Romano sulla Birmania: perché le sanzioni rischiano di essere un boomerang

[i]26 settembre 2007[/i] - Almeno quattro persone, tra cui tre monaci buddisti, sono state uccise e un altro centinaio, tra cui 50 religiosi, sono rimaste ferite oggi a Yangon nella repressione, da parte delle forze dell'ordine, delle manifestazioni di protesta contro la giunta militare, secondo quanto riferito da responsabili birmani e testimoni.<br /> Una fonte ospedaliera ha detto che un civile è stato ucciso e tre sono rimasti feriti da colpi d'arma da fuoco. Tra i feriti figura una donna, colpita al petto.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]

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Almeno cinque morti. 850 monaci buddisti arrestati, secondo fonti Ansa. E una protesta che si ingrossa ogni giorno di più, allargandosi anche alle nuove generazioni, nonostante le minacce della giunta militare e gli inviti alla moderazione da parte della Cina. Ne abbiamo parlato con Sergio Romano.

Ambasciatore, le sanzioni contro il regime birmano potrebbero servire?
Ricordiamoci che le sanzioni possono essere solo bilaterali in questo caso, perché Russia e Cina, all’interno del Consiglio di Sicurezza, si oppongono a qualsiasi risoluzione. Il problema che lei pone semmai è quello classico: le sanzioni sono utili? Personalmente ho sempre avuto molti dubbi: nei Paesi colpiti si rafforza una casta delle sanzioni che utilizza il contrabbando e la speculazione e che sfrutta la mancanza di merci sul mercato grazie agli aumenti dei prezzi.

Ma perché la Russia e la Cina si mettono di traverso?
Mosca e Pechino sono i maggiori partner economici di Rangoon (grande produttore di tek, gioielli, zaffiri, rubini e preziosi, ndr) e inoltre vedono queste iniziative dell’Onu, quando sono sponsorizzate dagli Stati Uniti e dell’Occidente, come una pericolosa interferenza nella propria area di influenza. In altre parole, con il regime birmano hanno buoni rapporti e se quel regime viene rovesciato per decisione dell’Occidente, il prossimo governo sarebbe giocoforza filo-occidentale: un rischio che né i russi né i cinesi si possono permettere. Tutto sommato è la stessa ragione per cui Russia e Cina hanno impedito di adottare le maniere forti contro Pyongyang pur non essendo d’accordo col suo programma nucleare.
La protesta in Birmania (o in Myanmar, come l’hanno ribattezzato i militari) può portare con sé una rivolta in tutta l’area del Sud-Est asiatico?
Non credo, la situazione birmana è molto specifica. È una situazione che ricorda per certi aspetti la Corea del Nord o la vecchia Algeria dove c’era una casta militare al potere che si era impadronita di tutte le leve del potere economico. Ricordiamoci però che dire casta militare non significa dire venti o trenta persone e che non è così facile smantellare un regime come quello birmano quando uno o due milioni di persone, per di più tutte armate, sono cointeressate alla sua perpetuazione.
Le ragioni della rivolta sono economiche o democratiche?
Il partito della democrazia esiste eccome in Birmania, grazie anche all’azione dei dissidenti birmani all’estero e soprattutto in Thailandia, ma quello che ha fatto scattare la protesta è il colossale aumento del costo della vita legato al raddoppio del prezzo del carburante e del cherosene, un vero guaio per la vita quotidiana di milioni di persone. E non sto parlando del costo dei trasporti in automobile.

Quale ruolo hanno i monaci nella società di Myanmar?
I monaci sono tra i trecentomila e il mezzo milione, non sono insomma delle congregazioni religiose all’europea. Sono un grande ceto sacerdotale che era stato finora trattato relativamente bene dal potere. Potere che aveva tutto l’interesse a farselo alleato. Ora quell’alleanza, determinata anche dal prestigio e dalla relativa autonomia di cui godevano i monaci, sembra essersi rotta.
Ambasciatore, diciamo la verità: all’Occidente interessa davvero qualcosa della situazione birmana?
Viviamo in un mondo molto interdipendente in cui l’economia ha le sue ragioni ma anche le società di massa hanno dei governi che non possono voltare le spalle ai temi del momento quando scuotono la pubblica opinione. In realtà non si sa mai dove finisce l’interesse economico e inizia quello delle ideologie dominanti di un’epoca. E se - per farle un esempio - qualcosa succede in Birmania, Bush, che ha appena detto che l’America è il faro della democrazia nel mondo, non può stare zitto. Tutto qui: deve fare la voce grossa, come qualsiasi altro leader democratico europeo.

