Saba Anglana è una cantante italo-etiope che nasconde la sua età con una battuta e una risata contagiosa: “Sa che cosa le risponderebbe un’africana? Sono una donna senza figli, quindi sono una donna ancora giovane”.
Autrice di un disco dalle sonorità afro-occidentali che è un inno al meticciato musicale (Jidtka, The Line con l’etichetta World Music Network), Saba è cresciuta fino a cinque anni a Mogadiscio in Somalia quando, dopo l’arrivo di Siad Barre (1969), suo padre, un dirigente italiano, e sua madre, una somala di sangue etiope, furono costretti a fare le valigie. Troppo pericoloso rimanere lì per una famiglia di sangue misto malvista dalle autorità somale. Una fuga traumatica che si è trasformata oggi, qualche decennio dopo, in un’occasione di riflessione artistica per questa figlia della diaspora che vive a Roma e che nella sua vita ha fatto anche l’attrice teatrale e televisiva, la doppiatrice, l’autrice. Il suo album, e la sua ricerca, sono soprattutto un tentativo di ritrovare le proprie radici, di parlare attraverso l’arte di un’identità impossibile, plurima e sfaccettata: mezza etiope, mezza somala, mezza italiana, né africana né italiana. Forse solo apolide o come lei dice “straniera in ogni dove”, come tutti i figli della diaspora e dell’immigrazione, costretti a uno sdoppiamento identitario che a volte li rende più forti.
Hai fatto l’attrice teatrale e tv per fiction come La Squadra, la doppiatrice, la cantante. E hai un una madre etiope e un padre italiano che erano visti come nemici dai somali. Sei cresciuta a Roma ma parli il somalo. Saba, ma l’identità nazionale è un’invenzione?
L’identità non è qualcosa di acquisito dalla nascita o di indelebile. È qualcosa che si scopre giorno per giorno attraverso un percorso della memoria. E il mio album, avendo io un’identità ibrida, cerca di di sfidare i cliché di cui siamo vittime, di raccontare come ciascuno di noi è meticcio dalla nascita, né di qui né di là, altrove.
Sei mai stata vittima di discriminazioni?
Discriminazioni non so, ma ancora oggi, per farti un esempio, se vado a fare un provino mi dicono che sono troppo bianca per interpretare la parte della nera e troppo nera per interpretare la parte della bianca (ride, ndr)
Perché siete scappati dalla Somalia?
Il mio Paese si stava imparentando con l’Urss: gli italiani erano etichettati come filoamericani e i somali con sangue etiope come mia madre erano visti con il volto del nemico. Dovevamo scappare.
Che sensazioni hai quando leggi le notizie sulla situazione politica somala?
Ho il sentimento di un mondo perduto: e dire che la Mogadiscio che racconta mia nonna era veramente diversa da quella che raccontano oggi. Dopo la caduta di Siad Barre è cominciata la diatriba tra i clan, la parcellizzazione del potere ridotto a inimicizie tra famiglie. Difficile trovare il bandolo della matassa. Forse impossibile.
C’è chi si augura il ritiro degli etiopi. Tu come la vedi?
Per me è una situazione molto delicata: io sono di sangue mezzo etiope e, benché sappia che gli etiopi sono malvisti, non penso sia la soluzione una loro cacciata. Vedi, per me è difficile trovare la mia terra di appartenenza. Non so se parlare da etiope, da italo-somala, da italo-etiope. Nessun Paese, del resto, mi riconosce una cittadinanza. Ma non me ne lamento, ne ho fatto un punto di forza.
C’è una soluzione a una guerra civile che continua da sedici anni in Somalia?
Ci vuole un intervento diplomatico internazionale, ma la verità è che la pace si fa con i nemici, ovvero con le Corti islamiche che fanno leva sui valori reazionari della religione ma che hanno il popolo dalla loro parte.
Che cos’è questo disco per te?
È il mio primo figlio artistico, la prima volta che mi metto a nudo con la mia storia personale. È un concept album. Il brano che più sento mio è quello che dà il titolo al cd perché rappresenta il messaggio che voglio lanciare: Jidtka è la linea che che separa i diversi, quelli che si uniscono in matrimonio contro tutti, come i miei genitori, che separa la worldmusic acustica dalle sonorità beat ed elettroniche del mio disco, è la linea che divide l’Etiopia dalla Somalia, a causa della quale ci sono ancora oggi problemi di confine. Certo sulla linea nascono le nostre paure ma bisogna avere la forza di attraversarle, queste paure.
Tu ci sei riuscita?
Certo. Bisogna incontrare il proprio presunto nemico e diventare tutti un po’ più meticci. È difficile ma io lo auguro a tutti.
LEGGI ANCHE: Se la Somalia sprofonda nel caos
- Giovedì 27 Settembre 2007
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Il 22 Aprile 2008 alle 10:45 Corano e Kalashnikov in Somalia » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] LEGGI ANCHE: tutti gli articoli sulla Somalia - Intervista alla star italo-etiope Saba Anglana [...]
Il 27 Maggio 2008 alle 19:47 » Blog Archive » Agerola > 20 luglio > SABA ha scritto:
[...] In programma ad Agerola il 20 luglio Saba Anglana cantante italo-etiope che nasconde la sua età con una battuta e una risata contagiosa: “Sa che cosa le risponderebbe un’africana? Sono una donna senza figli, quindi sono una donna ancora giovane”. Autrice di un disco dalle sonorità afro-occidentali che è un inno al meticciato musicale (Jidtka, The Line con l’etichetta World Music Network), Saba è cresciuta fino a cinque anni a Mogadiscio in Somalia quando, dopo l’arrivo di Siad Barre (1969), suo padre, un dirigente italiano, e sua madre, una somala di sangue etiope, furono costretti a fare le valigie. Troppo pericoloso rimanere lì per una famiglia di sangue misto malvista dalle autorità somale. Una fuga traumatica che si è trasformata oggi, qualche decennio dopo, in un’occasione di riflessione artistica per questa figlia della diaspora che vive a Roma e che nella sua vita ha fatto anche l’attrice teatrale e televisiva, la doppiatrice, l’autrice. Il suo album, e la sua ricerca, sono soprattutto un tentativo di ritrovare le proprie radici, di parlare attraverso l’arte di un’identità impossibile, plurima e sfaccettata: mezza etiope, mezza somala, mezza italiana, né africana né italiana. Forse solo apolide o come lei dice “straniera in ogni dove”, come tutti i figli della diaspora e dell’immigrazione, costretti a uno sdoppiamento identitario che a volte li rende più forti…(fonte) [...]
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