Birmania, anche i blogger sfidano la censura

[i]24 settembre 2007 -[/i] Due cortei, che raccolgono decine di migliaia di persone ciascuno, stanno sfilando attraverso Yangon, Myanmar. Secondo i testimoni, le strade sono gremite di gente che applaude ed incoraggia i monaci buddisti e alcuni manifestanti brandiscono cartelli in cui chiedono riconciliazione nazionale e la liberazione di prigionieri politici. Si tratta della più importante manifestazione contro il regime militare al potere degli ultimi vent'anni, giunta oggi al settimo giorno consecutivo.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]

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In oltre quattro decenni di regime militare, i generali birmani hanno messo in piedi una delle più sofisticate ed estese reti di spionaggio dell’Asia. Eppure da giorni giovani ed esperti blogger sfidano con successo l’efficiente macchina di spionaggio e controllo dell’informazione messa in piedi dalla giunta militare che, dal 1962, regge con pugno di ferro Myanmar. “I servizi di intelligence e le forze di sicurezza intercettano tutti i sistemi di comunicazione del Paese”, conferma il professor Desmond Ball, del centro di Studi Strategici e di Difesa dell’Università di Canberra, esperto di spionaggio. Poco o nulla sfugge all’occhio del ‘grande fratello’ birmano che controlla telefoni (esser sorpresi con un satellitare significa rischiare l’accusa di “alto tradimento” e una pena minima di 20 anni di carcere); limita l’accesso a Internet (per possedere un computer occorre un permesso speciale); blocca i siti web che riportano notizie sul Paese; intercetta le telefonate. Ad essere spiati non sono soltanto i cittadini birmani, i membri dell’opposizione e gli attivisti del movimento democratico, ma anche diplomatici e giornalisti, costantemente osservati, seguiti, fotografati. Eppure i blogger stanno ‘bucando’ la pesante cortina stesa dai militari attorno al Paese: giovani universitari, per lo più residenti a Yangon, sono finora riusciti a inserire decine di foto e video sui blog; e in tal modo stanno documentando passo passo la silenziosa protesta dei monaci buddisti e il crescente appoggio popolare. Quando Aung San Suu Kyi - la paladina dei diritti umani e premio Nobel per la Pace, da anni agli arresti domiciliari- sabato scorso si è affacciata sulla porta della residenza in cui è reclusa, per salutare commossa i monaci che era andati a renderle omaggio, la sua foto ha fatto rapidamente il giro del mondo.
“Ci sono molti volontari a Yangon, giovani studenti che inseriscono messaggi e foto da quando, il 19 agosto, è iniziata la rivolta”, spiega Sein Win, direttore esecutivo di Missima News, il sito web della opposizione birmana in esilio. Secondo ‘Reporter senza frontiere‘, Myanmar è “il paradiso della censura” ed il Paese è in cima alla lista di quelli con minore liberta’ di informazione. Del resto da quando sono iniziate le proteste, il regime ha interrotto i collegamenti dei cellulari dei maggiori attivisti democratici; e nessun giornalista straniero ha ottenuto il visto d’ingresso per entrare nel Paese. “La censura è molto forte, ma sono in tanti a volere che il mondo sappia quel che sta accadendo in Birmania”.

Il VIDEO servizio:

Commenti

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Il 25 Settembre 2007 alle 22:02 dolphin ha scritto:

Speriamo che all’ONU decidano gravi sanzioni contro l’ex-Birmania.Anche il Presidente Bush, che veramente non mi stà molto simpatico, ha sottolineato come la situazione sia grave, e si è sicuramente guadagnato dei punti a suo favore.Ma non solo il popolo americano è sdegnato di fronte a quella situazione, tutti i popoli civili lo sono e anche il popolo italiano.
Io penso che tutti noi dovremmo avere sentimenti di condanna verso quel feroce regime e tutti i Governi agire in qualche modo.

