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11/9/2001: da allora niente è stato più come prima. Ecco perché

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  • Tags: 11-settembre-2001, Antonio-Scurati, Magdi-Allam, mario-deaglio, maurizio-viroli, Sergio-Romano, terrorismo
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Il progetto del nuovo World Trade Center a New York.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]

11 settembre 2001 - 11 settembre 2007. Sei anni dopo la strage delle Twin Towers, ecco che cosa è cambiato secondo un economista (Mario Deaglio), uno storico (Sergio Romano), uno scrittore (Antonio Scurati), un critico cinematografico (Goffredo Fofi), un giornalista (Magdi Allam) e uno scienziato della politica che insegna in America (Maurizio Viroli). A tutti Panorama.it ha fatto la stessa domanda: davvero niente è stato più come prima? Ecco le risposte.

Maurizio Viroli, scienziato politico: dallo stato liberale allo stato hobbesiano
Dopo l’11 settembre, come avrebbe detto Hegel, la storia ha effettivamente calzato gli stivali delle sette leghe. Sul piano internazionale è tuttora in corso una guerra aperta tra Occidente e fondamentalismo terrorista. Sul piano interno, in Occidente, lo stesso dibattito politico è ormai dominato dal problema del terrorismo e dall’assenza di sicurezza. Si pensi solo agli Stati Uniti, dove il risultato della campagna elettorale del 2008 si gioca su un problema collegato all’attacco delle Twin Towers: come uscire dall’incubo dell’Iraq? Nella vita quotidiana dei cittadini che abitano in quegli Stati che hanno subito attacchi terroristici, c’è poi la percezione drammatica di una mancanza di sicurezza e dal bisogno di protezione: siamo in qualche modo passati da uno scenario liberale in cui il fine essenziale era quello del godimento dei diritti a uno stato di natura hobbesiano in cui l’esigenza fondamentale è rimanere vivi e non soffrire di una morte violenta.

Mario Deaglio, l’economista: l’incertezza non è misurabile
Economisti e finanzieri sono abituati a valutare i rischi dei loro investimenti, ma non l’incertezza determinata dalla possibilità di un evento terroristico. Quella non è misurabile, manda in aria anche i calcoli più raffinati e rende ancora più difficile fare previsioni di business. Ma vediamo che cosa è accaduto dopo quell’evento che ha cambiato il volto dell’economia mondiale: prima si è prodotta una recessione a causa della paura della gente. Poi, per evitare una crisi peggiore, la Banca centrale americana ha fatto una politica di denaro a bassissimo costo che poi hanno adotatto anche le altre banche centrali. Risultato: il mondo si è inondato di liquidità e la liquidità è andata nelle abitazioni, drogando in qualche misura il sistema. Ora siamo giunti alla fine di questa corsa: una corsa terminata con la crisi dei mutui, un malanno più serio di come è stato presentato. Ma l’11 settembre ha anche modificato le caratteristiche della globalizzazione: prima si pensava che sarebbe stata uniforme, che progressivamente avrebbe stemperato le differenze tra i vari Paesi. Addirittura Fukuyama parlava di fine della storia. Dopo l’11 settembre la globalizzazione è diventata a grumi o isole: l’Europa preferisce commerciare con se stessa, e magari con la Russia e l’Asia, la Cina attira commercio in Asia e ha un ponte con gli Stati Unuiti, gli Stati uniti esportano in Canada e in Messico (il 45% dell’export è con gli altri Paesi dell’America del Nord mentre a metà degli anni 90 era solo del 25%). Si pensi poi a tutte queste campagne protezioniste: alle iniziative tra Venezuela e Bolivia per costruire gasdotti nella sola America del Sud o alla guerra contro i prodotti cinesi. Ma l’11 settembre ha anche introdotto una forte variabile politica sul prezzo del petrolio. Un mercato del greggio che dipende sempre di più da fattori esterni ai mercati.

Goffredo Fofi, critico cinematografico: l’umanità corre verso il suicidio
Dopo l’11 settembre è sempre di più il cinema di una sola parte e del pensiero unico. Un cinema condizionato dal potere, dalla propaganda di destra e di sinistra, imbastardito dalla fiction e dalla televisione, con alcune appendici finto d’autore che sono quelle dei film di denuncia che non denunciano più niente. La verità è che oggi il cinema fa parte di un sistema di informazione e di instupidimento collettivo che lascia il tempo che trova, che non cambia di una virgola le nostre vite. Mi viene in mente Eyes wide shut del più grande regista della fine del 900, Stanley Kubrick: il mondo dell’occulto decide per noi. Mafie, massonerie, p2, finanza. I politici sono al loro servizio. E quelli che fanno cinema, in questo mondo, svolgono ormai una funzione del tutto secondaria. Che non cambia nulla.

