Archivio di Ottobre, 2007
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Dal 20 di novembre sia i turisti che si recheranno in Giappone sia i residenti stranieri che rientreranno nel Paese, di qualunque nazionalità siano, verranno sottoposti al rilevamento biometrico della propria immagine e delle impronte digitali. Solo i diplomatici e i ragazzi fino ai 16 anni verranno esentati da questa procedura.
Si tratta di nuove misure anti-terrorismo approvate nel pacchetto sicurezza presentato dal Ministro della Giustizia Kunio Hatoyama, che ha annunciato con fierezza che la normativa farà sì che il Giappone ritorni ad essere “il Paese più sicuro al mondo”. Non senza qualche gaffe. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, il Ministro avrebbe precisato di essere a conoscenza “di un amico di un amico, connesso con al-Qaeda e coinvolto negli attentati di Bali del 2002, che sarebbe riuscito ad entrare più volte in Giappone servendosi di documenti falsi”. Una situazione che per Hatoyama non dovrà verificarsi mai più. Esternazioni immediatamente condannate dal nel Primo Ministro Yashuo Fukuda per la loro approssimazione.
Indipendentemente dalle polemiche, queste regole sono destinae a creare malumori nella numerosa comunità di espatriati in Giappone composta, rivela The Australian, da più di due milioni di stranieri ufficialmente residenti, a cui se ne aggiungono altri 170.000 che utilizzano visti da turista per lavorare.
Contro le nuove regole si è schierato Makoto Teranaka, Segretario Generale di Amnesty International in Giappone, che ha invitato il governo a rivedere una manovra giudicata discriminatoria verso gli stranieri e lesiva del fondamentale diritto alla riservatezza. La nuova normativa riproduce punto per punto lo “United States Visitor and Immigrant Status Indicator Technology program”, adottato dagli Stati Uniti, non senza polemiche, subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle, e che ha costretto molti governi europei, compreso il nostro, ad introdurre il passaporto elettronico. Tuttavia, andrebbe ricordato che l’unico attacco terroristico subito dal Giappone risale al 1995, e venne messo in pratica da fanatici religiosi locali.

Hanno ricominciato dalla città da cui più di un mese fa era partita la protesta, Pakkoku, 600 chilometri a nord ovest di Rangoon, l’ex capitale della Birmania. Sono scesi in piazza timidamente, senza scandire slogan contro la Giunta, ma solo pregando e cantando, per non fornire al regime il pretesto di una nuova repressione. Erano duecento, vestiti con il tradizionale abito color zafferano, e hanno dato vita a una “marcia di preghiera” che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbe incoraggiare i dissidenti a uscire nuovamente dalle case dopo la svolta repressiva di fine ottobre. Trenta minuti di sfilata, e poi tutti di nuovo nei monasteri per evitare un nuovo bagno di sangue. I soldati, per una volta, sono stati a guardare o forse gli uomini della Giunta sono stati presi in contropiede. Il regime militare, intanto, ha rilasciato sette oppositori politici, fra cui alcuni membri della Lega nazionale per la democrazia (Lnd), il partito della dissidente Nobel per la Pace Aung san Suu Kyi, arrestati durante la repressione delle manifestazioni di protesta di settembre. Lo rendono noto i familiari di uno degli oppositori liberati.
Giunge intanto da Human Rights la conferma di quanto dichiarato a Panorama.it da Cecilia Brighi, referente dell’opposizione birmana in esilio: gli uomini del regime, non solo fanno ampio ricorso ai lavori forzati e reprimono sistematicamente le etnie al confine con la Thailandia, ma obbligano anche i bambini al di sotto dei dieci anni a indossare la divisa dell’esercito (leggi il rapporto) a causa del “continuo ampliamento delle forze armate, l’elevato tasso di diserzione e la mancanza di volontari”. Per ogni recluta, i militari e i mediatori civili ricevono pagamenti in contanti. Un sistema marcio fin nelle fondamenta dove ogni leva economica del Paese (grande produttore di tek e preziosi) è in mano ai generali e ai loro uomini. Per evitare una nuova svolta repressiva, di fronte al timido riaffacciarsi della protesta, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Birmania, Ibrahim Gambari, ha intanto fatto sapere che si recherà per la seconda volta in Birmania a partire dal prossimo fine settimana, dal 3 all’8 novembre.
