Archivio di Settembre, 2007
- Tags: Barracas, Buenos-Aires, cinema, Edgardo-Cozarinsky, favela, Federico-León, film, Julio-Arrieta, neorealismo, povertà, Sebastián-Antico, Villa-21, villas-miserias
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Villa 21, Barracas, “favela” di Buenos Aires. Chi la abita adesso ha un’occasione unica. Recitare il ruolo di quello che realmente è nella vita: povero. Un neorealismo recuperato dal talento eccentrico ma generoso e socialmente operativo di Julio Arrieta, direttore del teatro locale, attore, padre di 12 figli e uomo dalle mille risorse. “Questa gente è indigente davvero, ho pensato, fare la parte dei poveri per loro sarà una passeggiata. E con i soldi ricevuti in cambio onestamente potranno sperare di costruirsi un avvenire migliore”.
Qui a Villa 21 si offrono, così, attori, catering, luci e tutto quello che serve per girare, dallo spot pubblicitario al film. Se si cercano facce nuove per film, spot o quant’altro abbia a che vedere con una cinepresa o una telecamera, è qui che vengono da tutto il mondo. L’idea ha avuto subito successo e colpisce pensare che questo progetto sia partito proprio quando l’Argentina se l’è vista brutta, ai tempi del crack economico del 2001. I registi e i cineasti del pianeta sono arrivati ad uno ad uno, incuriositi dall’iniziativa e in cerca di nuovi set.
Il regista Sebastián Antico, per esempio, è venuto a girare un film di fantascienza e perfino Alan Parker per “Evita” aveva pensato di ambientarvi le scene più importanti. Peccato che a suo dire ci fossero troppe antenne della televisione e il progetto fallì. Sono tanti, comunque, gli aneddoti di questa favela trasformata in Cinecittà d’Oltreoceano. Il regista Edgardo Cozarinsky racconta che, mentre filmava il suo “Ronda”, ingaggiò una famiglia di cartoneros, persone che vivono raccogliendo di notte i cartoni dalle immondizie, per interpretare il ruolo di se stessi. Al primo ciak la donna si presentò truccatissima come mai sarebbe stata nella realtà e alle rimostranze del regista lei rispose che era pur sempre cinema. Meno male che l’intrepido Arrieta ha capito il pericolo e si è fatto avanti per evitare danni maggiori trasformandosi perfino in manager per i “suoi” attori di strada. Che gli hanno dato credito visto che nel suo ufficio campeggiano le sua foto che riceve premi in loro nome. Ecco, il successo di Arrieta, in questa isola di povertà, è stato proprio questo: aver trasformato il dolore e la miseria in una cartolina e aver dato a chi nella cartolina si è trovato suo malgrado una via di fuga, divertente e non violenta.
La vita l’ha premiato. Adesso a raccontare la storia di quest’isola di celluloide anche un film-documentario di Federico León dal titolo che, speriamo, sia anche un bellissimo augurio: “Estrellas”, cioè “stelle”.
![[i]25 settembre 2007[/i] - Secondo alcune valutazioni citate da testimoni, fra i circa 100.000 manifestanti circa 30.000 sono monaci buddisti.<br /> La manifestazione si svolge in modo pacifico. Alle 14:30 locali (le 10:00 italiane) la folla era radunata nel settore della pagoda Sule.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_myanmar-25set-05.jpg)
Di Giovanni Porzio
A scatenare le proteste era stato, in agosto, il rincaro del 500 per cento della benzina e del gas per cucinare: beni essenziali per un popolo sfinito dalla miseria, taglieggiato dall’inflazione e oppresso dalla dittatura militare. Le prime manifestazioni di dissenso sono state soffocate con la consueta brutalità. Ma da due settimane a guidare i cortei nelle principali città, con la benedizione del Dalai Lama, sono i monaci buddisti: l’unica forza di opposizione che il regime teme e che esita a reprimere (anche se martedì 25 settembre ha imposto il coprifuoco notturno).
