- Tags: Bosnia, ex-juhoslavia, Kosovo, Mitrovica, Nicola-Kavasic
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Mitrovica, l’enclave mineraria serba divisa da un fiume (Ibar) che separa due mondi: a nord, circa 3500 albanesi kosovari rimasti lì dopo la guerra, a sud i serbi che non si vogliono staccare dalla Madrepatria. In mezzo un ponte teatro di violenti scontri interetnici, presidiato dalle forze internazionali, utilizzato a intermittenza, quasi a simboleggiare un dialogo impossibile tra le due comunità.
Nella parte serba (triplicata negli ultimi otto anni a causa dell’arrivo di migliaia di profughi ) c’è un giudice, Nicola Kavasic, 43 anni, che si augura che la comunità internazionale sia per una volta arbitro, e non parte in causa, che non si comporti come nel dopoguerra, quando la pulizia etnica avvenne sì, ma al contrario, sotto gli occhi dei soldati della missione. “La verità è che la comunità internazionale non ci ha protetto, ha sempre auspicato l’indipendenza e abbiamo perso la fiducia negli americani e negli europei. Ma noi siamo pronti a organizzare la resistenza”. Una resistenza che sarà pacifica perché, dice, “non abbiamo armi e anche ora non abbiamo perso la speranza che siano le forze internazionali a proteggerci”.
Quello che sostiene questo questo giudice di 43 anni è in linea con l’opinione dei centomila serbi rimasti in Kosovo dopo la guerra (75mila nell’enclave del nord), bersaglio della pulizia etnica ma, secondo alcuni, anche di una lettura vittimistica della Storia che li ha indotti a leggersi come agnelli sacrificali di una partita internazionale giocata sulla loro pelle. Nei Balcani, soprattutto nella comunità serba, la passione per le cospirazioni e la mitologia delle origini slave e ortodosse del Kosovo sono moneta corrente, luogo comune pronto a trasformarsi forse in altre tragedie. Nicola Kavasic non è un ultranazionalista ma ha troppi ricordi dolorosi negli ultimi anni (che riguardano anche la sua famiglia) per non avere paura di quello che potrebbe succedere se Pristina decidesse di staccarsi e volesse fare un solo boccone anche di tutta la parte nord, così ricca di risorse minerarie ma così terrorizzata dall’indipendenza. Kavasic sa che nella capitale del Kosovo albanese circolano ancora decine di migliaia di armi, quasi quattrocentomila in tutto il Kosovo secondo le stime più accreditate, in mano agli ex guerriglieri dell’Uck, la formazione indipendentista, i cui leader si sono quasi tutti riciclati nel contrabbando di sigarette e eroina proveniente dalla Turchia. “Se c’è un piano su cui serbi e albanesi del Kosovo collaborano è quello della criminalità, ma è l’unico: quando ci sono di mezzo affari sporchi vanno d’accordissimo”, sintetizza sconsolato a Panorama.it Dragan Petrovic, corrispondente dell’Ansa a Belgrado e vecchio oppositore del regime ultranazionalista di Milosevic.
“Quando è finita la guerra c’erano 50 mila peacekeepers Nato e circa 5 mila poliziotti Onu che avrebbero dovuto aiutarci”, continua Nicola Kavasic. “Ma questo non ha impedito agli albanesi di espellere duecentomila serbi dai villaggi né di bruciare oltre 150 chiese ortodosse”. Eppure anche a Pristina, la città too ugly to be true dove ogni giorno, secondo l’esperto Fernando Gentilini, “i decibel del rap albanese sfidano le preghiere notturne dei minareti”, ci sono anche migliaia di albanesi kosovari di mezza età affetti da jugonostalgia, una “malattia” di cui non si parla perché oggi nel Kosovo albanese la parola d’ordine è quella imposta dagli ex guerriglieri cresciuti nel mito di Ramush Haradinaj, l’ex premier (2004-2005) sotto processo all’Aja per crimini di guerra: indipendenza a ogni costo e senza compromessi. I malati di jugonostalgia non si dimenticano che, tra il 1974 e il 1981, l’autonomia concessa da Tito all’ex provincia serba coincise con gli anni più felici della loro vita: gli anni dell’apertura dell’Università a Pristina, dell’aumento degli albanesi nell’amministrazione pubblica, dello sdoganamento della lingua e della cultura albanese nelle scuole. Gli anni della crescita economica e della convivenza: “Oggi invece a Pristina c’è una violenza spaventosa e la middle class è sparita. I soldati della missione hanno le loro responsabilità: il Kosovo è oggi il buco nero dell’Europa anche a causa della loro inerzia e in molti casi anche del loro coinvolgimento nei traffici con gli ex guerriglieri”, accusa Azra Nuhefendic, giornalista bosniaca ed ex volto noto della radiotelevisione di Belgrado. Il countdown per la nuova era, qualunque sarà, è appena iniziato.
LEGGI ANCHE: Se l’Onu perde la faccia - Countdown per l’indipendenza - Guarda la GALLERY
- Venerdì 12 Ottobre 2007

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Il 12 Ottobre 2007 alle 17:42 La Serbia non vuol perdere il Kosovo e l’Onu perde la faccia » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Kosovo indipendente: la paura dei serbi tra voglia di pace e jugonostalgia [...]
