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La Rice è a Tel Aviv. Israele: Gaza nemica. Hamas: è guerra.

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  • Tags: Abu Mazen, Cisgiordania, ehud-barak, Gaza, Gerusalemme, Israele, Palestina
  • Un commento

Gaza, 12 giugno 2007: in Palestina il tempo delle parole sembra finito per lasciare spazio solo a quello delle armi. Da una parte il presidente Abu Mazen e Al Fatah, eredi diretti di Arafat, dall'altra i nuovi leoni arrembanti e arrabbiati di Hamas, il partito islamico legato all'internazionale dei Fratelli Mussulmani che vuole fare della Striscia di Gaza la propria roccaforte. [i](Credits: Ansa)[/i]

Condoleezza Rice è arrivata in Israele per la prima tappa del tour in Medio Oriente che anticipa la conferenza di pace organizzata dalla Casa Bianca per novembre. E subito si trova a dover gestire uno scontro durissimo tra Israele e Hamas. Il Consiglio dei ministri israeliano ha infatti deciso all’unanimità di tagliare i rifornimenti di carburante ed energia elettrica a Gaza. Governata da Hamas dopo una sanguinosa battaglia contro i “laici” di Al Fatah, la Striscia è stata definita anche “un’entità nemica”, quasi a sancire formalmente la separazione tra le due Palestine: quella “buona” di Ramallah controllata da Al Fatah, con cui Gerusalemme è disposta a sedersi al tavolo delle trattative, e quella “cattiva” di Gaza City in mano ai miliziani integralisti dopo il golpe di giugno. La risposta di Hamas non si è comunque fatta attendere: quella di Israele “è una dichiarazione di guerra”. Alla base della decisione odierna c’è la ripresa da qualche settimana del lancio dei missili Qassam, la conseguente riorganizzazione del braccio militare di Hamas e forse anche la volontà di spaccare ulteriormente il fronte palestinese prima di sedersi, da una posizione di forza, al tavolo delle trattative di pace. Incalzato dalle destre israeliane Ehud Barak, il ministro della Difesa, non ha escluso un intervento di terra, ma quella di oggi è una decisione - secondo il quotidiano Haaretz - che, in chiave interna, mira a prendere tempo e a spiazzare i fautori di un’invasione su larga scala.

A complicare il quadro nell’immediato c’è la forte divisione, all’interno dell’organizzazione integralista palestinese, tra il suo braccio politico guidato dal premier Hanyeh e i vari signori della guerra integralisti che agiscono ormai per conto proprio, padroni assoluti del territorio e delle varie enclave guerrigliere. Sullo sfondo però c’è una questione strategica: la trattativa di pace (con i buoni uffici della Rice) che va avanti in gran segreto da alcuni mesi tra il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen. Una trattativa che – secondo il quotidiano palestinese vicino ad Al Fatah al Quds al Arabi - avrebbero già portato a un accordo “definitivo” e “dettagliato” che sarà presentato solo alla Conferenza voluta da Bush a Washington il prossimo autunno: Gerusalemme ‘capitale di due stati’, parziale riconoscimento del diritto al ritorno di 100 mila profughi e ‘risarcimento’ a coloro che non rientreranno. L’intesa, sempre secondo il quotidiano palestinese, prevederebbe il ritiro di Israele dai territori del 1967, salvo “compensazioni con altri territori del 1948″. Alla fine del processo potrebbe nascere una confederazione palestinese-giordana.

L’unica certezza è che l’amministrazione americana ha oggi tutto l’interesse per favorire, prima della fine del mandato presidenziale, un accordo di pace che consenta ai repubblicani di scrollarsi di dosso la fama bellicista conquistata in questi anni. La decisione di dichiarare Gaza “un’entità nemica” e di comminargli sanzioni di tipo economico potrebbe anche non interrompere il dialogo diplomatico tra Gerusalemme e Ramallah. E, benché Abu Mazen abbia formalmente condannato la decisione israeliana, non sono di secondaria i toni scelti dall’Anp: “Lo Stato ebraico – ha detto Saeb Erekat, consigliere politico del presidente Abu Mazen - non ha diritto formale di dichiarare la striscia di Gaza entità nemica perché quello è un territorio occupato: è una decisione nulla”. Una condanna tutto sommato lieve, formale, dove sono scomparsi i tradizionali riferimenti all’”entità sionista” e all’”aggressione terroristica” cui anche gli eredi di Arafat ci avevano abituati. Una presa di posizione molto diversa da quella di Hamas, appunto. Nel momento dell’avvio delle trattative, gettare altra benzina verbale sul fuoco significherebbe per l’Anp rischiare di perdere, dopo aver perduto l’appoggio di buona parte della popolazione, anche la sponda diplomatica, l’ultima possibilità che hanno gli eredi di Arafat per legittimarsi agli occhi dei cinque milioni di palestinesi. Da parte sua Condoleezza Rice ha sottolineato che “Quello che vogliamo è portare avanti la causa della pace tra israeliani e palestinesi. Non possiamo continuare a dire che vogliamo una soluzione con due stati, ma dobbiamo muoverci e credo che la traccia degli incontri bilaterali in cui si sono impegnati le parti abbia esattamente questo scopo”.

  • paolo.papi
  • Mercoledì 19 Settembre 2007
Russia, Andrey Lugovoj entra in politica e si candida alle elezioni »
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Commenti

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Il 21 Settembre 2007 alle 17:23 Corrado Buccieri ha scritto:

Gaza è una striscia,eppur si muove.

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