Scalzi, avvolti nelle tuniche color zafferano, silenziosi, escono ogni giorno dalla pagoda Shwedagon di Yangon, il tempio più venerato del paese, e sfilano sotto gli occhi dei soldati davanti alla casa del premio Nobel Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia (Lnd) e simbolo della resistenza ai generali, costretta per 12 degli ultimi 18 anni agli arresti domiciliari.
Nelle mani dei bonzi le ciotole delle offerte sono capovolte, a significare il rifiuto fisico e morale del regime. Un gesto che equivale a una scomunica.
Nel 1988 la «primavera birmana» era stata schiacciata nel sangue: 3 mila morti. Nel 1990 la giunta al potere aveva ignorato la vittoria elettorale della Lnd, riempito le prigioni di studenti e isolato il paese. George Bush, che ha annunciato nuove sanzioni, non starebbe a guardare. I membri dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico, di cui Myanmar fa parte, spingono per una soluzione politica della crisi. Come la Cina, che a pochi mesi dalle Olimpiadi di Pechino non vuole problemi ai suoi confini.
L’ex Birmania occupa una posizione strategica e commerciale sempre più rilevante in Asia. L’India, che condivide con Myanmar una lunga frontiera, ha bisogno della collaborazione dell’esercito birmano per contenere le insurrezioni armate nel Nord-Est del subcontinente. La Corea del Nord, che ha da poco ristabilito le relazioni diplomatiche con Yangon, è interessata ai giacimenti di uranio birmani. Cina e India, soprattutto, si contendono gli idrocarburi birmani.
Il Myanmar possiede petrolio (50 milioni di barili stimati) e i maggiori depositi di gas del Sud-Est asiatico: 510 miliardi di metri cubi provati. In gennaio Russia e Cina hanno bloccato una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che condannava le violazioni dei diritti umani nell’ex Birmania. Subito dopo, il 15 gennaio, la China national petroleum corporation ha ottenuto altre tre concessioni per lo sfruttamento del greggio e del gas naturale al largo della costa dello stato del Rakhin, nell’Ovest del paese. E Mosca ha negoziato un nuovo contratto per la fornitura di armi a Yangon.

In aprile Pechino ha stanziato oltre 1 miliardo di dollari per la costruzione di un gasdotto di 2.380 chilometri dal porto birmano di Sittwe, nel Golfo del Bengala, a Kunming, nello Yunnan: avrà una capacità di 170 miliardi di metri cubi di gas in 30 anni e costituirà una valida alternativa allo Stretto di Malacca per il trasporto dell’energia dall’Africa e dal Medio Oriente. New Delhi ha in progetto un altro gasdotto di 950 chilometri attraverso il Bangladesh.
Il ruolo strategico del Myanmar non si limita al settore degli idrocarburi. India e Cina intendono riaprire la vecchia Stilwell road, l’arteria di 1.736 chilometri costruita dagli alleati durante il Secondo conflitto mondiale per rifornire gli eserciti impegnati contro i giapponesi. Oggi occorrono due settimane per veicolare le merci dal porto di Kolkata alla Cina e al Sud-Est asiatico attraverso lo Stretto di Malacca. La strada, dall’Assam allo Yunnan attraverso il Myanmar, consentirebbe di concludere il trasporto in due giorni e con una riduzione dei costi del 30 per cento.
Pechino, Yangon e Bangkok hanno anche firmato un accordo per la costruzione di una serie di dighe sul Salween, l’ultimo grande fiume non imbrigliato della regione. L’obiettivo è produrre 16 mila megawatt di energia, in gran parte destinati alla Thailandia. I lavori per la prima diga da 600 megawatt a Hat Gyi, nello stato Karen, dovrebbero iniziare entro la fine di quest’anno.