Il 27 Settembre 2007 alle 12:58 Romano sulla Birmania: perché le sanzioni rischiano di essere un boomerang » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Ma perché la Russia e la Cina si mettono di traverso? Mosca e Pechino sono i maggiori partner economici di Rangoon (grande produttore di tek, gioielli, zaffiri, rubini e preziosi, ndr) e inoltre vedono queste iniziative dell’Onu, quando sono sponsorizzate dagli Stati Uniti e dell’Occidente, come una pericolosa interferenza nella propria area di influenza. In altre parole, con il regime birmano hanno buoni rapporti e se quel regime viene rovesciato per decisione dell’Occidente, il prossimo governo sarebbe giocoforza filo-occidentale: un rischio che né i russi né i cinesi si possono permettere. Tutto sommato è la stessa ragione per cui Russia e Cina hanno impedito di adottare le maniere forti contro Pyongyang pur non essendo d’accordo col suo programma nucleare. La protesta in Birmania (o in Myanmar, come l’hanno ribattezzato i militari) può portare con sé una rivolta in tutta l’area del Sud-Est asiatico? Non credo, la situazione birmana è molto specifica. È una situazione che ricorda per certi aspetti la Corea del Nord o la vecchia Algeria dove c’era una casta militare al potere che si era impadronita di tutte le leve del potere economico. Ricordiamoci però che dire casta militare non significa dire venti o trenta persone e che non è così facile smantellare un regime come quello birmano quando uno o due milioni di persone, per di più tutte armate, sono cointeressate alla sua perpetuazione. Le ragioni della rivolta sono economiche o democratiche? Il partito della democrazia esiste eccome in Birmania, grazie anche all’azione dei dissidenti birmani all’estero e soprattutto in Thailandia, ma quello che ha fatto scattare la protesta è il colossale aumento del costo della vita legato al raddoppio del prezzo del carburante e del cherosene, un vero guaio per la vita quotidiana di milioni di persone. E non sto parlando del costo dei trasporti in automobile. [...]

Il 28 Settembre 2007 alle 10:04 Birmania, è caccia ai giornalisti ma online trapelano notizie e foto » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] L’appello è disperato: “Qualcuno può fare qualcosa per la nostra nazione, ora all’interno di Yangon sembra una zona di guerra. Ho sentito degli spari al telefono, oltre cinquanta colpi, proprio ora, ma le persone non stanno abbandonando la protesta e sempre più gente scende in strada”. È il racconto in diretta di Ko-htike, un blogger birmano che da Londra sta pubblicando su internet immagini e testimonianze degli scontri nella sua nazione, inviate con i cellulari da chi sta partecipando alla rivolta contro la giunta militare a Yangon, ex capitale della nazione. [...]

Il 16 Ottobre 2007 alle 14:56 Voci dai blog: in Birmania torna la paura » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Questa è una storia. L’altra parte della storia la raccontano, sui blog dell’opposizione in esilio, decine di cittadini, rigorosamente anonimi, pronti a squarciare il velo sulle verità della dittatura: da una settimana, in Birmania, dicono, è tornata la paura. Una paura sorda che ha spinto migliaia di attivisti a rintanarsi di nuovo in casa nella speranza che i militari non li prelevino nottetempo. Dice - su Burmese bloggers - una casalinga di Rangoon il 29 settembre: “Ho visto gente picchiata selvaggiamente. Gente che non stava nemmeno prendendo parte alle proteste. C’era un ragazzino, tutto solo, che stava guardando sfilare il corteo. Non urlava né batteva le mani. Un colonnello gli si è avvicinato e ha cominciato a bastonarlo sulla schiena. È crollato a terra. Lo hanno caricato in uno di quei camion che portano via i manifestanti. Il colonnello ha detto: “Avete dieci minuti per sgomberare”. (…) Una mia amica ha perso suo figlio durante le proteste. Pensava fosse sulla via di casa, invece non l’ha più trovato”. Intanto, sull’ufficiale New Light of Myanmar appare - sempre secondo il sito Burmese bloggers - l’altra verità, quella del regime: una foto dei manifestanti filo-birmani a Londra dell’8 settembre si trasforma, nella didascalia, in una manifestazione contro la guerra in Iraq. [...]

Il 18 Ottobre 2007 alle 15:53 dai blog: torna la paura in Birmania « alle sette ha scritto:

[...] Questa è una storia. L’altra parte della storia la raccontano, sui blog dell’opposizione in esilio, decine di cittadini, rigorosamente anonimi, pronti a squarciare il velo sulle verità della dittatura: da una settimana, in Birmania, dicono, è tornata la paura. Una paura sorda che ha spinto migliaia di attivisti a rintanarsi di nuovo in casa nella speranza che i militari non li prelevino nottetempo. Dice - su Burmese bloggers - una casalinga di Rangoon il 29 settembre: “Ho visto gente picchiata selvaggiamente. Gente che non stava nemmeno prendendo parte alle proteste. C’era un ragazzino, tutto solo, che stava guardando sfilare il corteo. Non urlava né batteva le mani. Un colonnello gli si è avvicinato e ha cominciato a bastonarlo sulla schiena. È crollato a terra. Lo hanno caricato in uno di quei camion che portano via i manifestanti. Il colonnello ha detto: “Avete dieci minuti per sgomberare”. (…) Una mia amica ha perso suo figlio durante le proteste. Pensava fosse sulla via di casa, invece non l’ha più trovato”. Intanto, sull’ufficiale New Light of Myanmar appare - sempre secondo il sito Burmese bloggers - l’altra verità, quella del regime: una foto dei manifestanti filo-birmani a Londra dell’8 settembre si trasforma, nella didascalia, in una manifestazione contro la guerra in Iraq. [...]

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Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino: Le foto e i reportage dalle pagine di Epoca.

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