- Tags: Cina, hu-intao, pcc, protocollo-Kyoto
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Correggere gli effetti negativi dell’impetuosa crescita economica (+10% circa negli ultimi anni) e portare avanti le riforme politiche, ma a una condizione: che non si metta in discussione la centralità del Partito comunista nella vita istituzionale del Paese. Davanti ai 2213 delegati del Congresso (che si concluderà il 21 ottobre) chiamati a eleggere il Comitato centrale del Pcc (350 membri), il segretario del Pcc e presidente cinese Hu Intao ha voluto lanciare, nel discorso di apertura alla platea dei militanti accorsa a Pechino, un messaggio al contempo innovativo e continuista sul piano politico.
Innovativo perché, per la prima volta, è stato introdotto un tema che era tabù, fino a qualche anno fa, per la dirigenza comunista cinese: quello del gap tra reddito e sviluppo, tra città e campagne, tra ricchi e poveri. Orgoglio per tassi di crescita senza eguali - dunque - ma anche consapevolezza dei problemi nuovi di fronte ai quali si trova Pechino in questi anni di boom economico: “La crescita nelle aree metropolitane e quello nelle zone rurali - ha riconosciuto Hu Intao - resta sbilanciato e ampio è anche il divario tra economia e società”. Mai, prima d’ora, un presidente aveva ammesso in modo così esplicito, dalle più autorevole arena politica del Paese, l’esistenza di una “questione sociale” in Cina: una questione su cui tutto il Partito - ha detto Hu Intao - sarà chiamato a offrire risposte senza mettere in discussione le parole d’ordine dell’apertura ai capitali stranieri e del “socialismo di mercato” introdotte da Deng Xiao Ping più di vent’anni fa.
“Visione scientifica dello sviluppo”, “progressiva convertibilità dello Yuan nei mercati dei capitali”, impegno a rafforzare le multinazionali cinesi nel mondo e a potenziare il commercio estero: questi i punti salienti del discorso di apertura di un Congresso, il diciassettesimo, che ha cercato di tenere unite rivendicazioni difficilmente conciliabili in un Paese che nelle grandi città ha bruciato le tappe dello sviluppo, creando una middle class degli affari dinamica e integrata, ma ha anche lasciato vaste aree delle campagne in condizioni di sottosviluppo e nei prossimi anni rischia di trovarsi alle prese con una devastante crisi di crescita. Ma il vero elemento nuovo del discorso del segretario è stato quello che ha indotto alcuni organi di stampa a parlare di “svolta verde” del Pcc. Una “svolta” che non si è ancora concretizzata in un rigoroso rispetto delle indicazioni contenute nel protocollo di Kyoto (la Cina è inserita nella fascia Non-Annex I dei paesi in via di sviluppo e non è tenuta a rispettare nessuna soglia di emissioni ndr), ma che avvicina Pechino alle sensibilità di larghe fasce dell’opinione pubblica europea e americana: “Siamo chiamati nei prossimi anni a ridurre i costi della crescita in termini di risorse e impatto ambientale”, ha detto Hu Intao.
Quello che è emerso è in sostanza un discorso continuista ma senza toni aggressivi, quasi a rassicurare la comunità internazionale in un momento particolarmente delicato per l’immagine di Pechino nel mondo, impegnato a organizzare i Giochi Olimpici. E anche sul capitolo dell’apertura democratica, uno dei cavalli di battaglia delle associazioni dei diritti umani, Hu Intao ha ribadito la linea tradizionale del Partito sia pure con qualche timida apertura. Ovvero: sì alla “democrazia”, sì a una rinnovata lotta alla corruzione, sì alle riforme per “avvicinare il partito alla gente”, ma sempre all’interno di un quadro istituzionale retto da un rigido monopartitismo. Uno sbocco ampliamente preventivabile, del resto, che giunge all’indomani della decisione cinese di chiudere una serie di siti Internet che promuovono i diritti umani e di mettere agli arresti alcune storiche voci del dissenso, avvocati e bloggers più o meno noti favorevoli a boicottare le Olimpiadi.
