Sconfitta bruciante per il premio Nobel per la Pace Rigoberta Menchú Tum e ballottaggio il prossimo 4 novembre tra il candidato della destra Otto Perez Molina e il socialdemocratico Alvaro Colom. Sono questi i primi verdetti certi (il conteggio è ancora aperto ma le differenze tra i primi due candidati e gli altri sono enormi) delle elezioni più sanguinose della storia del Guatemala. È stata infatti la violenza il tratto distintivo del voto che ha visto 5,9 milioni di guatemaltechi recarsi alle urne per eleggere il successore di Óscar Berger, oltre i 158 membri del futuro Parlamento e 332 consigli comunali. Violenza testimoniata da cifre che hanno impressionato persino i 13mila osservatori internazionali che hanno vigilato sulla regolarità del processo elettorale, molti dei quali sono abituati a lavorare in condizioni di pericolo avendo alle spalle il voto afghano del settembre 2005, o quello iracheno dello scorso anno. Ma in Guatemala il pericolo è all’ordine del giorno, se è vero che dall’inizio di maggio, quando erano state depositate le liste, sino al voto di domenica 9 settembre l’ong “Mirador Electoral” ha contabilizzato 49 morti ammazzati tra candidati e attivisti politici. Gli ultimi a cadere, abbattuti a colpi di mitragliatrice da sicari al solito sconosciuti, sono stati Wencenslao Ayapán ed Esmeralda Uyún, entrambi candidati del partito “Encuentro por Guatemala”, lo stesso della Menchú, la più conosciuta tra i 14 “presidenziabili” ma anche la principale sconfitta, avendo raccimolato in base ai dati parziali sinora a disposizione poco più del 3% dei suffragi. Strano ma non troppo se si pensa che la Menchú in Guatemala è assai meno conosciuta che all’estero e, soprattutto, non aveva alle spalle potentati economici come Perez Molina e Colom, i due nomi da cui uscirà chi governerà il paese centroamericano sino al 2012.
Ma chi sono i due “presidenziabili”? Il primo è un generale in pensione il lizza per il conservatore Partido Patriota (PP), da alcuni accusato di avere ordinato esecuzioni sommarie e di essere stato responsabile di un buon numero di desapariciones quando era a capo dello Stato Maggiore Presidenziale (EMP), un corpo di élite dell’esercito. Il secondo un ingegnere industriale candidato dal partito progressista Unidad Nacional de la Esperanza (UNE). Chi sarà il successore di Berger? Molto dipenderà dalle indicazioni di voto che daranno gli sconfitti, a cominciare dal candidato giunto terzo, il medico conservatore Alejandro Giammattei della Gran Alianza Nacional (GANA), la coalizione del presidente uscente. E proprio guardando l’orientamento politico di chi è stato escluso dal ballottaggio com il maggior numero di voti, prevalentemente di centro-destra, per il 4 novembre sembra favorito Perez Molina, nonostante al primo turno i conteggi parziali lo diano alle spalle di Colom.
In un paese dove il 60% dei tredici milioni di abitanti è composto da popolazioni indigene, quelle maggiormente colpite dal genocidio che tra il 1960 e il 1996 ha visto morire o sparire nel nulla oltre 200mila guatemaltechi, il voto di domenica 9 settembre – il terzo da quando undici anni fa sono stati firmati gli accordi di pace – ha rappresentato comunque un momento fondamentale per il rafforzamento della democrazia. L’unico grande rischio è che ora riesploda la violenza dei “misteriosi” sicari, che hanno insanguinato il periodo pre-elettorale. Sono in molti a temerlo.
- Martedì 11 Settembre 2007

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Il 2 Novembre 2007 alle 10:56 Colombia: il voto amministrativo segnato da violenze e omicidi » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Più sangue che al primo turno in Guatemala, dove domenica 4 novembre ci sarà un ballottaggio che già si annuncia caldissimo. Il voto amministrativo nel quale domenica 28 ottobre i colombiani hanno scelto sindaci, governatori, consiglieri comunali e governi provinciali (a Bogotá la sinistra si è confermata al governo) ha conteso il primato della violenza a quello guatemalteco, dello scorso 9 settembre. Pochi ne hanno parlato in Europa ed è comprensibile dal momento che lo stesso giorno si è votato in Argentina per il successore di Néstor Kirchner alla Casa Rosada, ma gli oltre trenta morti ammazzati hanno portato alla disperazione i volontari dell’ong Moe, acronimo che sta per Missione di Osservazione Elettorale, e gli osservatori dell’Osa, l’Organizzazione degli Stati Americani. Tra questi anche l’ex ministro degli Esteri di Raúl Alfonsín, l’argentino Dante Caputo, che, poche ore prima del voto, aveva ammesso alla BBC: “Siamo venuti a cercare di vedere cosa sarà a vincere. Se l’estorsione, le minacce, gli omicidi, la compravendita di voti o il ricatto degli uni contro gli altri”. Una frase che descrive meglio di qualsiasi analisi l’atmosfera che si respira oggi in Colombia. Secondo il quotidiano El Tiempo molti dei candidati uccisi sono familiari di persone che, già in precedenza, erano state sequestrate o uccise dalla guerriglia o dai gruppi paramilitari. Addirittura sette sarebbero parenti degli ex deputati della provincia del Valle sequestrati dalle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (organizzazione guerrigliera marxista ndr) e i cui corpi senza vita, dopo cinque anni di prigionia, sono stati recentemente restituiti alle famiglie dalle stesse Farc. E proprio contro i guerriglieri punta l’indice l’ultimo rapporto della Missione dell’Osa che indica nelle Farc “il principale problema di ordine pubblico che si trova ad affrontare il Paese e, parimenti, la principale causa dei possibili irregolarità elettorali”. [...]
Il 6 Novembre 2007 alle 19:13 Da Chávez a Colom, perché l’America Latina si tinge di rosso » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Domenica 4 novembre la vittoria in Guatemala dell’imprenditore progressista Alvaro Colom sul generale in pensione Otto Pérez Molina, conservatore, ha posto l’ennesimo tassello al mosaico politico latinoamericano, sempre più orientato a sinistra. Basti pensare che, in tutta l’America Latina oggi solo Messico, Colombia, Paraguay, Honduras ed El Salvador sono governati dalla destra o dal centro-destra. Inoltre, se si pensa che il prossimo aprile si voterà ad Asunción (Paraguay) dove, stando ai sondaggi, potrebbe vincere l’ex vescovo Fernando Lugo, sospeso a divinis dal Vaticano a causa della sua decisione di candidarsi e vicino alla Teologia della Liberazione e al venezuelano Hugo Chávez, quella che gli analisti definiscono la “rivoluzione rossa” del continente sembrerebbe inarrestabile. Cosa sta accadendo in America Latina e, soprattutto, come si pongono gli Stati Uniti di fronte a questi mutamenti? [...]
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