La giunta ha già trasferito forzosamente migliaia di contadini. Decine di villaggi sono stati distrutti e le coltivazioni incendiate. Le campagne contro i civili e le minoranze etniche hanno costretto oltre 1 milione di birmani a rifugiarsi in Thailandia e si sono intensificate attorno alla nuova capitale Naypyidaw, a ridosso dello stato Karen, esacerbando il malcontento di una popolazione che sopravvive a stento.
Quando il generale Ne Win s’impadronì del potere, nel 1962, il delta dell’Irrawaddy era il primo esportatore di riso al mondo e la Birmania aveva i requisiti per avviare un prospero sviluppo: petrolio e gas, carbone e pietre preziose, foreste di legni pregiati, un alto livello di istruzione, un sistema commerciale competitivo.
La «via birmana al socialismo» ha devastato l’economia, precipitato il popolo nell’indigenza, sperperato le risorse in assurde spese militari (l’esercito, con 500 mila soldati, è il decimo al mondo), alimentato la corruzione e provocato una guerra civile che ha causato più di 150 mila morti. L’uomo forte della giunta, il settantaquattrenne generale Than Shwe, è un vecchio malato che non fa un passo senza consultare gli astrologi. Le forze armate, che gestiscono il traffico di eroina nel Triangolo d’oro, sono del tutto screditate. A minacciare la sopravvivenza del regime non sono soltanto la «Lady» imprigionata a Yangon e i bonzi. La società civile si è organizzata in una rete clandestina, Generazione 88, che si è già dimostrata capace di riempire le piazze e di sfidare i generali.
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Di Alberto Toscano
Nella sua prima intervista ai media inglesi da quando è entrato all’Eliseo Nicolas Sarkozy ha affermato che sarà la Francia a guidare la nuova Europa. Stando agli ultimi sondaggi il 76 per cento dei cittadini apprezza la sua determinazione e lo trova convincente. Ma proprio questo suo decisionismo (ritenuto da molti eccessivo) sta cominciando a infastidire compagni di partito e non. La lista dei nemici del presidente si allunga ogni giorno. Ormai si annidano ovunque, anche nel centrodestra. A cominciare da François Bayrou, ministro negli anni Novanta insieme a Sarkozy, che al primo turno delle presidenziali lo ha sfidato senza mezze misure, conquistando il 18,7 per cento dei voti. In vista del ballottaggio tra Sarkozy e http://www.desirsdavenir.org/, Bayrou ha preferito strizzare l’occhio alla candidata socialista. Questa settimana ha accettato d’incontrare il segretario del Partito socialista François Hollande e già si parla di un coordinamento antigovernativo.
Ancora più astioso è Dominique de Villepin, ex braccio destro di Jacques Chirac e primo ministro dal giugno 2005 al maggio 2007. Tra i personaggi più detestati all’Eliseo, oggi Villepin è indagato dalla magistratura parigina per il cosiddetto affare Clearstream, quando avrebbe cercato di incastrare Sarkozy con una storia di false tangenti su una banca lussemburghese per conquistare la candidatura.
L’ex premier non perde occasione di criticare il nuovo presidente, accusandolo di politica estera troppo filoamericana, ma soprattutto cercando di riorganizzare il clan Chirac in seno all’Ump (Union pour un mouvement populaire), partito di maggioranza. Dove un certo malcontento serpeggia soprattutto a causa delle poltrone che Sarkozy ha elargito a esponenti filosocialisti, in nome dell’apertura.
I leader della sinistra intanto sono impegnati a leccarsi le ferite. E a prendersela con Sarkozy nel tentativo di trovare un terreno comune dal quale risalire la china.
Il vero pericolo viene dai sindacati e dalle associazioni vicine ai «sans papiers», decise a contrastare le leggi oggi al vaglio del parlamento. Due in particolare fanno ribollire gli animi: la riforma pensionistica, che prevede tagli ai privilegi delle categorie che vanno in pensione a 55 anni (ferrovieri, personale dei trasporti pubblici urbani…), e le nuove norme sull’immigrazione.
