- Tags: David-Petraeus, George-Bush, guerra, iraq, Stati Uniti
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“Ritorno nel successo”. Questo il nuovo slogan coniato da George Bush come sintesi delle due opzioni che sulla guerra in Iraq contrappongono la vittoria al ritiro delle truppe americane. Nel discorso alla nazione di ieri (le 3 di oggi in Italia) dallo studio Ovale della Casa Bianca il presidente ha fornito un programma preciso per il rimpatrio dei 30.000 soldati inviati di rinforzo in Iraq tra la primavera e l’estate di quest’anno su richiesta de generale David Petraeus, il comandante in capo in Iraq che ha scatenato un vittorioso contrattacco contro miliziani e terroristi. Bush ha infatti sposato pienamente il rapporto (leggi il file pdf) presentato ne giorni scorsi al congresso da Petraeus lodando il comportamento in battaglia dei soldati.
“Le nostre truppe si stanno comportando in maniera fantastica al fianco delle forze irachene, hanno catturato o ucciso una media di più di 1.500 combattenti nemici ogni mese da gennaio”. I primi 6.000 militari, come aveva anticipato lo stesso Petraeus, torneranno negli USA in ottobre, altri 5.700 “saranno a casa per Natale” ha aggiunto Bush precisando che entro luglio 2008 verranno ritirati dall’Iraq altri 18.000 soldati. Ciò significa che gli americani voteranno il prossimo presidente nel novembre 2008, con 130.000 militari ancora dislocati in Iraq. Un elemento che ha indotto Bush ad affermare che “la visione di una presenza americana ridotta ha anche il sostegno dei leader iracheni di tutte le comunità, allo stesso tempo essi capiscono che per il loro successo servirà un impegno americano politico, economico e di sicurezza che si estenderà oltre la mia presidenza”. Nel discorso di 18 minuti Bush ha chiesto al Partito Democratico di appoggiare la strategia del ritorno nel successo: “Quanto maggiori saranno i progressi raggiunti, tanto maggiore sarà il numero delle truppe che potranno rientrare”. Per i Democratici, però, Bush così condanna le truppe in Iraq a una “guerra senza fine”. Il Presidente Usa ha poi messo in guardia sul caos che determinerebbe un ritiro rapido e totale dall’Iraq “che lascerebbero spazio all’Iran, alle ambizioni nucleari e agli sforzi del regime degli ayatollah per dominare la regione: gli estremisti potrebbero controllare un’area-chiave per la produzione energetica mondiale e l’Iraq sprofonderebbe in una crisi umanitaria”. Il discorso presidenziale è stato improntato all’ottimismo: ha parlato per 18 minuti, usando 10 volte la parola successo, e altre tre il verbo succeed, ottenere il successo citando 13 volte al Qaeda.
- Venerdì 14 Settembre 2007

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Commenti
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Il 14 Settembre 2007 alle 15:55 orziuncola ha scritto:
La frase del “Wow, fantastico, abbiamo catturato o ucciso una media di più di 1.500 combattenti nemici ogni mese da gennaio!” è grandiosa, sembra che la guerra sia una partita di baseball.
Il 15 Settembre 2007 alle 14:38 talete ha scritto:
e di “Ritorno nel successo” cosa mi dite? Caro Bush, l’Iraq non è Hollywood e abbiamo tutti capito che i suoi slogan servono solo a coprire una disfatta morale e militare
Il 17 Settembre 2007 alle 10:51 Iraq, la strategia di Bush non convince la stampa araba » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] La strategia americana in Iraq non convince la stampa araba, con qualche eccezione. Più che sul discorso di George Bush (in cui il presidente statunitense ha annunciato il proseguimento della missione e il graduale ritiro delle truppe supplementari inviate qualche mese fa) i giornali arabi si concentrano sulle testimonianze rilasciate al Congresso nei giorni precedenti dal generale David Petraeus e dall’ambasciatore Ryan Crocker. Diversi giornali iracheni, per esempio Al Adalah, Al Dustur e Al Mada sottolineano come il governo di Baghdad abbia accolto con soddisfazione le considerazioni fatte a Washington. Azzaman titola invece “Petraeus ha detto la verità, Crocker no” e commenta: “Petraeus è stato franco e diretto quando ha sottolineato tre gravi conseguenze di un eventuale ritiro immediato degli Stati Uniti: 1) il governo, la polizia e l’esercito iracheni collasseranno; 2) l’Iran occuperà l’Iraq: 3) al Qaida riempirà il vuoto”. Ha solo dimenticato di dire - aggiunge polemicamente Azzaman - che “prima dell’invasione non c’era Al Qaida in Iraq, non era possible per l’Iran invadere l’Iraq e nessuno immaginava che il governo iracheno, l’esercito e la polizia sarebbero collassati.” Crocker, invece, “ha menzionato successi diplomatici inesistenti, ignorando la realtà sul terreno e il fatto che Stati vicini come la Turchia e l’Iran stanno bombardando villaggi e città. Ha anche negato implicitamente che gli omicidi settari stiano continuando nelle strade di Baghdad in maniera organizzata, con l’appoggio del Ministero dell’Interno e delle milizie sostenute dal governo.” [...]
Il 14 Novembre 2007 alle 16:51 Iraq, anche l’Fbi critica la società di sicurezza privata Blackwater » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Sembrano non finire i guai per la Blackwater, la società di sicurezza privata americana accusata dalle autorità irachene di avere il grilletto facile. Una recente inchiesta ha appurato come i contractors abbiano ucciso il 16 settembre scorso 17 civili in quello che la Blackwater sostiene fosse un agguato della guerriglia. In realtà però dalle prime risultanze dell’inchiesta affidata all’Fbi sulla vicenda, a quanto riporta il New York Times, emerge che furono completamente immotivate le uccisioni di almeno quattordici dei diciassette civili iracheni uccisi dalle bodyguards. La notizia piomba sulla società che ha l’appalto per garantire la sicurezza del personale del Dipartimento di Stato americano dopo altre e recenti accuse di uccisioni e violenze immotivate. Benché il governo di Baghdad voglia porre sotto la legge irachena tutti gli operatori delle società private e abbia sospeso la licenza alla Blackwater, i mille bodyguard della società americana continuano a lavorare anche se con modalità più ristrette. L’accordo di compromesso in fase di negoziato tra americani e iracheni garantirebbe infatti alle Psc (Private Security Company) di non essere sottoposte alla legge di Baghdad ma le loro attività verrebbero poste sotto il controllo delle forze americane. Attualmente in Iraq sono presenti circa 30 mila guardie private delle quali quasi un terzo lavorano a contratto con i governi statunitense e britannico, mentre gli altri proteggono installazioni e scortano convogli di società private, straniere e irachene. Le Psc sono concentrate per lo più a Baghdad e Bassora ma sono presenti con basi operative anche a Nassiryah, Mosul e nei principali centri iracheni. I loro compiti sono ancora indispensabili nonostante il forte calo delle azioni di guerriglia e terrorismo e anche i tecnici italiani della Farnesina ancora presenti a Nassiuryah si avvalgono della scorta degli specialisti britannici della Aegis. Senza le Psc i compiti di scorta e protezione ricadrebbero sui militari alleati, 170 mila in tutto dei quali 160 mila statunitensi. Forze destinate a ridursi nel 2008 in base ai programmi della Casa Bianca (130 mila soldati entro giugno e forse a 100 mila entro la fine dell’anno) e comunque insufficienti a garantire la protezione di installazioni e personale civile. [...]
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