
Avevano denunciato le pessime condizioni lavorative in alcuni fabbriche tessili indiane dove vengono prodotti capi d’abbigliamento venduti in tutto il mondo. Eppure, invece di una reazione da parte delle autorità locali, gli attivisti della Clean Clothes Campaign e dell’India Committee of the Netherlands si sono visti recapitare un mandato d’arresto e l’invito a comparire davanti a un tribunale civile di Bangalore. Le accuse: cyber crime, diffamazione, atti di razzismo e xenofobia.
Appellandosi a un divieto di diffondere notizie sulle condizioni di lavoro all’interno degli impianti produttivi, la società olandese Fibres & Fabrics International (FFI)– produttrice di capi d’abbigliamento per aziende e marchi in tutto il mondo – lo scorso anno ha intentato una causa contro sette membri delle due organizzazioni, che ora rischierebbero due anni di carcere.
Immediata la reazione delle associazioni legate alla Clean Clothes Campaign, tra cui l’italiana Abiti Puliti, che attraverso il suo sito condanna il silenzio e l’ambiguità delle case d’abbigliamento che si riforniscono dalla FFI: Guess, Rare, Tommy Hilfiger. “Il loro rifiuto di prendere in considerazione la violazione avvenuta presso il loro fornitore non è accettabile”, si legge sul sito dell’associazione. “Tutti i marchi che si sono riforniti presso la FFI/JKPL dovrebbero denunciare il suo comportamento e fare pressione perchè si apra il dialogo con i sindacati e le organizzazioni della società civile”.
Gli attivisti hanno anche scritto a una società veneta, la Tintoria Astico, fornitrice di modellistica computerizzata alla FFI, sollecitandola a prendere posizione in favore del ritiro della denuncia presso il tribunale indiano. Finora non hanno ottenuto risposta. La Clean Clothes Campaign teme inoltre che il caso FFI, in caso di vittoria di quest’ultima, possa generare un precedente giuridico, che potrebbe indurre in futuro le imprese terziste a rivolgersi alla giustizia onde evitare scomodi confronti con i propri lavoratori sul piano sindacale.
- Venerdì 5 Ottobre 2007
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Commenti
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Il 8 Ottobre 2007 alle 14:45 joshua.massarenti ha scritto:
Al pari del caso birmania, in cui non poche aziende italiane sono accusate di collusione con la giunta militare, mi sembra che questa sia un’altra battaglia civile importantissima per la difesa dei diritti umani nel mondo del lavoro
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