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Sarkò, il mito della pubblica amministrazione francese e l’asso nella manica italiano

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  • Tags: commissione-Attali, francia, Franco-Bassanini, nicolas sarkozy, pubblica-amministrazione
  • 3 commenti

Il presidente francese Nicolas Sarkozy. Alle spalle il ministro della Giustizia Rachida Dati

Di Alberto Toscano - da Parigi

All’inizio di quest’anno i responsabili del settore “riforma amministrativa” del ministero francese dell’Economia, delle Finanze e dell’Industria convocarono a Bercy – il quartiere parigino dove c’è l’imponente palazzo dei ministeri finanziari – i presidenti delle varie associazioni di giornalisti stranieri a Parigi. Obiettivo: esporre i risultati di un lavoro di studio e di prime iniziative pratiche condotte nel corso della legislatura che stava per concludersi. La loro analisi nei confronti del sistema amministrativo transalpino fu impietosa, da tutti i punti di vista. E tra i rilievi critici più pesanti formulati c’era soprattutto la difficoltà con cui il sistema della pubblica amministrazione (considerato in Italia e all’estero un modello di efficienza) riesce ad adattarsi alle più moderne tecnologie informatiche. Non a caso sarà proprio questo punto uno dei focus della futura Commissione Attali a cui dovrebbe partecipare anche l’ex ministro italiano della Funzione Pubblica Franco Bassanini. Una commissione che è stata però pensata da Nicolas Sarkozy in un’ottica assai più ampia della semplice riforma amministrativa. Jacques Attali, già braccio destro di François Mitterrand all’Eliseo e in seguito presidente della Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) a Londra, la definisce così: “La Commissione è destinata a favorire le condizioni per la crescita dell’economia francese”. Non di semplice riforma della pubblica amministrazione si tratta, come è sembrato di capire leggendo stamani i quotidiani italiani: “Per me – ha proseguito l’economista e scrittore francese – i freni che limitano la crescita sono innumerevoli: dal modo in cui avviene la selezione delle élites dirigenti fino alle cosiddette rendite di posizione di cui beneficia una serie di professioni, dalle difficoltà della ricerca scientifica agli ostacoli alla creazione e al finanziamento delle imprese, dall’insufficiente mobilità sociale ai limiti all’ampliamento della popolazione attiva”. Attali ha anche precisato la sua intenzione di “organizzare in tutta libertà la composizione di tale commissione” per cui, dal suo punto di vista, qualsiasi intervento altrui (fosse anche del presidente Sarkozy) nella ricerca di altri membri di tale task-force sarebbe considerato inopportuno se non arbitrario.

L'ex ministro della Funzione Pubblica Franco Bassanini

Ora resta da vedere se la macchina amministrativa francese trarrà effettivamente qualche vantaggio dai lavori della Commissione Attali. I francesi si lamentano sempre più della situazione del loro settore pubblico, che in alcuni casi è effettivamente peggiorata negli ultimi anni. Un esempio. Chi scrive queste righe riceveva a Parigi ben tre volte al giorno la visita del postino fino al termine degli anni ‘90. Poi il postino ha cominciato a passare sempre due volte e oggi passa una volta sola. Ma non basta. Fino a un anno fa arrivava puntualmente alle 9 del mattino, mentre ormai passa quando capita. Nel caso della scuola, la macchina del sistema pubblico francese ha ricevuto duri colpi per un’altra ragione: un tempo l’istruzione era una garanzia per l’integrazione degli immigrati, mentre oggi il fallimento su questo fronte è sotto gli occhi di tutti. Dunque c’è una scuola a due livelli: quella dei quartieri bene, che continua a funzionare, e quella delle banlieues, dove il fallimento dell’integrazione s’identifica col fallimento del sistema educativo pubblico. Il risultato è che molti giovani delle periferie sprecano le loro capacità, con un grave danno alla “liberazione” delle forze sociali che potrebbero stimolare la crescita. Quanto alla macchina amministrativa vera e propria, restano da fare molti passi avanti, anche se il sistema francese è molto più semplice di quello italiano per il cittadino. La prova è la dichiarazione dei redditi, che Oltralpe è – salvo situazioni particolari – di una facilità assoluta.

