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Cina: viaggio al termine della censura su Internet

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  • Tags: censura, Cina, Hu-Jintao, Internet, Pechino
  • 6 commenti

http://www.flickr.com/photos/goodsardine-clean/
L’obiettivo sarà pure quello di “una società armonica” con “una visione scientifica di sviluppo“, come spiegato da Hu Jintao nel discorso di apertura del Congresso del Partito Comunista Cinese. Ma, sul fronte dei diritti civili e delle libertà di espressione, la strada da percorrere resta ancora molto lunga. “Viaggio al termine della censura su Internet” è il titolo di un rapporto (disponibile qui in pdf) diffuso da Reporters sans Frontiéres alla vigilia dell’ultimo Congresso, che mette a nudo aspetti inediti della potente macchina di controllo e di costruzione del consenso del governo di Pechino.

Questa volta RSF si è avvalsa del contributo di una fonte interna (un esperto di Information Technologies rimasto anonimo per ovvi motivi di sicurezza) per descrivere in maniera dettagliata le caratteristiche di un sistema “draconiano” in cui sorveglianza, minacce e propaganda vanno di pari passo, grazie anche a tecnologie sempre più pervasive e sofisticate (molte delle quali - paradossi della globalizzazione - vengono esportate dall’ultra-liberista California). Con la crescita del numero di utenti (ormai a quota 162 milioni) sono aumentati anche i poteri del Beijing Internet Information Administrative Bureau, un organismo che ufficialmente si occupa di monitorare i contenuti online, ma di fatto interviene direttamente a dettare l’agenda o correggere il tiro delle notizie: “I membri dell’ufficio chiedono di rimuovere articoli o di spostarli in una posizione meno rilevante, di chiudere i commenti, di bloccare ogni nuovo sviluppo di una storia, o di pubblicare un determinato articolo”.

Le testate più influenti ricevono ordini di questo tipo anche fino a cinque volte al giorno, attraverso qualsiasi sistema di comunicazione (telefono, email, messenger, etc). E spesso, le direttive impartite sono vere e proprie minacce. Come nel caso della notizia sulle difficili condizioni di lavoro in una fabbrica di iPod dell’azienda taiwanese Foxconn. Dopo la diffusione sulla stampa occidentale, gli autori dello scoop videro recapitarsi questo Sms: “Non diffondete più notizie sul caso della Foxconn, di modo che non possano essere strumentalizzate”.

  • nicolabruno
  • Martedì 16 Ottobre 2007
Voci dai blog: in Birmania torna la paura »
« Cina: avanti (piano) con le riforme. E il potere resta al partito

Commenti

Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.

Il 16 Ottobre 2007 alle 12:56 tiziana_debiagi ha scritto:

Non ho capito: se un cinese dalla Cina si collega al sito di un quotidiano on line americano o europeo…. cosa succede? Lo vede? Non lo vede?

Il 16 Ottobre 2007 alle 16:57 nicolabruno ha scritto:

dipende da molti fattori:
1) non è detto che lo veda (se fa parte della lista di destinazioni proibite, tipo wikipedia fino a poco tempo fa)
2) può visualizzarlo solo in parte (e cioè non essere raggiungibile quando compaiono parole chiave ritenute inadeguate - sempre su wikipedia, ad esempio, non è accessibile la voce su piazza tienamen)
3) la macchina censoria è molto complessa e stratificata(se dai un’occhiata al report di RSF puoi fartene un’idea migliore): può bloccare momentaneamente alcuni siti “caldi” e poi riattivarli

Il 17 Ottobre 2007 alle 12:19 Reporters sans frontieres: cresce la repressione su Internet » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Internet occupa invece un posto sempre più importante nei tentativi di colpire la libertà di espressione e molti paesi sono retrocessi proprio per questi interventi censori. Almeno 64 persone - spesso blogger, che vengono minacciati tanto quanto i giornalisti, scrive Rsf - sono in prigione in vari paesi per essersi espressi liberamente sulla rete. La Cina, con 50 persone imprigionate, mantiene la testa di questa triste graduatoria, che comprende anche Malesia , Thailandia, Vietnam ed Egitto. Più in generale, Eritrea, Corea del Nord, Turkmenistan, Iran , Cuba, Birmania e Cina rappresentano l’area più nera per la libertà di stampa e più difficile per chi lavora nel settore. Al di fuori dell’Europa - che ha 14 paesi in testa alla classifica - non c’è alcuna regione al mondo risparmiata dalla censura o da fatti di violenza contro i giornalisti. Tra i peggiori vi sono sette paesi asiatici, cinque africani, quattro del medio-oriente, tre appartenenti all’ex Unione sovietica e uno nel continente americano, Cuba. [...]