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VIDEO: Inside Myanmar: The Crackdown - 10 Oct 07 - Part 1 - AlJazeeraEnglish
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Tom Koenigs, capo della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama), ha accusato i talebani di essere la causa della mancata distribuzione di aiuti umanitari di prima necessità, soprattutto cibo, alla popolazione afghana più bisognosa. Dall’inizio dell’anno trentaquattro dipendenti dell’Onu sono stati uccisi e settantasei sequestrati dai talebani nell’attacco a cinquantacinque convogli dell’Onu. “La gran parte delle vittime sono afghane” - ha precisato Koenigs – “per lo più medici, addetti allo sminamento e ingegneri colpiti in attacchi che costituiscono una violazione delle leggi umanitarie internazionali”. Anche la Croce Rossa Internazionale conferma l’aumento delle aree dell’Afghanistan divenute ormai inagibili per le agenzie internazionali a causa degli scontri e delle azioni talebane. Secondo i dati diffusi da Reto Stocker, responsabile della Cicr a Kabul, circa 5.300 persone sono state uccise da gennaio in Afghanistan, un dato confermato anche da altre fonti ma che va completato aggiungendo che di questi circa 4.500 sono talebani.
L’approssimarsi dell’inverno rende urgenti e pericolose le distribuzioni di viveri alla popolazione, come ha confermato Rick Corsino, direttore del World Food Program dell’Onu a Kabul. Restano meno di sei settimane per rifornire oltre 400 mila afghani che vivono sulle montagne e che resteranno isolati dopo le prime nevicate. Una corsa contro il tempo che deve tener conto anche della minaccia dei talebani che quest’anno hanno aumentato di sei volte gli attacchi ai convogli di cibo rispetto al 2006 provocando la perdita o il saccheggio di mille tonnellate di viveri.
![[i]Soweto, Sudafrica[/i] - [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-ottobre/soweto/normal_soweto01.jpg)
Nel mondo marcia l’esercito degli “invisibili”, coloro che nascono, vivono e muoiono senza che vi sia traccia della loro esistenza, senza essere stati mai registrati. Un esercito che potrebbe arrivare a contare oltre i due terzi della popolazione mondiale, il cui “anonimato” spalanca le porte a povertà, abbandono e sfruttamento. Un fenomeno che riguarda oltre 48 milioni di bimbi. Addirittura nei paesi più poveri 3 nascite su 4 non vengono mai registrate. Il 40% nel mondo. La denuncia arriva dalla rivista The Lancet.
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Di Giovanni Porzio
Khasro Pirbal, deputato al parlamento di Erbil, influente membro del Partito democratico del Kurdistan e consigliere del presidente Barzani, è esplicito: «La Turchia commetterebbe un grave errore a invadere il Kurdistan». Panorama lo ha intervistato.
Il Pkk ha le sue basi proprio sui monti del Kurdistan…
Ma agisce all’interno della Turchia. Il nostro governo non ha nulla a che fare con il Pkk: non siamo responsabili delle sue attività e siamo pronti a difendere il nostro esperimento democratico e la nostra integrità territoriale da qualsiasi aggressione esterna.
Secondo lei, è ancora possibile scongiurare un intervento militare turco?
Ankara ha ammassato truppe e mezzi blindati alle nostre frontiere: è già un atto di guerra. Ma mi auguro che prevalga il buon senso. Abbiamo invitato le autorità turche a dialogare con i rappresentanti curdi a Erbil. Il presidente iracheno Jalal Talabani e il ministro degli Esteri Hoshyar Zebari (entrambi curdi, ndr) hanno chiesto ai miliziani del Pkk di evacuare le basi nell’Iraq settentrionale. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno attivato i loro canali diplomatici per convincere Ankara a desistere da un intervento armato, che sarebbe pericoloso per la stabilità della regione e oltretutto inutile: la via d’uscita può essere soltanto politica.
In passato la Turchia è più volte penetrata con i suoi carri armati in territorio curdo. Il rischio di allargamento del conflitto questa volta è più elevato?