LEGGI ANCHE: Il divide et impera di Sarkozy sulla Gauche - Sarkozy festeggia i primi 100 giorni al potere: bilancio positivo

  • redazione
  • Mercoledì 22 Agosto 2007
Germania: altro che green, è l’ora dell’urban golf »
« Il divide et impera versione Sarkozy

Commenti

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Il 23 Agosto 2007 alle 12:13 cristinaricci ha scritto:

Ahiaiai, l’idolo della destra italiana Sarkozy, per riformare la Francia, chiama il “sinistro” Bassanini…
Come mai? :-)))

Il 23 Agosto 2007 alle 16:12 Bassanini: vado in Francia a fare la rivoluzione che Prodi non vuole » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Questa volta invece, professor Bassanini, l’incarico è istituzionale… Sì. Il 30 agosto si insedia la Commissione per la liberazione della crescita francese, voluta dal governo di François Fillon, su mandato del presidente Nicolas Sarkozy. Ma la commissione, presieduta da un socialista del calibro di Jacques Attali (biografo e consulente di Mitterand, ndr), sarà del tutto indipendente e libera. Al presidente francese piacciono i socialisti come lei, Lang, Attali. Ma nessuno grida all’inciucio Da noi le divisioni politiche sono talmente forti e personalizzate che appena destra e sinistra si mettono a collaborare c’è chi pensa subito a qualcosa di losco. Ma le grandi riforme sono bipartisan. Germania e Francia insegnano. Già, com’è che l’efficiente stato francese ha bisogno di essere riformato? In Francia sono convinti che la nostra riforma sia buona e dunque sono molto interessati. La loro pubblica amministrazione funziona, ma per alcuni aspetti sono molto indietro. Per esempio, a parità di popolazione, la Francia conta due milioni in più di dipendenti pubblici rispetto ai 3,6 milioni dipendenti italiani. Da noi sono meno, ma non sono nelle condizioni di dare il meglio. Quelli francesi sono tanti, preparati, ma anche costosi: il loro stipendio incide per il 3,5% sul Pil nazionale. Anche di questo dovrà occuparsi la commissione, il cui mandato scade a dicembre. E dovremo anche indicare soluzioni per rilanciare la competitività e la crescita. Il livello della disoccupazione d’Oltralpe è per esempio superiore a quello italiano. Che ruolo avrà? Mi occuperò di ridefinire e semplificare il rapporto tra lo Stato e le piccole medie imprese. Ovvero quello che in Italia non le è riuscito quand’era ministro della Funzione Pubblica… Più o meno. In effetti la riforma del ‘97 (impropriamente detta Bassanini, visto che con me lavoravano fior di esperti) è in parte rimasta inattuata. E del governo Prodi Già. A essere sincero, il precedente governo Berlusconi l’ha rispettata all’80%. Questo esecutivo invece è andato nella direzione opposta. Spacchettando per esempio vari ministeri ha voluto dare un messaggio chiaro: la Bassanini non è più priorità. Ma è un altro l’aspetto che non mi convince. Dica Se Prodi avesse incaricato McKinsey o l’ingegner Ermolli di svolgere una ricerca seria e questo studio avesse dimostrato che l’Italia ha bisogno di 30 ministeri, a differenza della Francia, della Spagna e della Germania che non ne hanno più di 15, io avrei preso atto che la riforma Bassanini era sbagliata. Invece non bastavano le poltrone… E l’hanno tagliata fuori. Però con Astrid, e a titolo gratuito, continuo a collaborare con il ministero dell’Interno (Giuliano Amato del resto è tra i fondatori di Astrid); col ministero dei Rapporti con il parlamento di Vannino Chiti; con Paolo Gentiloni, ministro per le Telecomunicazioni. Di tutto di più, insomma. Non ho avuto incarichi dall’attuale ministero della Funzione Pubblica di Nicolais, se non quello, a titolo personale e gratuito, di presiedere una commissione di studio per la formazione dei dirigenti pubblici, sul modello dell’ENA francese. E com’è