Il 19 Ottobre 2007 alle 12:34 Il sinologo: Cina, ma quale apertura democratica! » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Direttore, in molti parlano di “apertura democratica” del Partito. Lei cosa ne pensa? Non c’è nulla da attendersi in termini di “apertura” dalla Cina. Anzi, la Cina dimostra giorno dopo giorno che sui temi dei diritti umani e delle minoranze non è cambiato nulla: solo nelle ultime settimane, la repressione nello Xinjiang è ancora più dura, non c’è stata nessuna evoluzione in Tibet, non è stata concessa maggiore libertà di stampa, non sono state esercitate pressioni sulla Birmania. Quali sono le correnti principali all’interno del Partito? Fino a due anni fa, erano identificabili due correnti all’interno del Partito. Una a favore di una crescita economica controllata intorno 7/8% e della redistribuzione del reddito, che rappresentava la linea ufficiale del Partito. L’altra a favore della “crescita a tutti i costi”, giudicata fondamentale per mantenere l’equilibrio nel Paese. Oggi, grazie al duro lavoro del Premier Wen Jiabao, sembra ci sia una convergenza verso una posizione che sostiene possibile coniugare un tasso di crescita molto elevato (circa 10%) con politiche redistributive. Quanto incidono i gruppi di dissidenti in Cina? Beh, politicamente non hanno il diritto di fare nulla. Sono sottoposti a un controllo totale e il forte apparato di polizia del Paese blocca ogni loro azione. Tuttavia, si tratta di personalità importanti nella società cinese, in grado di portare avanti campagne di protesta individuali molto dure e difficili. Avvocati, ambientalisti e giornalisti sono una voce morale molto importante, anche se non possono organizzarsi in alcun modo. Che cosa potrebbe succedere nell’economia mondiale se alla crescita economica si accompagnasse un aumento dei livelli retributivi dei cinesi? In realtà, in virtù di un progressivo aumento del costo del lavoro nel Paese, sono già tanti gli investitori che hanno iniziato a spostarsi in India e nel Sud Est Asiatico. Ciò non significa che l’economia cinese sia destinata a rallentare. I fattori che definiscono la crescita di un Paese sono tre: consumo interno, investimenti e commercio estero. Fino ad oggi la Cina è stata trainata dagli ultimi due, ma un aumento delle retribuzioni darebbe maggiore importanza al primo, permettendo di mantenere una crescita a due cifre. Fino a che punto la Cina può essere considerata ancora un Paese comunista? Politicamente continua ad essere un Paese comunista, anche se l’evoluzione che oggi la caratterizza è difficilmente classificabile non esistendo altre esperienze di socialismo simili. Gli elementi centrali del comunismo, vale a dire pianificazione, sistema di prezzi fissi, controllo dello Stato sull’economia, non esistono più, ma allo stesso tempo il Paese è molto lontano dagli schemi del capitalismo occidentali. È un sistema autoritario con specificità sue, che potrebbe essere definito “capitalismo burocratico controllato dallo Stato”. china: le news in tempo reale (fonte Google News) [...]