Sergio Romano, ambasciatore: cambiamenti a catena
All’indomani dell’11 settembre, gli Stati Uniti hanno deciso di attaccare l’Afghanistan, contro cui la guerra era in qualche modo giustificata, in quanto quartier generale delle milizie di Bin Laden. Poi si sono convinti che occorresse scatenare la guerra contro Saddam Hussein. E a partire da quel momento ci sono state tutta una serie di reazioni a catena sullo scacchiere internazionale i cui effetti si stanno dispiegando solo ora: da un lato è emerso, a mio parere, il fallimento della missione militare americana, dall’altro quella guerra è stata considerata il prologo di altre guerre contro altri Paesi, che a loro volta si sono controassicurati con una serie di reazioni: la Russia si è avvicinata alla Cina e ha cominciato a percepire la politica americana come una minaccia in tutta la zona. La stessa cosa ha fatto l’Iran. I turchi si sono preoccupati dalla possibilità che il Kurdistan iracheno potesse diventare l’embrione di un grande Kurdistan. Ora se la guerra in Iraq è fallita, come a mio avviso è fallita, il fallimento produrrà sulla società e sulla politica estera americana uno choc equiparabile a quello dell’11 settembre. Perché se la superpotenza statunuitense fa una guerra, dando a una guerra quell’importanza che George Bush gli ha dato, e quella guerra fallisce, dopo si attenda il terremoto: bisognerà pur che nella società americana si traggano delle conclusioni sul fallimento della guerra. Non sappiamo ancora quali, né quando, ma è evidente che questo processo di rielaborazione del fallimento, qualora avvenisse, produrrà dei cambiamenti negli assetti generali. L’11 settembre ha avuto però anche un altro effetto: la diminuzione del grado di osservanza dei diritti umani e civili nelle maggiori democrazie. Già esisteva in molte democrazie la sensazione che il mondo fosse andato troppo avanti nel rispetto dei diritti umani e civili e discapito dei poteri dello Stato e delle forze di polizia. L’11 settembre ha accentuato questa consapevolezza, offrendo alle grandi democrazie il destro per poter fare quello che avevano in serbo di fare già da prima: il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo a discapito dell’osservanza dei diritti umani e civili.

Magdi Allam, giornalista: il trionfo del nichilismo
L’11 settembre è stato uno spartiacque della storia contemporanea. Per me, che da quel giorno non ho avuto una mezza giornata di riposo, la necessità della sicurezza è diventata un compagno quotidiano di strada. Ma è altrettanto evidente che ci troviamo in un mondo in cui l’estremismo è a tal punto globalizzato da diventare persino più minaccioso in alcune città occidentali che in Tunisia o in Egitto. L’11 settembre ha portato con sé la totale dissacrazione del valore della vita fino a immaginare, per i miliziani islamisti, che non la vita ma la morte rappresenta un livello supremo di spiritualità. Una concezione deleteria che è arrivata anche da noi, in Occidente: basti pensare che quattro terroristi suicidi di Londra erano cittadini britannici, che secondo l’MI5 ci sono 5000 qaedisti dormienti in Inghilterra, che in Danimarca e Germania la gran parte dei militanti islamisti sono cittadini europei, che il gruppo dirigente di Al Qaeda che ha compiuto gli attentati delle Twin Towers erano studenti arabi residenti ad Amburgo, figli in qualche modo degeneri di una società occidentale di cui avevano accettato solo la materialità, ma non i valori. Davvero, con la globalizzazione dell’estremismo, risulta difficile tracciare una linea di demarcazione tra il mondo arabo e l’occidente sulla violazione del valore della vita.

Antonio Scurati, scrittore e studioso di mass media: la fine del tabù della guerra
Come evento mediatico, l’11 settembre ha prodotto due trasformazioni. Una sul piano della comunicazione: di fronte al terrorismo, per sua natura sfuggente, la forma tradizionale del conflitto armato su vasta scala è diventata persino rassicurante, confortante, per le opinioni pubbliche internazionali. Tutto questo ha prodotto un rovesciamento dell’immaginario forgiato nel 20 secolo basato sul tabù della guerra. La seconda traformazione è quella legata alla vittimizzazione della nostra cultura e della nostra società. La figura della vittima del terrorismo diventa l’elemento identificativo primordiale con cui viene giustificata ogni operazione armata e qualsiasi sospensione del diritto. Con tutto quello che di ipocrisia, passività e inerzia comporta. Con l’11 settembre, insomma, ci siamo sentiti in qualche misura vittime di una violenza che ha raggiunto anche noi attraverso i media e ci ha trasformati in qualche misura in sopravvissuti a una sorta di Olocausto. Il vittimismo è la nuova forma assolta dell’arena contemporanea. E non parlo solo dell’11 settembre: tutte le paranoie sui clandestini o su quelli che vengono da fuori ci trasmette l’idea che siamo tutti agnelli sacrificali.