Il clima politico è oggi estremamente volatile. I rapporti tra Washington e Ankara sono tesi. Il centro e il sud dell’Iraq sono sconvolti dalla guerra civile. Stati Uniti e Iran sono ai ferri corti. Noi, in Kurdistan, abbiamo faticosamente costruito un’area di relativa tranquillità e di sviluppo economico. E speriamo di raggiungere con Baghdad un accordo definitivo sul futuro status di Kirkuk e sulla ripartizione dei proventi petroliferi. Ma ci sono forze, in Iraq e nei paesi vicini, interessate a provocare disordini e a sabotare la nostra autonomia. Che è un esempio per milioni di curdi in Turchia, in Siria e in Iran.
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In America la polemica politica cerca da tempo nuovi canali nel mondo del web 2.0. Così, racconta il sito Saloon.com, il dibattito sul nucleare si trasforma in una specie di telenovela che “va in onda” su YouTube e che ha per protagonisti da una parte una band di musicisti attempati e dall’altra, potenzialmente, l’intero popolo di Internet.
Una legge sull’energia, approvata dal Senato degli Stati Uniti e ora al vaglio del Congresso prevede un consistente stanziamento di fondi per la costruzione di nuove centrali nucleari. Sull’opportunità di investire sull’energia nucleare come soluzione ai problemi energetici e, perversamente, anche a quelli ambientali, si torna a parlare sempre più spesso anche da noi. Ma perfino negli Usa una decisione del genere non viene accolta senza proteste. È anzi nata un’animata battaglia mediatica che si combatte a colpi di video. Tre musicisti, Jackson Browne, Graham Nash e Bonnie Raitt, che già negli anni ‘70 avevano fatto propria la lotta al nucleare, tornano a impegnarsi per raccogliere firme in calce a una petizione che chiede al Congresso di rivedere i finanziamenti. I reattori sono un bersaglio per i terroristi, una minaccia per l’ambiente e producono scorie difficili da smaltire e pericolose da spostare, dicono i tre dal loro sito Nukefree.org. E per far sentire la propria voce fanno ciò che gli viene meglio: cantano. In un video che ricorda un po’ Band Aid e Usa for Africa, sulle note della canzone For what it’s worth, pezzo storico dei Buffalo Springfield il cui testo è stato opportunamente modificato, i cantanti invitano gli spettatori a dire no a nuovi fondi per il nucleare.
La clip non è rimasta senza risposta. Su YouTube sono ben presto comparsi due video che confutano le tesi di pericolosità contenute nell’appello dei musicisti: nel primo una portavoce del Nuclear Energy Institute spiega perché nucleare è bello (e pulito), nel secondo uno studente di informatica di Atlanta, Kyle Woodlock, fa il controcanto ai musicisti ribattendo punto su punto ogni loro affermazione e conclude che se il nucleare non è la soluzione ideale di certo a muovere i suoi contestatori sono solo motivazioni ideologiche che hanno scarsa attinenza con la realtà.
Per avere l’ultima parola, il direttore del sito Nukefree.org in persona, Harvey Wasserman, attivista antinucleare di lungo corso, ha postato su Youtube un ulteriore video che ribatte alle critiche e conferma i pericoli.
Chi avrà la meglio? La petizione ha superato le 120.000 firme, tra cui compaiono molti nomi prestigiosi della musica e del cinema americano (per esempio Robert Redford, Susan Sarandon, Pearl Jam, Rem e Ani DiFranco), ma nel frattempo il 23enne studente di Atlanta ha postato un nuovo video di 9 minuti per ribattere a Wasserman. Così mentre fortunatamente la guerra nucleare è ormai uno scenario anacronistico, quella dei video, per il momento, non conosce tregua.
- Tags: Abéché, adozione-internazionale, Arche-de-Zoe, bambini, Ciad, crisi-umanitaria, darfur, francia, Idriss-Déby, nicolas sarkozy, ong, rifugiati
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Sono ancora in stato di fermo, ad Abéché, nel Ciad orientale, i sedici cittadini europei arrestati il 25 ottobre scorso dalle autorità locali con l’accusa di rapimento e traffico di bambini. Tra loro, si contano nove cittadini francesi (sei membri dell’ong “L’Arche de Zoé” e tre giornalisti al loro seguito), sette spagnoli e un pilota belga appartenenti all’equipaggio dell’aereo noleggiato dall’organizzazione non governativa per il trasferimento per motivi umanitari in Francia di 103 bambini del Darfur. Nel paese d’Oltralpe, “l’affaire Arche de Zoé” è ormai un caso politico.