Su Taiwan, l’isola nazionalista su cui Pechino rivendica la sovranità dal 1949, i toni sono apparsi più morbidi e rassicuranti ma la sostanza è quella di sempre: nessuna apertura effettiva all’ipotesi del riconoscimento dell’isola, gelosa delle proprie prerogative.
Non ci sono dubbi sulla rielezione di Hu a segretario del Partito per altri cinque anni. La vera prova per Hu sarà invece un’altra: cioé se riuscirà ad assicurarsi il controllo dello standing commitee, l’organo ristretto del Comitato centrale, tuttora dominato dagli uomini di Jiang Zemin, con cui per altro ha buoni rapporti. I candidati ad entrare nel più importante organo di governo sono, secondo le indiscrezioni, quattro: Li Keqiang (52 anni, legato ad Hu), Xi Jinping (54 anni, legato a Jiang ma approvato da Hu), He Guoqiang (64 anni) e Zhou Yongkang (anche lui 64 anni), neutrali. È qui che si giocherà la battaglia.
- Lunedì 15 Ottobre 2007
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Il 16 Ottobre 2007 alle 11:18 Cina: viaggio al termine della censura su Internet » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Cina: avanti (piano) con le riforme. E il potere resta al partito [...]
Il 19 Ottobre 2007 alle 12:31 Il sinologo: Cina, ma quale apertura democratica! » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] È in corso in questi giorni il 17esimo Congresso del Partito Comunista Cinese. Un momento di grande importanza, dato che i gerarchi del Partito si riuniscono per definire le linee guida dalla politica da adottare nei prossimi cinque anni. Per capire le dinamiche che caratterizzano un Paese tanto complesso, Panorama.it ha intervistato il sinologo Jean-François Huchet, economista esperto di Cina e direttore del Centro di Studi Francese sulla Cina Contemporanea di Hong Kong. [...]
Il 22 Ottobre 2007 alle 9:48 Guastafeste nella Città proibita » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Passi la petizione isolata di una famiglia che ha subito un sopruso o una vendetta di qualche boss del partito comunista locale. In un anno ne arrivano anche 10 milioni all’Ufficio centrale per le petizioni di Pechino, secondo una tradizione vecchia di secoli, meglio nota come “shangfang”. Passi l’appello pubblico di un intero villaggio che non ha l’acqua né le scuole di primo grado e nemmeno l’ospedale. Ma la protesta organizzata e sottoscritta da 12.150 cittadini in rappresentanza di ben 30 province, no, questo no. È considerata sovversione della «società armoniosa», lo slogan tanto caro al presidente cinese Hu Jintao, 64 anni. È ribellione per ridicolizzare «lo sviluppo scientifico», il nuovo pilastro ideologico della costituzione del partito comunista, che traduce il più occidentale «sviluppo sostenibile». Alla vigilia del 17° Congresso del partito, quello che ha tenuto a battesimo la quinta generazione della leadership cinese, formata da meno ingegneri e da un numero preponderante di giuristi ed economisti, quattro contadini delle regioni più povere (Henan, Hebei, Hubei e Heilongjiang) hanno provato ad attirare l’attenzione dei 2.217 delegati riuniti nella Grande sala del popolo, ma con scarsissimo successo. Sono solo riusciti, una settimana prima dell’inizio dei lavori, il 15 ottobre, a farsi ritrarre con la petizione in mano e poi sono scomparsi nel nulla. Liu Jie, 50 anni, originaria dell’Heilongjiang, nella parte nordorientale del paese, considerata la più pericolosa del quartetto, è finita in carcere, accusata di essere un’esponente del movimento spirituale Falun Gong. Gli agenti in borghese della sicurezza pubblica l’hanno bloccata davanti alla stazione ferroviaria sud di Pechino mentre diffondeva la lettera, indirizzata alle massime autorità del partito comunista. Anche l’uomo che le era accanto, Cheng