Benazir Bhutto torna in patria dopo otto anni di esilio volontario a Londra e Dubai. Con duecentocinquantamila sostenitori pronti ad accoglierla, il due volte premier pachistano (1988-1990, 1993-1996) è apparsa all’aeroporto di Karachi sorridente, velo bianco a coprirle il capo e sulle labbra una promessa solenne: “Torno per cambiare questo Paese, per favorire la riconciliazione dei valori dell’islam affinché l’islam moderato e moderno emargini gli estremisti religiosi, riporti i militari dalla politica nelle loro caserme, tratti tutti i cittadini e specialmente le donne con parità e pienezza di diritti”. Un programma democratico-liberale in un Paese attraversato da violenti scontri etnico-religiosi (nella zona di confine con l’Afghanistan e in Kashmir) che paradossalmente dovrà essere realizzato assieme al suo ex nemico di sempre, il presidente con le stellette Pervez Musharraf, che le ha concesso l’immunità per le precedenti accuse di corruzione risalenti al periodo precedente il 1999.
All’arrivo a Karachi: il video-servizio
Molto amata dagli americani, simbolo della democrazia, Bhutto appartiene, come i Nehru in India, a una delle dinastie più influenti del mondo. Prima donna a essere eletta primo ministro in un Paese musulmano, Bhutto è infatti la figlia primogenita di Zalfiqard Ali Bhutto (l’ex premier in abiti civili che governò il Pakistan nei primi anni ‘70) ed è nipote di Sir Shah Nawaz Bhutto, una figura chiave del movimento indipendentista pakistano. Leader del Partito del popolo (centrosinistra), fondato da suo padre, la dinastia della Bhutto, come i Kennedy in America, ha alle spalle una storia tragica. Suo padre fu impiccato nel 1979, due anni dopo essere stato condannato in un processo farsa a seguito del colpo di Stato ordito dal generale Zia ul Haq, poi morto in un misterioso incidente aereo. Benazir aveva 26 anni, si trovava in prigione e vi rimase per cinque anni, in isolamento. Vide suo padre, con la madre, per mezz’ora, il giorno prima l’esecuzione non annunciata, senza neanche poterlo abbracciare. Il fratello, Murtaza, che sarebbe dovuto diventare leader del Partito popolare pachistano fuggì in Afghanistan dopo la morte di Zulfiqar e dall’estero guidò la resistenza contro il regime militare e nel 1993, fu eletto deputato in esilio. Tre anni dopo, al ritorno in patria, fu ucciso a Karachi. L’altro fratello, Shahnawaz, nel 1985, fu trovato morto nel suo appartamento in Francia, a Cannes.
Bhutto torna in patria in uno dei momenti di maggior tensione politica e sociale della storia pachistana. In gioco c’è anche la promessa di Musharraf di deporre la divisa per consegnare il Paese a un governo civile. La data chiave è quella del 6 ottobre quando la Corte suprema dovrà esprimersi sulla legittimità dell’elezione di Musharraf, ineleggibile in quanto militare secondo la Costituzione. Per la Bhutto potrebbe aprirsi la strada per essere eletta, per la terza volta, primo ministro del Paese musulmano.
Giugno 2007, intervista a Al Jazeera
- Giovedì 18 Ottobre 2007
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Il 19 Ottobre 2007 alle 10:06 Attentato a Benazir Bhutto, l’ombra dei servizi pachistani » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Si fa di ora in ora più pesante il bilancio del duplice attentato dinamitardo di ieri sera a Karachi, in Pakistan, contro il corteo di Benazir Bhutto, rientrata in patria insieme alla famiglia dopo oltre otto anni di esilio volontario passato a Londra e Dubai. Il numero dei morti accertati è salito infatti ad almeno 139, e con ogni probabilità è destinato a peggiorare ancora, mentre i feriti ammontano a 550, molti in condizioni critiche. [...]
Il 5 Novembre 2007 alle 15:51 Pakistan, la solitudine del generale Musharraf » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Indebolito da una rielezione passibile di annullamento da parte della Corte suprema, assediato dagli islamisti in seno all’Isi (il potente servizio segreto pachistano), costretto sulle difensive da una probabile coabitazione con Benazir, il generale non è nemmeno sicuro di poter contare sulla fedeltà dell’esercito (di cui è il capo) che in questi anni ha finito per indebolire a favore del Parlamento e da cui giungono voci, subito smentite dal governo, di altri contro-golpe. Ma il generale sta perdendo anche il sostegno dei suoi ex protettori dell’amministrazione americana che, dal 2001 a oggi, gli hanno versato la bellezza di 12 miliardi di dollari nella speranza - rivelatasi vana - che debellasse le formazioni filointegraliste al confine con l’Afghanistan. Un portavoce del Pentagono ha fatto sapere che i colloqui militari bilaterali in programma per martedì sono stati sospesi e che la politica degli aiuti verso Islamabad sarà rivista se Musharraf non deciderà di tornare sui suoi passi, aprendo una trattativa con il suo ex rivale Benazir Bhutto, fino a oggi piuttosto prudente nel commentare il golpe del suo rivale. La stessa Rice gli ha chiesto di dimettersi da capo dell’esercito, come aveva promesso di fare prima della sua decisione di sabato di giocarsi il tutto per tutto con un golpe che non incontra il favore nemmeno di tutte le forze armate. [...]
Il 27 Dicembre 2007 alle 14:59 Pakistan: Benazir Bhutto uccisa in un attentato » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Dopo aver vissuto per otto anni in esilio a Londra, La Bhutto, 54 anni, era ritornata a metà ottobre in Pakistan per prepararsi alle presidenziali del 2008. “Torno per cambiare questo Paese, per favorire la riconciliazione dei valori dell’islam affinché l’islam moderato e moderno emargini gli estremisti religiosi, riporti i militari dalla politica nelle loro caserme, tratti tutti i cittadini e specialmente le donne con parità e pienezza di diritti”, aveva detto. Bhutto aveva già subito un primo attentato suicida, che aveva causato non meno di 136 vittime, il 18 ottobre scorso non appena tornata in Patria. [...]
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