andata? Abbiamo consegnato i nostri lavori entro la data stabilita (il 31 marzo scorso) dal mandato parlamentare. Ma anche questi studi sono rimasti nei cassetti. Proprio come è successo nel ‘97. Tutti contenti in teoria, poi all’atto pratico le sue proposte restano lettera morta. Si rimprovera qualcosa in proposito? Le riforme che ho scritto in quegli anni (assieme a personaggi del calibro di Massimo D’Antona) sono state attuate solo in parte. È mancato un lavoro di manutenzione straordinaria. Cioè? Nel ‘97 l’Italia aveva bisogno di uno scossone, di uno choc. Le mie cinque leggi, scritte anche grazie agli apporti del forzista Franco Frattini, che poi mi è succeduto al ministero, e votate con spirito assolutamente bipartisan, abbisognavano, come tutte le riforme, di correzioni e messa a punto in fase di attuazione. E così si sono bloccate Le hanno bloccate. Chi? Un’ampia parte del ceto politico: interessato a mantenere lo status quo e a sistemare sulle poltrone pubbliche persone di fiducia o elettoralmente vicine. E un’ampia parte della burocrazia stessa, che non ama farsi mettere sotto esame ma preferisce andare avanti per scatti d’anzianità e automatismi interni. E anche un’ampia parte del sindacato, impaurito dall’impopolarità che avrebbe comportato seguire le mie norme. Quale in particolare? Quella che prevedeva premi ai dirigenti più efficienti e l’allontanamento dei fannulloni. La tesi del Professor Ichino, che ha scatenato polemiche nei mesi scorsi, io l’ho scritta dieci anni fa. Avevo previsto che ogni ufficio pubblico avesse degli obiettivi da raggiungere, una strategia per farlo e dei settori dove applicarsi. A chi fosse riuscito a ottenere buoni risultati avremmo dato un premio. Invece i sindacati preferiscono distribuire gli incentivi a pioggia… E così lei è rimasto nell’immaginario degli italiani come il ministro dell’autocertificazione. Sì, ma anche quella è una rivoluzione. Non dover più presentare carte e documenti per l’iscrizione dei propri figli all’anno scolastico successivo, come succedeva prima del ‘97, credo sia una buona semplificazione, no? Ma molti la criticano per aver dato ufficialità allo spoyl sistem? Il sistema è sempre esistito. E funziona anche in altre democrazie che noi italiani citiamo a modello. Deve essere limitato agli uffici di staff. Ed è deleterio quando nasconda interessi elettorali. Non c’è niente di male se il capo di gabinetto di un ministero è un uomo di fiducia del ministro. Purché quello sia stato scelto perché è il migliore sulla piazza e non perché appartiene alla famiglia politica del ministro. A proposito di famiglia, nel governo non c’è più lei, ma sua moglie Linda Lanzillotta, agli Affari regionali. Una ricompensa per non averla fatta eleggere al Senato alle ultime elezioni? No, che c’entra! Anche perché il ministro Lanzillotta non è dei Ds, ma della Margherita. A me è successo di essere troppo in basso nelle liste, nonostante il mio partito avesse promesso agli ex ministri un ruolo di primo piano. Tornerà a far politica attiva nel Partito democratico? Vedremo. Intanto io tifo Veltroni. Soprattutto dopo l’ampio e articolato discorso al Lingotto di Torino. E poi ha una certa somiglianza con Sarkozy. Ah sì? Certo: è un abile comunicatore (al pari del francese e di Silvio Berlusconi); è un riformista e gli piace innovare. E poi non è vero, come dice De Gregori, che vuol piacere a tutti. Ma l’avete letto bene il suo programma? [...]

Il 23 Agosto 2007 alle 16:40 Sarkozy festeggia i primi 100 giorni al potere: bilancio positivo » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE Il divide et impera versione Sarkozy - Sarkò, il mito della pubblica amministrazione francese e l’asso nella manica italiano [...]

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