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Non ci vuole molto ad accusare la Siria per l’ennesimo attentato in Libano, che ha provocato 5 morti e decine di feriti, anche se poi le cose sono più complicate di quanto appaiano. La vittima designata, Antoine Ghanem, di cui sono in corso stamani a Beirut i funerali, era un deputato anti-siriano e Damasco, che ha occupato il Libano fino al 2005, è già stata accusata (in particolare dagli Stati Uniti) di una lunga serie di episodi accaduti recentemente nel Paese dei Cedri: dall’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri nel febbraio 2005, alla rivolta degli integralisti sunniti vicini ad Al Qaida nel campo profughi palestinese di Nahr Al Bared; dal sostegno agli Hezbollah sciiti che l’anno scorso hanno combattuto contro Israele, fino all’ondata di attentati che hanno colpito negli ultimi mesi vari deputati della risicata maggioranza filo-occidentale e filo-saudita. Inoltre, Damasco si è sempre detta contraria all’istituzione del Tribunale dell’Onu sul caso Hariri che, approvato mesi fa dal Consiglio di Sicurezza, sta per iniziare la sua attività in una sede ancora da stabilire nei Paesi Bassi e dovrebbe occuparsi anche degli altri recenti attentati contro politici libanesi.
L’ultima autobomba è esplosa mentre il Parlamento libanese sta per eleggere il nuovo presidente ed è sicuramente un tentativo di influenzare il voto. Ma non è chiaro in quale direzione. Alla presidenza, in base alla Costituzione, deve essere eletto un cristiano (mentre un sunnita guida il governo e uno sciita presiede il Parlamento). E il fronte cristiano, oggi, è profondamente diviso: una parte sta col governo e un’altra con gli Hezbollah. I candidati cristiani sono quindi pronti a darsi battaglia fino all’ultimo voto per la scelta del Capo dello Stato. Inoltre, visto il rischio di destabilizzazione del Paese, c’è anche chi ipotizza una soluzione forte: nominare presidente il capo dell’esercito, che si è messo in luce durante la repressione della rivolta di Nahr Al Bared.
Il nuovo attentato è avvenuto in un momento topico anche per altre ragioni: ha avuto anche l’effetto di far annullare un incontro lungamente atteso tra il presidente del parlamento Nabih Berri e il leader della maggioranza governativa Saad Hariri (figlio di Rafiq). Berri, capo del partito sciita Amal e vicino alle posizioni degli Hezbollah, aveva proposto un compromesso per risolvere lo stallo istituzionale che da quasi un anno vede contrapposte le principali forze politiche del Paese, e Hariri aveva deciso (con riluttanza e solo dopo molti rinvii) di discuterne. L’accordo, che sembrava finalmente a portata di mano, ora è andato in fumo tra le fiamme dell’ultima autobomba.
- Venerdì 21 Settembre 2007

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