
Doveva capitare un terremoto come quello che ha colpito in questi giorni il Perù (510 morti e duemila feriti ma le cifre sono ancora, purtroppo, provvisorie) perché i paesi latinoamericani potessero capire che, se solo volessero, potrebbero diventare davvero gli United States del Sud del mondo. Il cordone di solidarietà con cui stanno circondando il paese traumatizzato dal sisma, infatti, non ha precedenti nella storia di un continente che pure conosce da sempre catastrofi naturali. E succede così che un terremoto riesca a far dimenticare le divergenze politiche, gli scontri sociali, le contraddizioni, insomma, che finora non hanno reso possibile la creazione di un mondo latino-americano coerente in tutte le sue parti.
L’emergenza del Perù del resto è alta. La Panamericana, cioè l’insieme delle strade principali che si snodano lungo la costa del Pacifico, è completamente bloccata a sud, in corrispondenza delle aree colpite. Gli aiuti per via aerea, però, costano troppo per un paese come questo dove pochi giorni prima del disastro il Ministro della Salute in persona, Carlos Vallejos, ha denunciato che circa il 25 per cento dei medicinali in commercio è adulterato o scaduto. In emergenze simili per fortuna ad intervenire è la comunità internazionale e così è stato anche in questo caso.
Le Nazioni Unite hanno stanziato un milione di dollari Usa, il governo di Washington 100mila dollari per iniziare mentre l’Unione Europea ha promesso circa un milione di euro (per inciso partecipa anche la Croce rossa italiana con 50 mila euro).
Ma stavolta la vera differenza l’ha fatta il continente latinoamericano. Aiuti stanno arrivando, infatti, da Brasile, Bolivia, Cile, Venezuela, Messico, paesi che spesso si sono trovati per ragioni politiche da parti opposte della barricata. La Bolivia ha inviato dodici tonnellate di medicinali e beni di prima necessità stanno arrivando anche dal Brasile. Dal Messico è partita la squadra speciale dei “topos”, esperta in salvataggi in condizioni estreme e persino il presidente venezuelano Hugo Chavez, in perenne polemica con il suo omologo peruviano Alan Garcia ha dato piena disponibilità a mandare soccorsi da Caracas.
Emblematico poi il caso del Cile. Prima del sisma il governo di Santiago si era scontrato con quello di Lima, colpevole di aver pubblicato per vie ufficiali una mappa dell’Oceano Pacifico che rivendicava come peruviani 5mila chilometri quadrati di acque territoriali tradizionalmente considerate territorio cileno. In seguito al terremoto la stessa Michelle Bachelet, la “presidenta” come la chiamano a Santiago, ha dichiarato di voler mettere da parte ogni dissidio politico e di essere pronta a fornire tutti gli aiuti di cui il suo omologo peruviano Alan Garcia oggi ha più che mai bisogno per far fronte all’emergenza.

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- Sabato 18 Agosto 2007

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