Nel 1995, quando i sindacati riuscirono a impedire la prima, un personaggio s’impose all’attenzione dei francesi: il comunista Bernard Thibault, all’epoca leader dei ferrovieri, oggi numero uno della Cgt (Confédération générale du travail), legata a doppio filo al Partito comunista. Proprio Thibault è l’uomo che Sarkozy dovrebbe temere di più. Capace di mobilitare le masse, si batterà per impedire la riforma pensionistica: uno sciopero generale è già stato indetto dai ferrovieri per il 18 ottobre.
Altri settori del pubblico impiego stanno cercando una piattaforma comune contro il governo. Tra questi la scuola. Gérard Aschieri, segretario generale della Fédération syndicale unitaire (Fsu) dell’istruzione, si oppone alla riduzione dei posti di lavoro e annuncia proteste. Le associazioni pro immigrati accusano Sarkozy di imporre autentiche retate pur di favorire le espulsioni di massa dei clandestini extracomunitari.
Il quotidiano comunista L’Humanité pubblica, con evidente intento polemico, un’intervista a Pierre Henry, presidente di France terre d’asile (Fta), associazione che si batte contro le retate. Il titolo? “Una politica sproporzionata e pericolosa”.
L’autunno di Sarkozy potrebbe essere caldo a sinistra e pieno d’insidie a destra.
![[i]27 settembre 2007 - [/i]Le immagini della giornata di manifestazioni e scontri con la polizia Yangoon, capitale del Myanmar.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_myanmar-27set-02.jpg)
Ecco le immagini choc della repressione in corso in queste ore in Birmania a partire da due servizi della televisione giapponese che, sulla base di un video amatoriale, ricostruiscono l’omicidio di Kenji Nagai, il fotografo nipponico ucciso ieri da un soldato birmano.
A seguire, alcuni servizi mandati in onda da BBC, France24, Euronews, Al Jazeera English e da MRTV3 International, la televisione birmana gestita dai militari che accusa i media stranieri di diffondere falsità.
La tv birmana: tutta colpa della BBC
Euronews: le immagini della repressione
France24: un ufficiale dell’esercito abbandona la divisa. Non vuole essere complice della repressione
La protesta e la repressione nelle immagini e nelle parole di BBC World
AlJazeera English: cosa può fare la comunità internazionale? Qui la seconda parte.
Euronews: la protesta contro la repressione a Londra e Parigi
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Sono gli ultimi indigeni dell’Amazzonia a vivere completamente isolati dal resto del mondo e a non aver mai avuto contatti con nessuno. Si tratta di alcuni membri appartenenti alla tribù amazzonica degli Ayoreo Totobiegosode. La scoperta che è stata fatta da altri membri di questo popolo che invece da anni vivono a contatto con la “civilizzazione” è avvenuta in Paraguay, grazie al ritrovamento di impronte e di resti di fuochi di accampamenti ancora fumanti e all’incontro con 17 membri dell’etnia che non avevano mai visto né un paio di scarpe né un “uomo bianco”. A darne notizia l’associazione internazionale Survival, molto preoccupata che la rapida deforestazione di questa parte d’Amazzonia possa compromettere l’habitat in cui vive da secoli di questo gruppo umano.
Ed è stato proprio il disboscamento in atto nella zona settentrionale dell’Amazzonia paraguayana ad avere costretto i 17 membri degli Ayoreo – cinque uomini, sette donne e cinque bambini - a uscire dall’isolamento e, in sostanza, a chiedere aiuto ai loro compagni di etnia più “civilizzati”. Il taglio del legname sta infatti riducendo al lumicino le risorse fondamentali per la loro sopravvivenza, ovvero la caccia, la pesca e i raccolti di frutta dagli alberi. Ma il motivo principale che li ha portati ad entrare in contatto con il mondo, rivela l’agenzia di news Adital, è stata “la carenza d’acqua, causata dall’uso indiscriminato che ne fanno i coloni e i fazenderos locali”.