Yingcai, un gigante della provincia di Hebei, è stato fermato, ma è riuscito con uno strattone a scappare mentre veniva portato in caserma e ora si nasconde grazie alla catena di solidarietà dei “postulanti”. Si sono perse le tracce anche degli altri due contadini: Wang Guilan, 48 anni, una vita passata nei campi dell’Hubei, la provincia meglio conosciuta come la terra del pesce e del riso, e il tarchiato Liu Xueli, 45 anni, proveniente dall’area più popolosa della Cina, l’Henan, con oltre 100 milioni di abitanti. Xueli è un veterano delle petizioni popolari: ha tacciato di corruzione diversi ufficiali e soldati dell’esercito di liberazione del popolo e ha protestato diverse volte per la confisca delle terre senza adeguato risarcimento: nel 2004 è finito in un campo di «rieducazione». Dal 1° agosto di quest’anno i quattro attivisti si sono ritrovati a Pechino e hanno cominciato a raccogliere le firme sotto il documento nel quale hanno denunciato ciò che vivono e patiscono tanti contadini come loro: l’esproprio forzato dei campi ottenuti in affitto, l’arricchimento personale dei dirigenti politici, l’inquinamento ambientale che rende l’aria irrespirabile e uccide fiumi e laghi, le condizioni di vita di tipo feudale, la repressione poliziesca e la mancanza di libertà d’espressione e di riunione. Il linguaggio è duro, anche provocatorio, come quando il quartetto scrive: “Vogliamo che i nostri oppressori sappiano che abbiamo superato la fase della paura. Sono loro ormai ad avere paura”. Prima di sparire dalla circolazione Cheng Yingcai ha raccontato che non è stato difficile raccogliere le adesioni fra quanti a Pechino reclamano per i torti subiti. «Noi facciamo tutto questo né per i soldi né per la gloria, ma per la giustizia» ha spiegato Yingcai al telefono conversando con un gruppo di giornalisti stranieri. Anche se il numero dei firmatari è pur sempre un’infinitesima percentuale del miliardo e 300 milioni di cinesi, di certo l’episodio rappresenta la spia di un malessere che monta e dovrebbe preoccupare non poco i mandarini di Pechino. La disaffezione sociale non è ancora ribellione, ma le manifestazioni aumentano e gli scontri con la polizia si fanno più violenti, come denunciano i gruppi internazionali per i diritti umani. I 700 milioni di contadini cinesi si sentono cittadini di serie B non solo quando lavorano nei villaggi rurali, ma anche quando sono costretti a trasferirsi nei grandi centri urbani: è successo negli ultimi anni a 150 milioni di persone. Chi lavora le terre sopravvive con 400 dollari l’anno. Gli abitanti di Shanghai hanno un reddito di 4 mila dollari. Lo squilibrio di classe non potrebbe essere più evidente in una società che si definisce socialista. Paradossalmente, la petizione inviata per posta al governo avrebbe potuto firmarla lo stesso Hu Jintao. Proprio nel discorso di apertura del 17° Congresso il presidente ha sostenuto che «la Cina sta fallendo nel compito di ridurre il gap dei redditi» e ha ammesso che gli sforzi per migliorare la democrazia e il sistema legale «hanno in qualche misura deluso». Qualche mese prima, aveva tuonato contro “la corruzione che mina la stabilità del partito comunista”. Hu Jintao ha preferito invece mettere a tacere il dissenso. O meglio ha trasmesso un messaggio chiaro ai troppi postulanti che si stanno affacciando nelle piazze di Pechino in vista delle Olimpiadi 2008. Tocca a lui, e solo a lui, per i prossimi 5 anni del secondo mandato, riequilibrare lo sviluppo troppo impetuoso fra est e ovest della Cina, fra i parchi industriali della costa e i campi agricoli dell’interno. Quanto ai quattro straccioni venuti dalla periferia, sono solo “fattori di disarmonia”. [...]
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