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  • paolo.papi
  • Lunedì 10 Settembre 2007
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Il 11 Settembre 2007 alle 11:39 11/09: passa il tempo, la paura rimane. Soprattutto tra gli italiani » Panorama.it - Italia ha scritto:

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Il 11 Settembre 2007 alle 11:43 11/09/07: sei anni dopo ecco il nuovo messaggio audio di Bin Laden » Panorama.it - Mondo ha scritto:

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Il 12 Settembre 2007 alle 11:38 Borghezio “fermato e picchiato” a Bruxelles nella marcia anti-Islam » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Era arrivato a Bruxelles per manifestare davanti al Parlamento europeo “contro l’Islam”, nel sesto anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, sfidando, insieme ad alcuni europarlamentari della destra, il divieto del sindaco della capitale belga, il socialista Freddy Thielemans. Si sono radunati al grido di “Stop the islamisation of the Europe”. Ma la marcia dell’eurodeputato leghista Mario Borghezio e delle associazioni anti-islamiche della rete Sioe, il partito di estrema destra fiammingo Vlaamms Belang, non è mai partita. Sono stati fermati prima, dalla polizia belga, che, a dire dell’eurodeputato, avrebbe usato le maniere pesanti: Borghezio è stato maltrattato, caricato su una camionetta e portato al Palazzo di giustizia della città. Tanto che a difesa del leghista è intervenuta la Farnesina che ha mosso rappresentanti diplomatici italiani presso il Belgio e le istituzioni europee, anche con un passo presso il Parlamento europeo per far valere le prerogative come parlamentare dell’eurodeputato leghista. La giornata di Borghezio, con tanto di bandiera padana al collo, è cominciata a rondpoint Schuman (la rotonda dedicata a uno dei padri dell’Europa unita), dove alcuni poliziotti hanno fermato, dopo averlo malmenato, il rappresentante del Vlaams Belang (partito di estrema destra separatista e xenofobo fiammingo che da 3 mesi minaccia la secessione delle Fiandre, la ricca regione del Nord, dalla più povera e francofona Vallonia) al Parlamento europeo Frank Vanhecke. “È un europarlamentare, siamo europarlamentari. È una vergogna”, ha gridato più volte Borghezio, mentre Vanhecke veniva fatto salire a forza su un pullman blindato della polizia. Secondo alcuni testimoni, il leghista avrebbe invece urlato alle forze dell’ordine: “Siete peggio degli islamici”. Comunque sia, la polizia non si è intimorita davanti all’autorità, e ha usato il pugno di ferro. “Ce ne hanno date per sette”, ha dichiarato l’esponente del Carroccio. Subito dopo Vanhecke è stato fatto salire a bordo Borghezio, che ha denunciato i maltrattamenti ai quali sono stati sottoposti i fermati. Fermato anche il leader del Vlaams Belang Filip Dewinter. Subito dopo il piazzale antistante la Commissione Ue e il Consiglio, cuore del quartiere comunitario, è stato pesantemente presidiato dalle forze dell’ordine nel timore che la manifestazione contro l’islamizzazione dell’Europa, proibita dal sindaco di Bruxelles Freddy Thielemans, potesse spingersi fino a lì. Nel tardo pomeriggio Mario Borghezio ha chiamato i giornalisti facendo sapere di essere rinchiuso in una cella, senza avere avuto spiegazioni da parte delle autorità belghe, mentre il sindaco in una conferenza stampa spiegava che l’europarlamentare “non ha ottemperato alle leggi”. “La legge è legge e non ci sono differenze sia per un parlamentare belga o un italiano”, ha aggiunto Thielemans. Per l’eurodeputato del Carroccio, in ogni caso, ha sottolineato il sindaco, si è trattato di “una privazione della libertà solo momentanea” a differenza dei leader fiamminghi, la cui posizione si dovrebbe aggravare nelle prossime ore per avere resistito alle forze dell’ordine. Al suo rilascio, Borghezio ha inveito contro “l’Euro-Arabia”, spiegando che “qualcuno dovrà spiegare” perché non si sia consentito a un gruppo di europarlamentari di esprimersi “pubblicamente”, nel giorno dell’anniversario delle torri gemelle, sull’islamizzazione e la minaccia del terrorismo. [...]

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