. Era il 7 aprile 1994, quando ebbe inizio lo sterminio della minoranza etnica tutsi pianificato da elementi estremisti della maggioranza hutu. Nel giro di soli tre mesi, furono massacrate oltre un milione di esseri umani in quello che fu definito il genocidio più rapido della storia dell’umanità. Una tragedia in cui spiccò il ruolo della Francia dell’ex presidente François Mitterand, protagonista sul finire dell’eccidio di un intervento umanitario rimasto al centro di mille polemiche. Presentata dalle Nazioni Unite come neutra e strettamente umanitaria, la cosiddetta “Opération Turquoise” diretta dai militari francesi consentì in realtà la fuga dei principali dirigenti estremisti hutu a cui la Francia aveva garantito negli anni precedenti lo sterminio un deciso sostegno finanziario e militare.
A tredici anni di distanza, Alain Tasma (vincitore nel 2006 dell’International Grammy Award) è tornato sui luoghi dell’eccidio per girare un telefilm su una vicenda “la cui verità non è mai stata resa pubblica. È una verità nota ad alcuni militari, politici e ex membri della cellula africana dell’Eliseo” sostiene il regista francese. Lo scopo di Opération Turquoise, programmato su Canal + per il prossimo autunno, “è quindi far riflettere il telespettatore sulle ambiguità e le profonde contraddizioni della macchina umanitaria allorquando si ritrova intrecciata a un’azione politico-militare”. Tanto slancio civile non aveva però fatto i conti con gli enormi ostacoli riscontrati dal team di Tasma durante le riprese in Rwanda. A partire dallo sbarco della troupe nel piccolo paese africano tre giorni dopo la rottura diplomatica tra Parigi e Kigali. I mandati di cattura internazionale spiccati dal giudice anti-terrorista francese Bruguière contro alcuni membri del nuovo regime rwandese accusati di aver abbattuto l’aereo dell’ex presidente Habyarimana il 6 aprile 1994 (attentato che diede ufficialmente il via al genocidio) non erano certi destinati a facilitare un’impresa a dir poco rocambolesca.
Basti pensare alle 3600 comparse arruolate per il film. Tra loro, molti i sopravvissuti tutsi costretti a fare i conti sul set con ex soldati delle Forze armate rwandesi responsabili del genocidio. “L’interprete di un miliziano estremista hutu” scrive Le Monde, “ha confuso il passato con il presente durante una ripresa che si svolgeva a un falso posto di controllo”, una strategia molto utilizzata dagli estremisti hutu durante lo sterminio per identificare i tutsi, fermarli e poi ucciderli. Ancora più incredibile è stata la scena in cui “una giovane donna, in veste di fuggitiva tutsi, ha riconosciuto tra i quattro falsi miliziani un carnefice che l’aveva realmente perseguita nel 1994″. Nadine Irankunda, alla guida di un gruppo di psicologhe rwandesi formate all’università di Butare (sud del Rwanda) per curare i traumi dei sopravvissuti, ricorda che “a Bisesero la situazione era molto grave, dovevo controllare ogni minuto”. Controllare che le comparse tutsi non andassero in crisi durante le scene che ripercorrono fatti e misfatti dei soldati francesi dell’Opération Turquoise in queste colline verdeggianti del Rwanda sudoccidentale.
Sul fronte opposto, gli attori professionisti francesi coinvolti nella sfida di Tasma hanno avuto modo di riflettere sul ruolo ambiguo della Francia nel genocidio rwandese. Jean-Pierre Martins spera che “il film alimenterà il desiderio dei francesi di saperne di più sul coinvolgimento del nostro paese in questa storia”. Per Aurélien Recoing, chiamato a interpretare un ufficiale di fregata dell’Opération Turquoise, il soggiorno in Rwanda è stato un inferno. “La notte non riuscivo più a dormire. Non perdonerò mai ai nostri politici dell’epoca di aver sostenuto un regime così estremista e di insistere a non voler riconoscere le proprie colpe”. Le autorità francesi ci provarono una prima volta nel 1998 con un rapporto d’informazione dell’Assemblea nazionale. Ma i risultati furono deludenti. Al punto tale che la società civile d’Oltralpe decise di pubblicare una contro-inchiesta per dimostrare la complicità della Francia. Dopo i mandati di cattura di Bruguière spiccati con il consenso di Jacques Chirac contro l’entourage del presidente rwandese Paul Kagame, il nuovo padrone dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy, dovrà fare i conti con i risultati di una commissione d’inchiesta formata dal regime di Kigali nel 2006 “per riunire le prove del coinvolgimento della Francia nel genocidio”. Tredici anni dopo, le ferite provocate dall’operazione Turquoise non si sono ancora rimarginate.
- Martedì 31 Luglio 2007

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Il 3 Ottobre 2007 alle 17:56 Genocidio in Rwanda: Parigi fa il primo mea culpa » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Una dichiarazione importante quella di Kouchner, in quanto mai un ministro si era “azzardato” a riconoscere le colpe della Francia nel genocidio rwandese. Il casus belli vede Parigi accusata dall’attuale regime di Kigali di aver sostenuto a suon di soldi e di armi le forze estremiste dell’etnia hutu che nel 1994 sterminarono un milione di persone appartenenti all’etnia tutsi e agli hutu moderati. Non solo. Sotto accusa è anche l’operazione umanitaria “Turquoise” portata avanti dai soldati francesi durante lo sterminio. Parigi si rifiuta di definire “ambigua” una missione che, su mandato delle Nazioni Unite, aveva l’obiettivo di aprire un corridoio umanitario nell’ovest del paese per consentire il ripiegamento nel vicino Congo di centinaia di migliaia di civili hutu in fuga dall’avanzata dalla ribellione tutsi del Fronte patriottico rwandese (Fpr). Nonostante le accuse di aver sfruttato l’operazione Turquoise per evacuare dal Rwanda gli estremisti hutu responsabili del genocidio, ieri Kouchner ha ribadito il bene fondato della missione umanitaria e l’estraneità dei soldati francesi “a qualsiasi omicidio”. [...]
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