Lo scrittore Amos Oz, firmatario dell’appello al dialogo con Hamas
Aprire una trattativa con Hamas? Quella che, fino a ieri, sembrava una bestemmia è diventata ora una possibilità. In vista della conferenza di pace a Washington, prevista per il prossimo novembre, undici tra i più autorevoli e stimati scrittori israeliani (tra cui Abraham Yehoshua, Amos e David Grossman) hanno pubblicato una lettera aperta sul quotidiano Haaretz per domandare l’indomandabile: che lo Stato ebraico apra un negoziato con gli integralisti che governano Gaza al fine di arrivare a un accordo compiuto coi palestinesi. “Il lancio dei missili Qassam è insopportabile - scrivono - Ma Israele ha già avuto modo in passato di trattare con nemici difficili e anche ora, giustamente, conduce trattative con Hamas per portare a casa il soldato Gilad Shalid”. Conlusione: “Questa trattative devono portare a un cessate il fuoco incondizionato. La fine degli attacchi da entrambe le parti porterà sicurezza ai cittadini del Negev occidentale e diminuirà la sofferenza dei cittadini di Gaza. Inoltre incremeneterà la possibilità di successo per qualsiasi processo politico”.

Che Israele sia di fronte a un bivio nel rapporto con i leader palestinesi è qualcosa di più di un’ipotesi di scuola. E tabù per tabù, parte dell’opinione pubblica si dice pronta a sfatarne un altro: quello della pericolosità di Marwan Barghouti, il vulcanico leader laico dei Tanzim detenuto dall’aprile 2002 in un carcere israeliano e dipinto fino a ieri come il nemico pubblico numero uno, il più feroce leader della II Intifada. “Marwan Barghouti diventerà il prossimo leader dell’Olp”, ha dichiarato il ministro per le Infrastrutture Benjamin Ben-Eliezer. “Dobbiamo trovare l’occasione giusta per liberarlo e dobbiamo condizionare il suo rilascio alla liberazione di Gilad Shalid”. È la seconda volta negli ultimi mesi che un ministro israeliano (a giugno toccò a Gildeon Ezra) ipotizza il rilascio del capopolo palestinese: l’unico leader laico e nazionalista che sarebbe in grado di mettere d’accordo i giovani radicali e i vecchi tunisini di Arafat come Abu Alla e Abu Mazen. L’unico laico di Fatah, su mai si sono concentrati sospetti di corruzione, che potrebbe ricomporre l’unità del popolo palestinese e isolare Hamas. Per Israele sembra giunta l’ora di sfatare alcuni tabù: forse avere un interlocutore duro ma nazionalista è meglio che non averne affatto. O averne altri che fanno dell’Islam una bandiera politica.
- Giovedì 27 Settembre 2007
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