Di Giovanni Porzio - da Teheran
Diplomatici e osservatori occidentali sono rimasti sbalorditi. Proprio quando il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Mohamed el Baradei informava l’Onu di avere raggiunto un’intesa per disinnescare il contenzioso con gli ayatollah, allontanando la minaccia di un terzo round di sanzioni, il presidente Mahmoud Ahmadinejad, il 2 settembre, ha annunciato che l’Iran ha già installato 3 mila centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.
Il giorno dopo ha rincarato la dose affermando che «il dossier nucleare è chiuso». E ha aggiunto di avere la matematica certezza che gli Stati Uniti non bombarderanno la Repubblica islamica: «Sono un ingegnere, so fare i miei calcoli. E ho fede in Dio: coloro che camminano nella rettitudine saranno vittoriosi». Gli ha fatto eco, a poche ore di distanza, la guida suprema della rivoluzione, l’ayatollah Ali Khamenei: «Non ci faremo intimidire dall’Occidente».
L’aspirazione sciita al martirio non basta a spiegare le bellicose esternazioni dei massimi dirigenti di Teheran. Che hanno almeno due chiavi di lettura. La più immediata è quella di una risposta agli avvertimenti lanciati la scorsa settimana da Washington e da Parigi: George W. Bush e Nicolas Sarkozy avevano fatto espliciti riferimenti a un possibile bombardamento dei siti nucleari iraniani. La seconda è quella della classica reazione di un regime che alimentando la tensione internazionale e agendo sul pedale del nazionalismo cerca di scaricare all’esterno i propri fallimenti.
A due anni dalla sua imprevista elezione, Ahmadinejad non ha ottenuto risultati apprezzabili: l’agenda populistica che lo aveva catapultato al vertice dello stato (il riscatto dei ceti poveri, il ritorno agli ideali traditi della rivoluzione) è rimasta lettera morta. Gli spazi di libertà individuali si sono ridotti. I tassi di inflazione e di disoccupazione hanno raggiunto livelli insopportabili. La benzina, nel secondo paese produttore di greggio dell’Opec, è per il 50 per cento importata e razionata, mentre le rendite degli idrocarburi sovvenzionano la Difesa, il debito pubblico, i sussidi statali. L’isolamento diplomatico ed economico della Repubblica islamica è solo in parte mitigato dagli accordi commerciali con India e Cina. E la teocrazia è sempre più controllata dall’apparato militare.
I 125 mila guardiani della rivoluzione e i 900 mila basiji, le milizie popolari, hanno rialzato la testa. I pasdaran dirigono quasi tutti i principali ministeri, l’università e gli aeroporti di Teheran, l’industria petrolifera, le banche, l’import-export. E due settimane dopo la minaccia Usa di includere i guardiani nell’elenco delle organizzazioni accusate di armare e finanziare i terroristi in Iraq e in Afghanistan, Khamenei ha sostituito il comandante dei pasdaran Yahya Rahim Safavi con il generale Mohammad Ali Jafari, eroe della guerra con Saddam, un falco fedelissimo al regime.
La reale portata del programma atomico iraniano resta avvolta dal mistero. Teheran, che a differenza di India, Pakistan e Israele ha firmato il Trattato di non proliferazione, sostiene il proprio diritto a produrre energia nucleare per usi civili. Ma il sospetto che gli ayatollah stiano segretamente perseguendo scopi militari – anche se non sono mai state trovate prove conclusive – è rafforzato da numerosi indizi: i rapporti di cooperazione con Islamabad e con Pyongyang, le reticenze e gli ostacoli frapposti agli ispettori di Vienna, la scoperta nel 2003 di laboratori di ricerca clandestini, l’insistenza nel voler produrre uranio arricchito benché il combustibile per la centrale di Busher sia fornito dai russi.
