La Repubblica democratica del Congo (Rdc) torna a far parlare di sé. Un bene? No. Almeno non in questo caso. Passata la sbornia elettorale del 2006 e l’illusione di poter ricostruire sotto il segno della pacificazione un paese devastato dal più sanguinoso conflitto armato africano degli ultimi quindici anni, i congolesi devono nuovamente fare i conti con la follia della guerra. Quattro milioni di morti non sono bastati ad assopire le ambizioni di ribelli e militari disposti a tutto pur di spartirsi le briciole di un territorio sotto il quale giacciono immense ricchezze minerarie: oro, diamanti, uranio, cobalto, rame. Tutte ricchezze, tra l’altro, in gran parte concentrate nell’est del paese, dove puntualmente sono scoppiati gli ultimi disordini.
Protagonisti assoluti della nuova puntata bellica sono da un lato l’esercito regolare e dall’altro elementi dissidenti delle forze armate nazionali (Fardc) affiliati a Laurent Nkunda, un ex alto ufficiale congolese di origine tutsi dimesso dalla sue funzioni di generale nel 2005 con l’accusa di aver commesso crimini di guerra. La tregua, siglata il 6 settembre scorso tra l’esercito e Nkunda dopo mesi di schermaglie, è andata in frantumi in seguito al rapimento di sei militari da parte dei soldati dissidenti nel nord-Kivu, provincia situata nell’estremità orientale del Congo, lungo la frontiera con il Rwanda. Nonostante le ripetute smentite dell’ex generale, scontri a fuoco violentissimi sono scoppiati il 6 ottobre scorso in diverse aree del Nord-Kivu, nei territori di Masisi di Rutshuru. Le ultime notizie parlano di un centinaio di combattenti uccisi, fra cui 85 dissidenti e 26 soldati regolari.
“Da ieri controlliamo Karuba (40 km a nordovest della capitale provinciale Goma” ha dichiarato all’Afp il colonnello Delphin Kahimbi, confermando le rivelazioni del portavoce militare della Missione Onu in Congo (Monuc), il maggiore Prem Tiwari, secondo il quale “l’esercito congolese sta conquistando terreno” nei confronti degli uomini di Nkunda. Lunedì, l’ex generale aveva annunciato “un’offensiva generale” sui fronti aperti dalle Fardc. Alla guida di un piccolo esercito composto da circa 5.000 soldati, Nkunda ha giustificato la sua decisione accusando i militari congolesi di attaccare i suoi uomini “con l’aiuto dei ribelli hutu rwandesi”. Presenti in Congo da ormai tredici anni, i cosiddetti “interahamwe” sono accusati di aver partecipato al genocidio del Rwanda nel 1994. Non solo. Secondo molti rapporti internazionali, i ribelli rwandesi sarebbero inoltre responsabili di saccheggi, stupri e massacri perpetrati ai danni della popolazione congolese.
Sul versante umanitario, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) parla di situazione “spaventosa”. Gli ultimi scontri armati hanno costretto alla fuga almeno 11.000 civili, portando così a 500.000 il numero degli sfollati interni. Raggiunta telefonicamente da Panorama.it, Elena Locatelli, cooperante dell’ong italiana Avsi (Associazione volontari per il servizio internazionale), afferma che “molte aree in cui operiamo, come il Masisi e Rutshuru, sono ormai difficilmente accessibili. Da giorni, siamo impegnati a monitorare le condizioni delle famiglie coinvolte nei nostri progetti dedicati all’infanzia”. Fortunatamente, non ci sono vittime. “Ma nella zona di Mweso2″ tiene a precisare Locatelli, “le famiglie sono costrette ad abbandonare i loro villaggi per trascorrere le notti nella foresta”. Sconsolante il commento finale: “Sono anni che non si verificava una crisi così lunga”.Da Goma, Moise Mutanga, giornalista di Radio Okapi, dà ulteriori conferme del clima pesantissimo che si sta respirando nei dintorni di Goma. “Pochi giorni fa mi sono recato a Sake (una trentina di km dalla capitale provinciale, ndr). Ho visto la gente rintanata nelle proprie case, convinta che militari e dissidenti verranno di nuovo a saccheggiare la città ”. Peggio. “Come negli anni passati, si sta diffondendo un sentimento di rancore nei confronti dei caschi blu”, accusati per l’ennesima volta di aver reagito tardivamente alla crisi. Ora, si tratta di vedere se la Missione Onu in Congo sarà in grado di fermare gli scontri e tranquillizzare gli animi di una provincia, quella del Nord Kivu, che ha un disperato bisogno di pace.
- Mercoledì 10 Ottobre 2007


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