Il 12 Ottobre 2007 alle 17:46 Kosovo, countdown per l’indipendenza. E per evitare il caos nei Balcani » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] LEGGI ANCHE: Serbi kosovari, viaggio nella paura - Se l’Onu perde la faccia - Guarda la GALLERY Kosovo: le news in tempo reale (fonte Google News) [...]
Il 8 Novembre 2007 alle 17:49 Kosovo: rispuntano le armi, la Nato non è servita » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] I gruppi paramilitari serbi e kosovari sono sul piede di guerra. Quando Pristina dichiarerà, entro poche settimane, l’indipendenza dalla Serbia, scoppieranno di nuovo le ostilità tra la comunità serba e le fazioni armate kosovare. Un drammatico reportage da Pristina di Fausto Biloslavo, in edicola con Panorama dal 9 novembre, ripercorre le tappe che hanno portato allo stallo del negoziato in seno all’Onu sulla definizione dello status della regione. E punta l’attenzione sulla strisciante militarizzazione dell’ex provincia serba quando manca un mese circa al 10 dicembre, ultima chiamata per formalizzare in sede Onu un’ipotesi per il futuro status della regione. Ma non solo. Un video, di cui dà notizia il numero di Panorama in edicola, mostra una dozzina di uomini coperti da passamontagna e armati fino ai denti nel Kosovo settentrionale. Sono i miliziani dell’Armata Nazionale Albanese (Aksh), fazione paramilitare kosovara, bollata come terrorista dalle Nazioni Unite, che si è già resa protagonista di una serie di attentati dinamitardi contro le sedi dell’Onu in Kosovo. “I serbi - accusano gli “uomini in nero” - si preparano a invaderci. Abbiamo il diritto di reagire, perché la comunità internazionale ha fallito”. Un monito che suona come una dichiarazione di guerra in un’area dei Balcani dove a farla da padroni sono il riciclaggio di denaro sporco, il traffico di armi e di stupefacenti, e lo strapotere delle bande armate. Intanto i serbi kosovari, soprattutto nell’enclave di Mitrovica, si preparano allo scontro, facendo affidamento sull’aiuto di Belgrado. Ivan Radic, un medico costretto a lasciare Firizaj dopo la guerra, dichiara a Panorama: “Mi hanno bruciato la casa, ma ancora peggio è stata l’assurda distruzione della tomba di mia madre. Questa è la nostra ultima trincea. Ora siamo tutti pronti a combattere”. Guarda il VIDEO // [...]
Il 17 Marzo 2008 alle 18:09 Caos in Kosovo: l’Onu lascia Mitrovica » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Per evitare nuove violenze, l’Onu si ritira dalla zona settentrionale di Mitrovica, la città nel nord del Kosovo divisa dal fiume Ibar che è stata teatro oggi un’ondata di violenze provocate dai nazionalisti serbi. I rappresentanti di Russia e Serbia hanno fatto sapere che sono allo studio non meglio precisate iniziative comuni per tutelare tutti quei cittadini serbi-kosovari (tra gli 8.000 e i 10.000) che hanno scelto di restare nei palazzi del quartiere nord, lungo la strada che porta al confine con la Serbia, e che guardano alla secessione kosovara con preoccupazione e spesso con paura. Il significato del messaggio è chiaro: sul no all’indipendenza del Kosovo non si tratta. Il bilancio degli scontri, originati dal tentativo Onu e Nato di sgomberare un tribunale Onu occupato dai nazionalisti serbi, è di almeno cento feriti, venticinque dei quali poliziotti dell’Unmik e otto dei quali militari delle forza di pace Nato. E ora lo scontro, coinciso con il quarto anniversario delle rivolte anti-serbe, si è spostato subito sul piano diplomatico. Con la Russia, grande protettrice della Serbia, che ha ribadito quando va ammonendo da mesi: “L’acuirsi della tensione nei è una diretta conseguenza della dichiarazioni unilaterale di indipendenza fatta da Pristina e della non accettazione dai serbi del Kosovo di questo atto illegittimo”. Nulla di nuovo sotto il sole. Come era ampiamente prevedibile la reazione del presidente serbo, Boris Tadic, che ha esortato la polizia Onu e il contingente di pace Nato ad astenersi dall’uso della forza contro i cittadini serbi, già vittime di una pulizia etnica postbellica che ha stravolto gli equilibri demografici del Kosovo. Anche la risposta del presidente del Kosovo Fatmir Sejdiu, che ha condannato senza mezzi temini “l’attacco brutale dei manifestanti” contro le forze dell’ordine, era tutto sommato prevedibile. Sono i grandi attori internazionali che possono decidere la partita. E finora i più attivi sembrano proprio i russi, reduci da un incontro con Kostunica, il premier serbo uscente. Sul no all’indipendenza del Kosovo, proclamata unilateralmente il 17 febbraio scorso, Belgrado e Mosca non ammettono negoziati. mitrovica: le news in tempo reale (fonte Google News) [...]
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