All’obiezione che un paese ricco di idrocarburi non avrebbe bisogno di energia nucleare gli iraniani rispondono che agli attuali livelli estrattivi le riserve saranno esaurite entro cinquant’anni, arco di tempo che vedrà la popolazione crescere da 70 a 105 milioni. E ribadiscono che nell’impianto di Natanz il processo di conversione dell’uranio grezzo (yellowcake) in esafluoride di uranio (UF6), il gas utilizzato nelle centrifughe per produrre uranio arricchito, non ha niente a che vedere con la costruzione di ordigni atomici, banditi da una fatwa della guida suprema.
Secondo gli esperti americani e israeliani, l’Iran non è in ogni caso in grado di realizzare la bomba prima di due-cinque anni. Delle 3 mila centrifughe installate, solo 1.968 sarebbero in funzione e a una velocità inferiore al 4 per cento. Un blitz militare, come ha dimostrato il raid israeliano del 1981 sul reattore iracheno Osirak, non fermerebbe il programma nucleare. E avrebbe devastanti conseguenze in tutta la regione.
Lo spazio aereo iraniano è protetto da 224 missili antiaerei su rampe mobili. I missili terra-terra Shehab sono in grado di colpire Israele e i pozzi di petrolio delle monarchie arabe. Gli ayatollah potrebbero reagire attaccando obiettivi americani nel Golfo, in Iraq, in Afghanistan e in Libano, lanciando le milizie di Hezbollah contro i caschi blu dell’Unifil. E le ultime manovre militari iraniane ipotizzavano il blocco dello stretto di Hormuz, da cui transitano ogni giorno 17 milioni di barili di greggio destinati all’Occidente: una mossa disperata, visto che gas e petrolio rappresentano il 90 per cento delle esportazioni di Teheran, tuttavia già predisposta.
Il volume degli scambi commerciali tra l’Iran, la Russia, la Cina e l’Ue spinge in direzione di un approccio morbido al dossier nucleare. L’opinione più diffusa è che Teheran non supererà la soglia del programma per usi civili e che le pressioni della comunità internazionale faranno prevalere le correnti pragmatiche del regime islamico. Ma questi calcoli, e quelli di Ahmadinejad, potrebbero rivelarsi sbagliati. A Washington circola l’indiscrezione secondo cui la lobby favorevole a un blitz militare, guidata dal vicepresidente Dick Cheney, avrebbe messo in minoranza il segretario di Stato Condoleezza Rice e il segretario alla Difesa Robert Gates, fautori della politica delle sanzioni. Il piano di attacco è già delineato, con bombardieri pronti a colpire le installazioni nucleari, la basi dei pasdaran e altri 400 obiettivi selezionati. Forze speciali e agenti segreti sarebbero già in contatto con i gruppi di opposizione curdi, azeri e baluchi.
La disastrosa avventura irachena è stata fatale a George Bush, crollato ai minimi storici nei sondaggi: un’eredità che potrebbe essere tentato di rivalutare con una pioggia di missili contro l’Iran.
- Venerdì 7 Settembre 2007


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Commenti
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Il 7 Settembre 2007 alle 12:49 Corrado Buccieri ha scritto:
Ma insomma,che vuol dire questo bliz.
Praticamente Bush dall’Iraq,visto che
ci si trova vuol saltare in Iran,avrà
meno spese e continuerà la sua traettoria.
Il 7 Settembre 2007 alle 18:12 zelda__ ha scritto:
Insomma: per risalire nei sondaggi Bush scatena la terza guerra mondiale.
Il 8 Settembre 2007 alle 3:52 dolphin ha scritto:
Penso che solo attraverso uno sforzo Diplomatico Internazionale si possa allentare la tensione e creare le condizioni per il dialogo tra USA e Iran.
Il 11 Settembre 2007 alle 19:19 Corrado Buccieri ha scritto:
L’Iran giustamente non vuol fare la
fine dell’Iraq e si difende,ma se viene
colpita,il caso non sarà seplice,sarà
la terza guerra mondiale.
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