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Michelle Bachelet: la mia ricetta per il Cile. Con un occhio all’Italia

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  • Tags: Cile, Hugo-Chavez, Lula, Michelle-Bachelet, Trattati-libero-commercio
  • 2 commenti


Michelle Bachelet la presidentessa del Cile, partirà domenica 14 ottobre per Roma dove incontrerà, oltre a Presidente della Repubblica e Premier, anche Benedetto XVI. A Panorama.it che l’ha intervistata in esclusiva, la presidenta, come tutti la chiamano a Santiago, racconta le sue battaglie (per la democrazia, la concertazione tra partiti di sinistra, la sicurezza) e le sue ricette. Dimostrando di conoscere molto bene il nostro paese…

Cominciamo dal viaggio in Italia. Che cosa rappresenta per lei il nostro Paese?
Un sentimento. E molto forte. L’Italia è stata molto solidale verso le cilene e i cileni che in momenti molto bui della nostra storia andarono a vivere là, esuli, incontrando un’accoglienza straordinaria e riuscendo a ricostruirsi una vita. Molti, compreso il ministro José Antonio Viera-Gallo, il mio attuale segretario alla Presidenza. Per questo tutti noi all’Italia dobbiamo molto.

Arriverà a Roma il 14 ottobre, proprio il giorno in cui il Partito Democratico eleggerà il suo leader. Che giudizio dà dell’esperimento del Pd?
Che c’è una somiglianza tra la nostra esperienza della Concertación e quella del Partito Democratico. La differenza è che il nostro non è solo un partito, sono quattro, ognuno con le sue relazioni politiche, le sue amicizie, i suoi affetti storici, le sue tradizioni e le sue culture differenti. Il Pd italiano, invece, vuole essere un partito in cui si fondono e spariscono gli altri. Direi che è un passo più audace rispetto al nostro… E quindi non mi resta che augurargli il miglior successo.

Torniamo in America Latina con le parole di Vargas Llosa: sinistra “carnivora” e sinistra “vegetariana”. Da un lato Chavez, Morales e Correa, dall’altro Lula, Tabaré Vasquez e lei. Si riconosce in questa divisione continentale?
In America Latina i cittadini hanno scelto il centrosinistra per avere risposte concrete sulla povertà, sulle discriminazioni – economiche, di genere, geografiche, anagrafiche, etniche - e sulla mancanza di integrazione di alcuni settori della società, penso ai contadini, agli indigeni agli esclusi delle grandi aree urbane. Certo, nella ricerca di soluzioni a questi problemi lei trova notevoli differenze. Ma non parlerei di blocchi bensì di tradizioni peculiari per ogni paese. L’obiettivo comune è lo stesso ed è grande, cambiano gli strumenti per raggiungerlo a seconda dei Paesi.

Ci fa un esempio concreto?
Il Brasile, un paese enorme, con 190 milioni di abitanti e un grande bisogno di sviluppare la sua domanda interna e la sua industria nazionale. Come pensare di usare le sue stesse ricette in Cile, un paese piccolo, con 16 milioni di abitanti e per cui l’export è un elemento centrale? Per questo dico che la cosa più importante per i progressisti è costruire - in base alle caratteristiche e specificità legislative, storiche e politiche di ciascun paese – dei governi che cerchino più equità, più prosperità, più libertà e più democrazia. Credo che combinare equità, democrazia, prosperità e libertà sia la vera sfida della sinistra moderna.

Favorevole o contraria ai Trattati di Libero Commercio (Tlc)?
C’è chi non crede ai Tlc. Ebbene, noi invece ci crediamo. Li abbiamo con l’Unione Europea, la maggior parte dei Paesi americani, il Giappone, la Cina e la Corea perché la nostra politica estera consiste nel cercare di coprire tutti gli spazi che ci sono, siano essi subregionali, regionali o globali. Per questo facciamo parte dell’Apec, siamo membri associati del Mercosur e della Can e, contemporaneamente, guardiamo con grande interesse ai paesi del Pacifico, utili per arrivare ai grandi mercati dell’Asia.

Non ci saranno blocchi ma se pensiamo alle posizioni di alcuni governi sui Tlc l’impressione è che in America Latina le divisioni siano maggiori delle comunanze…
Niente affatto. I punti in comune sono grandi e sugli obiettivi – lotta alla povertà e alle disuguaglianze – ma sugli strumenti ognuno ha la sua ricetta. Integrazione attraverso le diversità. Questo a mio avviso deve essere l’obiettivo. In America Latina nessuno è un clone dell’altro ma sui grandi temi, come quello energetico per esempio, ci battiamo per una piattaforma comune. Il Cile ha sempre visto se stesso, ieri come oggi, come un “paese ponte”, non solo geograficamente ma anche tra i differenti modi di vivere la politica progressista in America Latina.
La prima presidente donna del Cile

Che significa oggi per Michelle Bachelet essere progressista?
Capire che non è possibile lo sviluppo se non c’è crescita economica. Ma che la crescita deve andare a braccetto con politiche sociali forti volte a ridurre il gap enorme tra chi ha di più e chi ha di meno. E poi intervenire su un grande tema che storicamente la sinistra non ha mai preso seriamente in considerazione, quello della sicurezza.