In un momento in cui il Myanmar è di nuovo teatro di violenza e repressione, vale la pena riprendere in mano un recente libro in cui Aung San Suu Kyi, paladina della democrazia e della salvaguardia per i diritti civili nel suo Paese, oltre che premio Nobel per la pace nel 1991, descrive con lucidità e passione la sua Birmania.
Lettere dalla mia Birmania (Sperling & Kupfer) è infatti una raccolta di 52 brevi passi che Aung San Suu Kyi ha pubblicato dal novembre del 1995 all’ottobre 1996 sul quotidiano giapponese Mainichi Shimbun. Proprio nell’ultima epistola il premio Nobel ammette che “da persona profondamente impegnata nel movimento della democrazia in Birmania, è sempre stata mia intenzione concentrarmi sull’aspetto politico della vita del mio paese. Ma la politica riguarda la gente, e così ho cercato anche di far emergere il volto umano della nostra lotta politica”. E in effetti le lettere di Aung San Suu Kyi iniziano il lettore a un viaggio affascinante alla scoperta di usi, costumi e tradizioni originali; di colori, suoni e sapori suggestivi; di uomini che si riconoscono in valori come l’amicizia, la solidarietà, il rispetto, l’ospitalità, pur vivendo sotto un regime che li priva di diritti fondamentali come l’istruzione, l’assistenza sanitaria e, naturalmente e innanzitutto, la libertà. La Birmania di Aung San Suu Kyi è forte, leale, combattiva, “pronta a sostenere la democrazia a prezzo di infiniti sacrifici”. Un Paese che “non perde la speranza neppure di fronte al più duro attacco armato” ma che, al contrario, è sempre pronto a ribadire la propria “determinazione a risolvere i problemi del Paese con mezzi non militari ma politici”.
![[i]24 settembre 2007 -[/i] Due cortei, che raccolgono decine di migliaia di persone ciascuno, stanno sfilando attraverso Yangon, Myanmar. Secondo i testimoni, le strade sono gremite di gente che applaude ed incoraggia i monaci buddisti e alcuni manifestanti brandiscono cartelli in cui chiedono riconciliazione nazionale e la liberazione di prigionieri politici. Si tratta della più importante manifestazione contro il regime militare al potere degli ultimi vent'anni, giunta oggi al settimo giorno consecutivo.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/myanmar/normal_myanmar00.jpg)
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L’appello è disperato: “Qualcuno può fare qualcosa per la nostra nazione, ora all’interno di Yangon sembra una zona di guerra. Ho sentito degli spari al telefono, oltre cinquanta colpi, proprio ora, ma le persone non stanno abbandonando la protesta e sempre più gente scende in strada”. È il racconto in diretta di Ko-htike, un blogger birmano che da Londra sta pubblicando su internet immagini e testimonianze degli scontri nella sua nazione, inviate con i cellulari da chi sta partecipando alla rivolta contro la giunta militare a Yangon, ex capitale della nazione.
Mentre il numero delle vittime continua a salire e si denunciano rastrellamenti casa per casa, a poche ore dalla morte del cronista giapponese Kenji Nagai, ai giornalisti stranieri viene data la caccia come pericolosi criminali. I gruppi editoriali privati birmani hanno deciso di sospendere le pubblicazioni a causa dell’aggravarsi della situzione a Yangon, la principale città del paese, dove è diventato impossibile assicurare la distribuzione dei giornali. Il provvedimento riguarda in particolare i quattro settimanali del gruppo Eleven media, i due settimanali del gruppo Yangon Media e i settimanali Kamudra, Voice e Market.
Ma fortunatamente Ko htike non è solo a dare voce al paese sotto assedio: altre persone stanno diffondendo sul web immagini dalle strade affollate di monaci, giovani universitari, civili esasperati. In questi giorni siti come Flickr e Technorati hanno raccolto centinaia di fotografie che documentano la repressione violenta del regime birmano. E tra i blogger italiani crescono di ora in ora le adesioni alla campagna mondiale per la manifestazione di oggi: i partecipanti indosseranno una maglietta rossa in segno di solidarietà ai monaci.
