
A volte bastano poche parole, anche banali, per appianare divergenze politiche plasmate per anni da segreti di Stato, offensive giuridiche eclatanti e controversie storiche mai del tutto chiarite. Francia contro Rwanda. Parigi contro Kigali. Un caso diplomatico da manuale, il cui ultimo capitolo vede protagonista Bernard Kouchner. Ieri, il ministro degli Esteri francese ha dato nuovamente sfogo alla sua capacità di sorprendere la stampa d’Oltralpe (e internazionale) dichiarando che Parigi ha commesso “errori politici” in Rwanda.
Una dichiarazione importante quella di Kouchner, in quanto mai un ministro si era “azzardato” a riconoscere le colpe della Francia nel genocidio rwandese. Il casus belli vede Parigi accusata dall’attuale regime di Kigali di aver sostenuto a suon di soldi e di armi le forze estremiste dell’etnia hutu che nel 1994 sterminarono un milione di persone appartenenti all’etnia tutsi e agli hutu moderati. Non solo. Sotto accusa è anche l’operazione umanitaria “Turquoise” portata avanti dai soldati francesi durante lo sterminio. Parigi si rifiuta di definire “ambigua” una missione che, su mandato delle Nazioni Unite, aveva l’obiettivo di aprire un corridoio umanitario nell’ovest del paese per consentire il ripiegamento nel vicino Congo di centinaia di migliaia di civili hutu in fuga dall’avanzata dalla ribellione tutsi del Fronte patriottico rwandese (Fpr). Nonostante le accuse di aver sfruttato l’operazione Turquoise per evacuare dal Rwanda gli estremisti hutu responsabili del genocidio, ieri Kouchner ha ribadito il bene fondato della missione umanitaria e l’estraneità dei soldati francesi “a qualsiasi omicidio”.
È ancora presto per dire se il regime di Kigali sarà disposto a ristabilire ufficialmente i rapporti diplomatici interrotti dal novembre 2006 dopo i mandati di cattura internazionale spiccati dal giudice antiterrorista francese Jean Bruguière contro nove personalità appartenenti all’entourage dell’attuale presidente del Rwanda, nonché leader del Fpr, Paul Kagame. Accusati di aver organizzato l’attentato che il 6 aprile 1994 colpì l’aereo dell’ex presidente del Rwanda, Juvénal Habyarimana, dando così via al genocidio iniziato il 7 aprile, i politici e militari messi sotto accusa godono della clamorosa controffensiva diplomatica e massmediatica operata da Kigali ai danni della Francia per scongiurare qualsiasi ipotesi di arresto. Dopo mesi di tira e molla, lo sbarco di Nicolas Sarkozy all’Eliseo sembra aver segnato un cambio di rotta della diplomazia francese sul caso Rwanda.
Le dichiarazioni di Kouchner, vecchia conoscenza dell’attuale regime rwandese, sono soltanto l’ultimo passo di una marcia di riavvicinamento che vede Kigali ormai disponibile al dialogo. Contattato da Panorama.it (leggi l’intervista), il ministro degli Esteri Charles Murigande ha definito le parole del suo omologo francese “importanti”, precisando tuttavia che “la strada verso la normalizzazione dei rapporti diplomatici è ancora lunga”. Addirittura improponibile se prendiamo in considerazione la posizione di Survie-France.
Nota agli esperti e al pubblico d’Oltralpe per la sua vasta inchiesta sull’operazione Turquoise, l’associazione indipendente francese fa sapere per voce della sua vice-presidente, Sharon Courtoux, che “difficilmente Kigali può accettare tali dichiarazioni. Le nostre inchieste” spiega a Panorama.it la Courtoux, “hanno dimostrato che Parigi è implicata fino al collo nel genocidio del Rwanda. È bene ricordare che prima dello sterminio, i soldati francesi formarono milizie estremiste hutu, mentre con l’operazione Turquoise, Parigi organizzò direttamente la fuga dei carnefici. Tutto questo però, Kouchner non intende riconoscerlo”.
De facto, il ministro degli Esteri ha riaffermato che il pentimento di Parigi “non è mai stato in discussione”. Intenzionato a “recarsi nei tempi appropriati a Kigali” per chiudere una vicenda resa complicata dalle traversie giudiziarie, Kouchner ha invece insistito sulla necessità “di iniziare a parlare” e di “non considerare coloro che sono stati uccisi (tutsi, ndr) tra i responsabili del massacro”. Un modo per far capire al presidente rwandese Kagame che gli ex ribelli tutsi del Fpr (attualmente al potere) non sono più considerati nemici dalla Francia.
LEGGI ANCHE: Intervista al ministro rwandese: non basta
- Mercoledì 3 Ottobre 2007

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