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Il 28 Settembre 2007 alle 18:39 Birmania, gli affari d’oro che i bonzi devono sconfiggere » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] A scatenare le proteste era stato, in agosto, il rincaro del 500 per cento della benzina e del gas per cucinare: beni essenziali per un popolo sfinito dalla miseria, taglieggiato dall’inflazione e oppresso dalla dittatura militare. Le prime manifestazioni di dissenso sono state soffocate con la consueta brutalità. Ma da due settimane a guidare i cortei nelle principali città, con la benedizione del Dalai Lama, sono i monaci buddisti: l’unica forza di opposizione che il regime teme e che esita a reprimere (anche se martedì 25 settembre ha imposto il coprifuoco notturno). Scalzi, avvolti nelle tuniche color zafferano, silenziosi, escono ogni giorno dalla pagoda Shwedagon di Yangon, il tempio più venerato del paese, e sfilano sotto gli occhi dei soldati davanti alla casa del premio Nobel Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia (Lnd) e simbolo della resistenza ai generali, costretta per 12 degli ultimi 18 anni agli arresti domiciliari. Nelle mani dei bonzi le ciotole delle offerte sono capovolte, a significare il rifiuto fisico e morale del regime. Un gesto che equivale a una scomunica. Nel 1988 la «primavera birmana» era stata schiacciata nel sangue: 3 mila morti. Nel 1990 la giunta al potere aveva ignorato la vittoria elettorale della Lnd, riempito le prigioni di studenti e isolato il paese. George Bush, che ha annunciato nuove sanzioni, non starebbe a guardare. I membri dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico, di cui Myanmar fa parte, spingono per una soluzione politica della crisi. Come la Cina, che a pochi mesi dalle Olimpiadi di Pechino non vuole problemi ai suoi confini. L’ex Birmania occupa una posizione strategica e commerciale sempre più rilevante in Asia. L’India, che condivide con Myanmar una lunga frontiera, ha bisogno della collaborazione dell’esercito birmano per contenere le insurrezioni armate nel Nord-Est del subcontinente. La Corea del Nord, che ha da poco ristabilito le relazioni diplomatiche con Yangon, è interessata ai giacimenti di uranio birmani. Cina e India, soprattutto, si contendono gli idrocarburi birmani. Il Myanmar possiede petrolio (50 milioni di barili stimati) e i maggiori depositi di gas del Sud-Est asiatico: 510 miliardi di metri cubi provati. In gennaio Russia e Cina hanno bloccato una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che condannava le violazioni dei diritti umani nell’ex Birmania. Subito dopo, il 15 gennaio, la China national petroleum corporation ha ottenuto altre tre concessioni per lo sfruttamento del greggio e del gas naturale al largo della costa dello stato del Rakhin, nell’Ovest del paese. E Mosca ha negoziato un nuovo contratto per la fornitura di armi a Yangon. In aprile Pechino ha stanziato oltre 1 miliardo di dollari per la costruzione di un gasdotto di 2.380 chilometri dal porto birmano di Sittwe, nel Golfo del Bengala, a Kunming, nello Yunnan: avrà una capacità di 170 miliardi di metri cubi di gas in 30 anni e costituirà una valida alternativa allo Stretto di Malacca per il trasporto dell’energia dall’Africa e dal Medio Oriente. New Delhi ha in progetto un altro gasdotto di 950 chilometri attraverso il Bangladesh. Il ruolo strategico del Myanmar non si limita al settore degli idrocarburi. India e Cina intendono riaprire la vecchia Stilwell road, l’arteria di 1.736 chilometri costruita dagli alleati durante il Secondo conflitto mondiale per rifornire gli eserciti impegnati contro i giapponesi. Oggi occorrono due settimane per veicolare le merci dal porto di Kolkata alla Cina e al Sud-Est asiatico attraverso lo Stretto di Malacca. La strada, dall’Assam allo Yunnan attraverso il Myanmar, consentirebbe di concludere il trasporto in due giorni e con una riduzione dei costi del 30 per cento. Pechino, Yangon e Bangkok hanno anche firmato un accordo per la costruzione di una serie di dighe sul Salween, l’ultimo grande fiume non imbrigliato della regione. L’obiettivo è produrre 16 mila megawatt di energia, in gran parte destinati alla Thailandia. I lavori per la prima diga da 600 megawatt a Hat Gyi, nello stato Karen, dovrebbero iniziare entro la fine di quest’anno. La giunta ha già trasferito forzosamente migliaia di contadini. Decine di villaggi sono stati distrutti e le coltivazioni incendiate. Le campagne contro i civili e le minoranze etniche hanno costretto oltre 1 milione di birmani a rifugiarsi in Thailandia e si sono intensificate attorno alla nuova capitale Naypyidaw, a ridosso dello stato Karen, esacerbando il malcontento di una popolazione che sopravvive a stento. Quando il generale Ne Win s’impadronì del potere, nel 1962, il delta dell’Irrawaddy era il primo esportatore di riso al mondo e la Birmania aveva i requisiti per avviare un prospero sviluppo: petrolio e gas, carbone e pietre preziose, foreste di legni pregiati, un alto livello di istruzione, un sistema commerciale competitivo. La «via birmana al socialismo» ha devastato l’economia, precipitato il popolo nell’indigenza, sperperato le risorse in assurde spese militari (l’esercito, con 500 mila soldati, è il decimo al mondo), alimentato la corruzione e provocato una guerra civile che ha causato più di 150 mila morti. L’uomo forte della giunta, il settantaquattrenne generale Than Shwe, è un vecchio malato che non fa un passo senza consultare gli astrologi. Le forze armate, che gestiscono il traffico di eroina nel Triangolo d’oro, sono del tutto screditate. A minacciare la sopravvivenza del regime non sono soltanto la «Lady» imprigionata a Yangon e i bonzi. La società civile si è organizzata in una rete clandestina, Generazione 88, che si è già dimostrata capace di riempire le piazze e di sfidare i generali. [...]

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Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino: Mondadori riporta in edicola una sua testata storica, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

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