Il motivo?
Perché aveva una risposta meccanica che – ovviamente – oggi sappiamo non essere più valida: la delinquenza deriva dalla povertà e se lei offre opportunità a tutti la delinquenza sparisce. È vero che uno degli elementi fondamentali della sicurezza è la prevenzione e dal momento che sono pediatra so che nessuno nasce delinquente. Delinquenti si diventa.

E quindi?
E quindi noi abbiamo messo in campo una forte campagna contro l’insicurezza, mentre storicamente la sinistra riteneva questo tema quasi irrilevante. La sicurezza dei cittadini per noi è molto importante. Perché vede, il Cile che vogliamo costruire è un paese che garantisce diritti sociali a tutti ma, in realtà, non ci sono diritti né libertà se non hai la sicurezza per potere esercitare entrambi. Sicurezza e libertà, sicurezza ed equità, sicurezza e democrazia sono elementi che vanno mano nella mano…

Lo scorso 11 settembre, anniversario del golpe di Pinochet e della morte di Salvador Allende, a Santiago ci sono stati scontri molto violenti. Non è la prima volta che succede ma questa volta un carabiniere è stato ucciso. Spiega agli italiani cos’è successo?
Da 17 anni, da quando il Cile è tornato alla democrazia, l’11 settembre è stato sempre ricordato in vari modi. Le marce ci sono sempre state, come le visite alla tomba di Salvador Allende. E c’è sempre stato chi ha creato disordini. Quest’anno è successo lo stesso, ma si è aggiunta una situazione di cui hanno parlato anche i vescovi con un documento in cui hanno lanciato un appello forte: “Dobbiamo uccidere l’odio prima che l’odio avveleni e uccida l’anima del Cile”.

Cosa si è aggiunto quest’anno?
Ultimamente nella società cilena c’è qualcosa che ha fatto crescere la violenza e che è sempre più visibile. Molti degli arrestati sono ragazzi giovanissimi, piccoli gruppi di vandali che mettono a ferro e fuoco interi quartieri. Ragazzini che escono alle 4 del pomeriggio da scuola e, avendo i genitori assenti perché al lavoro, finiscono in strada, vittime dell’alcol e dei narcos che gli forniscono la droga. Inoltre le do un dato: su dieci ragazzi arrestati durante gli scontri dell’11 settembre, otto erano figli di carcerati. Per questo è nostra priorità mettere in campo delle politiche sociali forti, a cominciare dalla formazione e dall’assistenza alle famiglie a rischio…

Che le chiede di fare la gente?
La gente vuole che l’ordine pubblico sia mantenuto. Alcuni hanno addirittura chiamato la radio perché mandassi i militari in strada o che i carabinieri rispondessero al fuoco. Chiaramente ho detto di no.

LEGGI ANCHE: Le torture, l’esilio, la Moneda

  • paolo.manzo
  • Venerdì 12 Ottobre 2007

Vedi anche:

  • Alternanza a Santiago: vince Piñera, il Cile è un Paese normale
  • Cile: dopo 38 anni la certezza è scientifica, Allende si suicidò
Kosovo indipendente: la paura dei serbi tra voglia di pace e jugonostalgia »
« Michelle Bachelet: le torture, l’esilio, la Moneda

Commenti

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Il 6 Novembre 2007 alle 19:14 Da Chávez a Colom, perché l’America Latina si tinge di rosso » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Non a caso il principale quotidiano guatemalteco ha già arruolato Colom in quella che Álvaro Vargas Llosa ha definito la nuova “sinistra vegetariana”, ovvero riformista, contrapposta a quella “carnivora”, ovvero radicale. Questa divisione, nonostante il parallelo culinario un po’ folkloristico, calza a pennello per descrivere le divisioni che, ogni giorno, contraddistinguono la cosiddetta “rivoluzione rossa” latinoamericana. Come porre sullo stesso piano, infatti, il Cile della socialista Michelle Bachelet, che fa della stipula dei trattati di libero scambio la sua priorità economica (ad oggi Santiago ne ha già firmati una sessantina con altrettanti paesi in ogni continente) con la battaglia dura e pura che contro questo strumento commerciale che porta avanti quotidianamente il bolivariano Chávez? Chi non ricorda il grido “Alca, Alca, al carajo” urlato nei microfoni a Mar del Plata un paio d’anni fa dal presidente del Venezuela in riferimento al fallimento dei negoziati sull’Area di libero commercio delle Americhe? Il Brasile di Lula, sotto la cui presidenza la Borsa nazionale non ha mai guadagnato tanto e la moneta locale, il real, si sta valorizzando persino sull’euro, che punti di contatto ha, al di là delle parole, con la politica economica inflazionistica e con le svalutazioni “competitive” dell’Argentina dei Kirchner? [...]

Il 5 Maggio 2008 alle 6:44 DUE SINISTRE PER L’AMERICA LATINA (L’Ora del Salento, 3 maggio 2008, pag.11) | Recensioni & Storia.it ha scritto:

[...] Possiamo così inserire nel gruppo della sinistra moderata il Cile della socialista Michelle Bachelet; il Brasile dell’ex sindacalista Luiz Inácio da Silva detto Lula; l’Uruguay di Tabaré Vasquez e il Perù di Alain García. [...]

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