
“Maledetto Gökçek, è tutta colpa sua, è tutta colpa sua”. Tornata a casa carica di riserve d’acqua trasportate in realtà quasi interamente dalla figlia e dal cognato, Ipek, 62enne pensionata, non la smette di maledire quello che per gran parte dei quattro milioni e mezzo di abitanti di Ankara è diventato il nemico numero uno: il sindaco, militante nelle file dell’Akp, il partito Giustizia e sviluppo del premier Erdogan, Melih Gökçek. Per i suoi concittadini è lui, più dei dieci mesi di siccità che stanno piagando tutto il Paese, ad aver messo la città in ginocchio, ad averla privata d’acqua a tal punto da rendere necessario il razionamento perfino negli ospedali e probabile l’apertura in ritardo di scuole ed università a causa del crescente rischio di epidemie. Nei principali nosocomi della città ormai da giorni si effettuano solo le operazioni chirurgiche strettamente necessarie. “Forniamo l’acqua corrente ai nostri pazienti per non più di un’ora-due al giorno, evitiamo di preparare piatti come minestre e anche al nostro personale forniamo cibo asciutto”, spiega il professor Ugur Erdener, direttore generale dell’ospedale dell’Università Hacettepe. Al Gazi non fanno più entrare visitatori, se non in situazioni particolarmente delicate, a scopo precauzionale. E se nelle moschee gli imam pregano Allah perché conceda la grazia di mandare al più presto “fertile pioggia dal cielo”, davanti alla sede del Comune risuonano ormai tutto il giorno bidoni usati come tamburi da donne, uomini e bambini. “Dimissioni”, gridano a gran voce, aggiungendo espressioni colorite che la dicono lunga sul livello di esasperazione raggiunto. “Invece di risolvere veramente il problema, il nostro sindaco che fa? Ci invita ad andare in vacanza da amici e parenti perché questo è il volere di Allah! Ma come si fa ad avere una tale faccia tosta?”, mi ripete Ipek mentre sua figlia, in sottofondo, la invita a calmarsi.
Come lei, migliaia e migliaia di abitanti hanno perso le staffe con l’amministrazione quando, a dispetto dello stato di emergenza, ettolitri di acqua potabile si sono riversati per le strade della città per lo scoppio di due grosse condutture: uno scoppio causato, molto probabilmente, da una manutenzione insufficiente. Già all’inizio del mese la città aveva solo 170 milioni di metri cubi d’acqua come riserva, pari al 5% della capacità totale. Inutile provare ad avere risposte dirette dal municipio, che per comunicare con la popolazione si affida a freddi e impersonali comunicati e qualche sporadica apparizione televisiva del primo cittadino, in carica da 13 anni. Con buona pace del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, vincitore a furor di popolo alle elezioni politiche del 22 luglio, che l’acqua in casa sua ha dichiarato di continuare a riceverla e che i media stanno ingigantendo la situazione.
Ma se Ankara piange, Istanbul certo non ride. Dallo scorso ottobre, nella regione nord occidentale della Marmara, dove si trova la megalopoli da 12 milioni di abitanti, sono caduti solo 394 millimetri di pioggia per metro quadrato, il 34% in meno del normale, e la costa sull’Egeo 355 millimetri, circa il 43% in meno. La siccità, attribuita al riscaldamento globale, è costata finora agli agricoltori qualcosa come 5 miliardi di lire turche (3,9 miliardi di dollari, 2,8 miliardi di euro). La raccolta del frumento è diminuita del 15%, quella di cotone, granoturco e tabacco del 30%, dei fichi del 50%.
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- Giovedì 16 Agosto 2007

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