Il governo francese ha rigettato in blocco un’operazione giudicata dal presidente Nicolas Sarkozy “illegale” e “inaccettabile”. A scatenare il caso è stata la sfida temeraria lanciata il 28 aprile scorso dall’Arche de Zoé per salvare “10 000 bambini del Darfur”, la regione sudanese travolta da una guerra civile che ha spinto 200.000 civili a oltrepassare la frontiera con il Ciad e rifugiarsi nei campi profughi allestiti dalla Comunità internazionale. Ora, da mesi Parigi è impegnata a coordinare il dispiegamento previsto entro fine anno di una forza europea incaricata di proteggere le popolazioni civili del Ciad orientale colpite dal conflitto in Darfur. Già nell’estate scorsa, Rama Yade, sottosegretaria agli Affari Esteri con delega ai diritti umani, aveva sconsigliato il presidente dell’Arche de Zoé, Eric Breteau, di avventurarsi in un’impresa così rischiosa. Di fronte alla pioggia di accuse (tra cui quella di aver agito sotto falsa sigla), l’avvocato dell’ong francese, Gilbert Collard, ha riconosciuto “i metodi poco consoni al formalismo umanitario” adottati dall’Arche de Zoé, per poi ricordare che “non essendo favorevole” alla presenza di militari europei in Ciad, il presidente ciadiano Idriss Déby starebbe sfruttando la vicenda “per chiedere una moneta di scambio con le autorità francesi”.

Donne emancipate, donne vittime, donne che rendono vittime gli uomini. In Marocco, la condizione femminile alterna luci e ombre. La partecipazione alla vita politica sembra essere incentivata dalle autorità. Lo dimostra il nuovo governo, nato da poche settimane, in cui ci sono sette ministre, come in Francia. Tra loro spiccano l’ex atleta Nawal el Moutawakil (vincitrice della medaglia d’oro nei 400 metri ostacoli alle Olimpiadi del 1984), a capo del ministero dello sport, e la responsabile del dicastero della cultura Touria Jabrane, 55 anni, famosa attrice di teatro poi passata al cinema. La nomina di queste donne ha fatto storcere il naso ai tradizionalisti.
In particolare il nome di Touria Jabrane ha lasciato perplessa parte della popolazione. Nota per il suo impegno civile a favore dei diritti umani e membro fondatore di diverse associazioni, l’attrice è famosa soprattutto per due spot televisivi del passato, girati nell’ambito di due campagne del governo contro gli incidenti stradali e per il corretto uso domestico delle bombole di gas. In queste pubblicità-progresso, Touria Jabrane si esprimeva in dialetto, come una popolana senza educazione. Molta gente la associa quindi al suo personaggio e non la considera all’altezza del ministero della cultura. La stampa marocchina cerca perciò di far conoscere il curriculum del neo-ministro: diplomata a Casablanca, pluripremiata come attrice, insignita di una medaglia al merito dal Re Hassan II e persino Cavaliere della Repubblica francese.
Ma per la maggior parte delle donne marocchine farsi strada è ancora difficile. Nonostante le modifiche al codice di famiglia e i cambiamenti in discussione sul codice penale, le donne hanno meno diritti degli uomini quando si tratta di sposarsi, divorziare, ereditare. Migliaia sono i casi di violenza registrati ogni anno e molti di più quelli non denunciati. La legge definisce stupro ogni rapporto sessuale in cui la vittima non è consenziente, ma se avviene all’interno del matrimonio tende a non essere punito. Non solo: se una donna si sottrae ai suoi “doveri coniugali” è il marito a denunciarla per maltrattamento psicologico nei suoi confronti. È l’incredibile tendenza rivelata dal sito di Al Arabiyah: avvocati e psicologi intervistati dalla tv satellitare assicurano che sono in aumento le denunce da parte dei mariti che si dichiarano vittime di violenze fisiche o morali (compresa, appunto, la mancanza di rapporti fisici). Una delle spiegazioni del fenomeno, secondo Al Arabiyah, sarebbe che a volte sono le donne a mantenere la famiglia quando l’uomo non trova lavoro, e la sensazione di essere “sfruttate” le spingerebbe a comportamenti violenti. Sarà vero?
Eri Garuti - Amina News
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