Secondo l’associazione Open net soltanto lo 0,1% della popolazione birmana può accedere a internet. In queste ore la giunta al potere nell’ex Birmania sembra aver fatto tagliare l’accesso a Internet, nell’intento d’impedire la trasmissione on line di fotografie, video e persino semplici notizie su quanto sta accadendo nel Paese asiatico, unica fonte d’informazione all’esterno. Abbassate le saracinesche di tutti i bar della città dotati di terminali, nessuna risposta al telefono dagli uffici del maggiore provider nazionale.
I controlli sono rigidi, ma l’associazione di giornalisti Reporter senza frontiere è riuscita a diffondere un manuale per aggirare i filtri sul web che isolano la Birmania dal resto del mondo.
LEGGI ANCHE: Sergio Romano: perché le sanzioni non servono - I blogger sfidano la censura - Lettere dalla mia Birmania: Aung San Suu Kyi racconta in un libro il suo paese - Partecipa al FORUM - Guarda la GALLERY

Domenica 30 settembre l’Ucraina va alle urne per eleggere il parlamento (Verhovna Rada). Si tratta di elezioni anticipate determinate dallo scioglimento del Parlamento deciso dal presidente ucraino Viktor Yuscenko lo scorso 2 aprile. Inizialmente Yuscenko ha firmato un decreto che prevedeva le elezioni parlamentari per il 24 maggio, poi spostate al 24 giugno (perché il Parlamento e il Governo ucraino hanno giudicato il decreto anticostituzionale e hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale) e infine al 30 settembre, dopo un triplice accordo sulle date tra presidente, capo del governo e parlamento.
Ciò che ha portato alla dissoluzione del Parlamento è stata una battaglia di potere lunga otto mesi tra il Presidente e il Parlamento. Le continue battaglie interne tra l’Alleanza di Unità Nazionale e l’opposizione si sono concretizzate spesso nel boicottaggio delle sessioni plenarie del Parlamento (leggi anche: Ucraina, le tappe della crisi). Due mesi fa è partita una campagna elettorale considerata da tutti come la più sporca e populista di tutti i tempi.
Il Partito delle Regioni del premier Viktor Yanukovich è favorito, ma Yanukovich ha dichiarato qualche giorno fa che non si presenterà alle elezioni se non finiscono le provocazioni. Piovono critiche e lamentele da tutte le parti. Secondo alcuni osservatori, per esempio, le liste elettorali non conterrebbero molti degli aventi diritto e in compenso comprenderebbero persone decedute o semplicemente inesistenti. Fino ieri si potevano denunciare le irregolità, adesso invece le liste sono congelate.
Pare poi esserci un altro “giallo-avvelenamento”. Il Ministro dell’interno, Vasily Tsushko, candidato dei Socialisti, ha dichiarato che è stato avvelenato con teofilina, un medicinale che preso in grande quantità diventa veleno. Alla fine di maggio Tsushko era stato ricoverato dopo uno strano infarto, e successivamente portato in una clinica in Germania. Pare che i risultati delle analisi confermino l’ipotesi di un possibile avvelenamento.
Ci sono tre blocchi forti che corrono domenica per le elezioni: il Partito delle Regioni del Premier, Nostra Ucraina del Presidente Yucsenko e il Blocco di Yulia Timoscenko, protagonista della rivoluzione arancione. Alcuni osservatori reputano comunque queste elezioni una prova generale delle presidenziali di fine 2009 e una possibile dimostrazione della debolezza dell’attuale presidente.
LEGGI ANCHE LE SCHEDE:
Ucraina: i protagonisti delle elezioni - I partiti in corsa per le elezioni - Le tappe della crisi
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