Il 23 Ottobre 2007 alle 13:15 Vita da blogger cubano: come accedere a Internet e sfuggire alla censura » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Yoani Sanchez ha 32 anni e dallo scorso agosto scrive regolarmente su GeneracionY, un blog sulla vita quotidiana a La Habana, per niente docile nei confronti del regime dei fratelli Castro. Parla dei severi controlli della polizia, dell’informazione manipolata in Tv, dei discorsi “al limite della sopportazione” di Fidel. Per lei le cose non sono così facili come nel resto del mondo occidentale: per aggiornare il blog è costretta a infiltrarsi negli alberghi, fingersi una turista e buttare giù velocemente l’ultimo post, evitando così di pagare cifre esorbitanti (le tariffe riservate agli stranieri sono proibitive: 6 dollari l’ora, l’equivalente di due settimane di lavoro), come racconta anche l’International Herald Tribune. Yoani, come altri milioni di cittadini cubani, non dispone del permesso governativo per accedere a Internet. Su 11 milioni di abitanti, solo 200.000 sono autorizzate ad utilizzare liberamente il world wide web. Si tratta del numero più basso di tutta l’America Latina, come denunciato Reporters Sans Frontières in questo dossier presentato un anno fa circa. Il governo si difende scaricando la colpa sull’embargo statunitense: fatto sta che al momento solo stranieri, impiegati, docenti universitari e giornalisti (tutte persone facilmente controllabili) dispongono dell’autorizzazione. Il resto della popolazione può accedere solo alla mail attraverso le postazioni situate in tutti uffici postali (ulteriori informazioni in questo speciale della Bbc). Nonostante questa vigilanza preventiva, il sistema di censura cubano è però molto meno scientifico e capillare rispetto a quella di altri regimi. “Ci stiamo avvantaggiando di un settore ancora non regolamentato”, scrive Yoani su GeneracionY, il cui dominio, come quello di altri blog dissidenti, è ospitato su server stranieri. Ma tanto basta a smuovere le acque nello scenario conformista dell’informazione cubana, dove un giornalista rischia fino a 20 anni di carcere se colto a scrivere articoli “contro-rivoluzionari” per fonti straniere. L’autore anonimo di “Mi isla al mediodia” ha spiegato all’International Herald Tribune che il blog gli sta permettendo di affrontare questioni su cui nessuno osa scrivere: “L’intolleranza al dissenso è sempre la regola a Cuba, anche se la società sta iniziando ad adottare la diversità di opinioni”. [...]

Il 22 Gennaio 2008 alle 12:00 Pechino e Mosca padroni del web » Panorama.it - Cultura e società ha scritto:

[...] Non che sia una sorpresa, il sorpasso era nell’aria da tempo. Ma ormai è davvero questione di poco (un mese?) e la Cina diventerà il primo mercato al mondo per numero di utenti online. Secondo i dati di China internet network information center, nel corso del 2007 si sono affacciati alla rete ben 210 milioni di navigatori: +54% rispetto allo scorso anno e, soprattutto, meno cinque milioni rispetto agli Stati Uniti. Che così, a breve, si vedranno scippare un primato conservato sin dalla nascita del world wide web. Quali conseguenze avrà tutto ciò sugli equilibri della rete? Sono in molti a temere un impatto negativo dell’approccio cinese alla rete. A preoccupare è soprattutto la macchina da censura “draconiana” (secondo la definizione di Reporter Sans Frontieres): blogger arrestati, spesso con la complicità dei colossi occidentali (tra cui Google e Yahoo!); siti oscurati; accesso ai contenuti filtrato dalla grande muraglia di software e controllori (oltre 30.000 addetti). L’ultimo giro di vite riguarda i siti di video prodotti dal basso: potranno operare solo dietro autorizzazione governativa. E le regole parlano chiaro: “chi fornisce un servizio di video online deve servire il popolo, il socialismo e… seguire il suo codice morale”. Google e gli altri big manderanno di nuovo giù il boccone amaro del compromesso con Pechino per non perdere visibilità nel promettente mercato cinese? Spaventa, poi, la velocità con cui altri paesi stanno seguendo le stesse orme di Pechino. Amnesty International è tornata a denunciarlo di recente: “Il modello cinese di un’Internet che permette la crescita economica senza libertà di espressione o privacy ormai si va affermando. Cinque anni fa erano solo una manciata di paesi, ora alcune dozzine di governi bloccano siti e arrestano blogger”. Tra questi c’è la Russia, altro paese emergente per numero di utenti e di investimenti in rete (qui alcuni dati). Il Cremlino da un po’ di tempo si sta adoperando per dar vita a una Internet tutta in cirillico, che opera in maniera sganciata rispetto al web globale e per accedere alla quale (secondo quanto riportato da The Guardian), sarebbe necessario avere una password concessa dallo stato. Il tutto in nome della lotta al cybercrimine. Ma di fatto si tratterebbe dell’anticamera di un sistema di controllo per tutte le attività online dei navigatori. A cominciare, magari, da Garry Kasparov che ha da poco rilanciato la sua sfida a Putin con magazine online http://www.kroniki.com in cui denuncia tutte le persecuzioni. In Cina il sito sarebbe stato oscurato sul nascere. [...]

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